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Lettera di padre Christian Carlassare

dal sud Sudan

Io posso sempre ancora sperare,

anche se per la mia vita

o per il momento storico che sto vivendo

apparentemente

non ho più niente da sperare.

Solo la grande speranza-certezza

che, nonostante tutti i fallimenti,

la mia vita personale

e la storia nel suo insieme

sono custodite

nel potere indistruttibile

dell’Amore di Dio”.

BENEDETTO XVI

Gennaio 2008


La mia prima volta a Juba. E’ la prima assemblea dei Missionari Comboniani a Juba dopo tanti anni di assenza a causa del conflitto. Non ci era acconsentito entrare in Juba, città in controllata dal governo di Khartoum, poichè eravamo presenti nei territori occupati o liberati dall’SPLA. Un ritorno, insomma: grazie all’accordo di pace firmato nel gennaio 2005. Da quel gennaio sono passati tre anni: un tempo in cui la gente ha potuto fare un bel sospiro di sollievo. Nonostante le molte incertezze, tutti i Sudanesi sperano nella pace. Hanno sofferto molto e ora contano in quel processo che può portare lo sviluppo del paese. Le loro aspettative sono molte e le più basilari: scuole,ospedali, strade, mezzi di comunicazione, elettricità, acqua potabile. Ma ancora tutti stanno a guardare: se il governo... se le organizzazioni... se le chiese. Qualcosa è stato fatto, ma sarà un processo lungo i cui l’impegno di ognuno sarà indispensabile: perchè non si può ricevere senza prima dare.


L’assemblea è stata un momento per incontrare gli altri missionari, condividere e riflettere con loro, e anche per riposare. A Juba ho potuto anche trovare l’ultima enciclica di papa Benedetto XVI: “Spe salvi facti sumus” nella speranza siamo stati salvati. L’ho apprezzata molto. E’ stato bello trovarmi Giuseppina Bakhita, una Sudanese, assegnata come maestra di speranza. Prima schiavizzata da padroni terribili, una volta liberata Bakhita venne a conoscere un ‘padrone’ totalmente diverso: il Dio vivente, il Padre di Gesù Cristo. Ora lei aveva ‘speranza’. Non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: “Io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada, io sono attesa da questo Amore”. Certo, c’è bisogno di speranza in questo mondo, perchè chi ha speranza vive diversamente e trasforma la società dal di dentro: le dà un pizzico di umanità. Ogni giorno nella messa, di fronte a Gesù pane spezzato, amo ripetere al mio cuore quella preghiera scritta nel messale: “Signore Gesù Cristo, figlio del Dio vivente, per la volontà del Padre e l’opera dello Spirito Santo, la tua morte ha dato vita al mondo...liberami da ogni male, mantienimi fedele al tuo Vangelo, fà che non sia mai diviso da te”. Questa è la mia speranza.


Febbraio


Nelle prime due settimane abbiamo avuto la visita di Andrea ed Alessandro, due amici trentini. Sono venuti con l’intenzione di aiutare nei lavori, ma a Fangak vanno sempre piano piano e il tempo corre veloce. Hanno iniziato un muro della chiesa. I ragazzi del catechismo si sono organizzati ad aiutare: hanno portato i mattoni dal fiume alla chiesa. Una fila di bambini con ciascuno quattro o cinque mattoni sulla testa. Teresa, una donna anziana e cieca, mi ha stupito per la sua generosità. Ha speso alcune ore trasportando mattoni guidata dalla sua nipotina.


Il catechismo prosegue bene: p. Alberto continua con i più piccoli e io seguo un gruppo di diciotto ragazzi per prepararli alla cresima. Sono motivati e ben impegnati, quotidianamente presenti alle attività, che sia l’insegnamento o la preghiera.

Nelle seconda metà del mese abbiamo avuto un corso per giovani adolescenti. Ho proposto loro la vita di Giuseppe d’Egitto: una persona che ha saputo affrontare tutte le avversità con fede e coraggio, ha saputo riconciliarsi con la sua storia personale e con le persone che gli hanno fatto tanto male, ha fatto sì che situazioni drammatiche diventassero momenti di grazia e comunione. C’è stato anche tempo di divertimento, canto e gioco. Abbiamo anche riflettuto insieme a proposito del processo di pace e degli ultimi anni di storia del Sudan. Non ce n’era uno che non avesse perso un familare nell’ultimo conflitto; e la lista di conoscenti caduti era lunga.

Ho creduto molto in questo corso perchè ho a cuore la formazione dei giovani: sono loro che attarverso la loro presenza e servizio ravvivano questa giovane chiesa; e sono loro, un volta tentati di seguire i modelli di sempre, potranno trasformare la loro cultura arricchendola della proposta di Gesù attraverso le loro scelte cristiane. Ma qui si lavora nella limitatezza: ne aspettavo 36 (quattro per ogni centro) ma solo 14 si son fatti vivi: 7 ragazzi e 7 ragazze. E solo uno fra loro ha avuto la possibilità, ormai sedicenne, di frequentare la scuola fino alla quinta elementare.

Durante il corso c’è stato il problema del cibo. Quest’anno la mancanza di cibo sarà un grosso problema fino ad agosto: quando comincieranno ad avere i primi raccolti. E’ stato bello vedere come si sono organizzati autonomamente: ognuno ha contribuito con il sorgo, altri con l’olio, qualcuno solo con il sale... e poi di giorno in giorno la provvidenza ha pensato a procurare l’intingolo. Alcune mamme di Fangak si sono rese disponibili a cucinare.


Marzo


Il primo di questo mese è stato un giorno storico. Il vescovo di Malakal, mons. Vincent Mojwok, ha visitato per la prima volta la parrocchia “Santissima Trinità” di Fangak. Negli anni di conflitto fino a gennaio 2005, il vescovo non poteva raggiungere i territori della sua diocesi controllati dall’SPLA: in pratica ha dovuto concentrare le sue cure alle due parrocchie della città di Malakal. La gente era veramente contenta: la sua visita è stata un gesto di attenzione che tutti aspettavano da tempo. Il vescovo stesso si è detto meravigliato di vedere una comunità vivace e numerosa. Ha incontrato le autorità locali e i vari gruppi della parrocchia: ha ascoltato tutti e parlato con molta semplicità come a fratelli, incoraggiando tutti a rimanere uniti e a lavorare per la pace. Sono rimasto ammirato dalla testimonianza di fede di Maria Nyadak, un’anziana ormai vicina ormai agli ottanta. Si è alzata e ha detto al vescovo: il Signore mi ha dato undici figli e tutti e undici se li è presi in tenera età. Io sono qui sola e vivo questi anni solo per il Signore e sono contenta oggi di vedere lei che è venuto a visitarci. E un segno che il Singore ci vuole bene.

Diciotto ragazzi del catechismo hanno ricevuto la cresima dal vescovo.

Con il vescovo è arrivato p. Wellington. Un Comboniano Brasiliano che si unisce a noi nel lavoro pastorale. Una vera benedizione per noi di Fangak perchè è un giovane trentacinquenne pieno di idee ed iniziativa. Ma soprattutto condivide con me l’idea di una missione come presenza, relazione fraterna, testimonianza di vita, condivisione dell’esperienza di fede, lavoro discreto con gli unici due mezzi potenti che sono l’aiuto di Dio e la partecipazione della gente. Ha già alle spalle un’esperienza di quattro anni di servizio fra i Nuer nella parrocchia “San Giuseppe” di Leer-Nyal.


La partenza del vescovo ha segnato l’inizio del corso catechisti. Un corso del tutto originale. Abbiamo deciso infatti di dare priorità al lavoro manuale perchè la comunità cristiana prenda coscienza dei molti lavori assunti, ma non portati a termine... e si responsabilizzi. Quindi, il mattino al lavoro, e la sera all’insegnamento. E così è stato: il lavoro dei catechisti ha fatto un bel miracolo. Altre persone si sono unite al loro lavoro. Ma la testimonianza più bella è venuta dai ragazzi: si sono organizzati e hanno dato vita a un vero e proprio “campo di lavoro”. Ho visto molte persone avvicendarsi nel lavoro, sempre volontario: chi per qualche giorno, chi per una settimana fino al record di Peter Lual che si è dato da fare per quasi 9 settimane. Con l’inizio delle prime pioggie tutti sono andati a coltivare i loro campi. Avevamo molti lavori in programma: chiudere la chiesa con i muri di mattoni, costruire due aule per il catechismo, scavare quattro gabinetti, mettere in piedi il recinto del terreno della chiesa. Siamo riusciti a fare ben poco di tutto questo... ma tutto quello che è stato fatto, è stato frutto del lavoro della gente. E questa è una conquista.


A metà del mese abbiamo avuto la visita del prefetto: Tut Biliew. Sono stato invitato agli incontri del prefetto con tutta la popolazione. La gente gli ha detto che da lui si aspetta la scuola, l’ospedale, il cibo (il sorgo), le reti per la pesca, pozzi d’acqua potabile, le strade, coperte e zanzariere... tutto. Mi hanno chiesto di dire qualcosa: cosa dire che sia politicamente rilevante? Ho sostenuto la necessità del contributo di tutti. Non si può accontentarsi di chiedere e poi rimanersene seduti ad aspettare. Non c’è sviluppo se non c’è il lavoro. Chissà cosa hanno recepito dalle mie parole. Il prefetto stesso ha concluso promettendo molte cose: parole che mihanno lasciato molti punti interrogativi. Ma capiremo la bontà della pianta dai suoi frutti.

In realtà questa visita ha sollevato alcuni problemi. E’ da tempo che sollecitiamo le autorità locali per un documento che inidichi con chiarezza i confini della proprietà della chiesa. Dopo un paio di incontri non siamo riusciti a raggiungere un chiaro accordo. Le autorità hanno firmato un documento dove concedono alla Chiesa Cattolica un terreno di circa 200X100 metri. Ma tutto è sospeso a un piano urbanistico della cittadina da farsi in un tempo indeterminato. Quindi, quali lavori fare?


La Pasqua a Fangak. Ho pregato insieme a tutta la comunità con la fede che Gesù ha offerto la sua vita a tutti. Quello che io posso fare per questa comunità cristiana è solo una piccola aggiunta a quello che Gesù ha già fatto in maniera definitiva e completa. Gesù ha già fatto tutto. E, anche lui, ha fatto tutto nella fede.


Aprile


Il primo del mese, dopo tre giorni di viaggio, sono arrivato in terra ‘Gawar’, ossia ad Ayod. ‘Gawar’ e’ il clan della tribù Nuer che popola la provincia di Ayod. È la mia prima volta che raggiungo questa vasta regione, grande quasi come tutto il Veneto, dove la Chiesa Cattolica è cominciata con i primi battesimi nel ‘lontano’ 1991. Il catechista responsabile, Peter Gatkuoth, mi ha mostrato con un certo orgoglio il quaderno dove ha scritto i nomi di tutti i cristiani cattolici della regione: 1237. Sono arrivato con l’intenzione di stare con loro almeno un mese per condividere con più vicinanza la loro situazione e comprendere quali passi sia necessario fare per sostenerli nel loro cammino cristiano.

Ho trovato una comunità operosa, con tanta voglia di fare; desiderosa soprattutto di avere un prete che si stabilisca ad Ayod. Ma questo è ancora un sogno, perchè “la messe è molta ma gli operai pochi”. E così, mi trovo a essere un prete itinerante: un pò di qua e un pò di là perchè nessuno si senti abbandonato.

Abbiamo avuto un bel tempo insieme organizzando diverse iniziative con i diversi gruppi: giovani, catechisti, donne e comitato finanziario. Soprattutto i ragazzi: erano così desiderosi di approfittare del fatto che ero con loro che non mi hanno lasciato solo un momento. Allora mi sono organizzato: al mattino un pò d’insegnamento di inglese, bibbia, canti, preghiere, geografia e altri temi a loro richiesta; il pomeriggio, gioco. Un scuoletta improvvisata sotto la pianta. E’ stato bello apprezzare i doni di questi ragazzi: l’intelligenta acuta di James Tot, la saggezza e maturità di Simon Bol, la generosità di James Kaway e la bravura di Luka Poc a tirare al pallone. Un osservazione curiosa: Luka ogni giorno arrivava alla lezione con le sue scarpette da calcio comperate a Malakal; poi, quando era il momento di giocare, se le toglieva e correva dietro al pallone a piedi a scalzi insieme a tutti gli altri.

A guida del comitato finanziario c’è un uomo del tutto originale: John Gatdeet Hoth. È il più anziano fra tutti i cattolici della regione: è del 1953 di nascita. Nel 1989 ha sentito parlare di un catechista che era la guida di tutti i cattolici Nuer. Il suo nome era Joseph Pal Mut. Era un vero trascinatore. Così John è partito con moglie e due figli alla volta di Leer, almeno dieci giorni di viaggio fra le paludi, per ricevere il battesimo. Chissà cosa lo ha mosso: una fede, piccola magari, incompleta, ma forte, sicura. Quei due figli gli sono morti e si sono aggiunti agli altri morti in precedenza a causa di malattie ordinarie. Mi ha testimoniato che Abraham, uno dei due, prima di morire gli ha detto: tu mi hai messo al mondo e mi hai portato a ricevere il battesimo. Adesso, non temere perchè Gesù mi porta con sè in cielo. Fra i Nuer un uomo che si rispetti deve avere almeno una dozzina di figli ma molti arrivano ad averne anche una ventina: lui ha preferito rimanere fedele alla sua moglie Rebecca Nyatoya, che, dopo qualche anno, gli ha dato altri due figli... entrambi eccezionali: Simon Bol e James Tot. Ora John Gatdeet ha due sogni; e non ha lasciato passar giorno senza ricordarmeli entrambi. Il primo è di mandare i figli a scuola. Simon è quindicenne e James è dodicenne, entrambi sono arrivati alla quinta elementare, ma ad Ayod non c’è possibilità di proseguire. Le classi successive sono solo nelle grandi città come Malakal, ma lui non ha parenti a cui affidare i ragazzi. Il secondo sogno è quello di andare a Roma e andare a parlare con il papa perchè mandi preti fra i Nuer. Chissà che si realizzino.

Durante il tempo speso con loro, è venuto a galla un grosso problema relazionale fra i catechisti. Una serie di accuse, la pretesa di essere più importanti, qualche scappatella e azioni non proprio ortodosse: insomma le relazioni erano ai ferri corti tanto che qualcuno mi ha detto che la Chiesa Cattolica si è divisa in due chiese cattoliche. Abbiamo avuto un incontro da tribunale che è durato tre giorni. In quei giorni ero molto teso perchè vedevo che tutto il bene veniva rovinato dall’orgoglio personale di qualcuno e dall’incapacità di perdono di altri. Poi, grazie a Dio, si sono rappacificati. Ho toccato con mano che il Signore è presente e lavora nei cuori. L’incomunicabilità e l’accusa si sono trasformati in confessione dei peccati e perdono. Un vero miracolo.


Maggio


Il 12 Maggio sono ripartito molto contento delle relazioni instaurate con i cristiani di Ayod. Ho potuto vivere tanti momenti di vera fraternità: condividere il cibo quando era poco, e a me non me ne hanno fatto mai mancare, discutere fino a tarda serata a proposito di tante cose riguardanti la nostra fede, sentire e dare il mio parere a proposito di diverse situazioni personali.

James Lony mi ha accompagnato nel viaggio di ritorno che si è rivelato una bella piccola avventura: quattro giorni lungo il fiume Bahr el Zeraf, o ‘Pou’, come chiamato dai Nuer. Lungo il viaggio un compagno d’eccezione si unito a noi: Abdulaziz, un mercante darfuriano. Una barca ci ha lasciato su un isolotto di 80 metri di diametro tra il fiume e la palude. Altra gente in viaggio era lì presente. Siamo rimasti due giorni aspettando una barca di passaggio. Abbiamo cominciato a conversare: lui in arabo e io in nuer... abbiamo ben presto capito che entrambi eravamo senza cibo. Ma io potevo contare nell’aiuto della gente. Lui ha condiviso quche pacchettino di biscotti e io l’ho chiamato a mangiare con me ogni qual volta la gente mi portava un pesce o una scodella di polenta. Mi sono sentito in comunione di fede con lui e tanti fratelli mussulmani in quei momenti in cui ci siamo trovati a pregare contemporaneamente: io con il rosario in mano riflettendo sulla vita di Gesù, e lui rivolto verso est rendere grazie a Dio per la sua misericordia infinita. È stato durante il viaggio che ho saputo che, in quei giorni, un gruppo di ribelli darfuriani hanno raggiunto Khartoum reclamando l’indipendenza del Darfur: sono stati catturati e chiusi in carcere. Il presidente Omar Al-Bashir ha colto l’occasione per un proclama inneggiante alla pace e all’unità del Sudan nel nome di Allah.


Il 20 di questo mese due studenti di teologia (scolastici) sono arrivati a Malakal. Christopher dalla Polonia e Jacob dall’Etiopia. Saranno con noi a Fangak per i prossimi due mesi. Sono andato a Malakal per dare accoglierli e accompagnarli a Fangak. È stata per me anche l’occasione per incontrare il vescovo e alcune persone della diocesi: preti e suore compresi.


Mentre ero a Malakal è giunta notizia di alcuni scontri armati ad Abiey tra l’esercito di Khartoum e l’SPLA: esercito del Sud Sudan. La questione di Abiey è piuttosto delicata perchè è un territorio di confine tra Nord e Sud ed è conteso da entrambi per la presenza di ricchi giacimenti di petrolio. Un problema di confine dunque, in caso di separazione. Secondo l’accordo di pace firmato a gennaio 2005, l’esercito di Khartoum avrebbe dovuto abbandonare la regione lasciando il posto all’SPLA. Accordo mai rispettato. E, con il referendum e le elezioni che si terranno nel 2011, dovrebbe essere acconsentito alla popolazione di Abiey di pronunciarsi sulla loro volontà di appartenere al Nord o alla nuova nazione del Sud Sudan.


Siamo dunque a metà strada nel cammino dall’accordo di pace verso il referendum e le elezioni del 2011. E nel bel mezzo del cammin... mi ritrovai a far qualche valutazione.


Alcune osservazioni sul conflitto in Darfur. Il Darfur è una regione del Nord Sudan dove la popolazione è composta da vari gruppi entici: alcuni di origine africana, altri di origine araba; ma tutti accomunati dalla religione mussulmana. Da anni la parte africana rivendica una certa giustizia a autonomia dal governo di Khartoum, fino al formarsi di diversi gruppi ribelli. E’ importante considerare quello che sta accadendo in Darfur perchè questa situazione influenzerà anche il processo di pace fra Nord e Sud.

La situazione attuale del Darfur è molto complicata e senza soluzioni a breve scadenza. Anche p. Alberto, che ha lavorato in Darfur per molti anni e ora è con noi qui in Fangak, è piuttosto pessimista. Sembra che anche l’arrivo delle truppe internazionali dell’ONU, che si sono unite alle già presenti dell’Unione Africana, non riuscirà purtroppo, a bloccare un massacro che ha molto in comune con la guerriglia che si è combattuta per lunghi anni nel Sud del Sudan. Alcuni motivi di questo pessimismo:

  • Le fazioni dei combattenti per la libertà del Darfur sono in continuo aumento e mancano di una visione comune. Il tribalismo è molto radicato e le divisioni si accentuano.
  • Il governo di Khartoum non vuole assolutamente cedere, soprattutto per il forte appoggio delle nazione arabe, sia a livello militare che economico.
  • La presenza distruttrice e subdola dei ‘Janjaweed’ (=i diavoli a cavallo), appoggiata indirettamente dal governo, è un elemento di continua instabilità e di grande sofferenza per la gente, indifesa e inerme.
  • Il governo di Khartoum sta sopportando la presenza di soldati stranieri, siano essi dell’ONU o della Unione Africana, delle centinaia di osservatori internazionali e delle stesse Associazioni di aiuto umanitario e sa tenere tutti sotto controllo attraverso una politica astuta una burocrazia invischiante. La gente del Darfur ne apprezza la vicinanza, ma ne auspicherebbe un intervento più adeguato.


Dopo questa premessa alcune valutazioni personali sul processo di pace del Sud Sudan. Il Sud Sudan sta forse vivendo il periodo piu’ euforico e bello ma, allo stesso tempo, anche più critico della sua storia. Molti sono i segni di speranza, ma gli ostacoli sono altrettanto numerosi.


I segni di speranza:

  • Tutta la popolazione del Sudan senza distinzioni (Nord e Sud) è stanca della guerra e decisamente vuole la pace. C’è la ferrea volontà di difendere la pace.
  • Appaiono sulla scena politica delle persone che sembrano avere una visione serena e fondamentalmente ottimista della complessa realtà del Sudan. Vogliono portare avanti delle iniziative concrete per aiutare il Sud Sudan in questo momento in cui deve prendere coscienza delle proprie risorse e imparare a camminare autonomamente. Dimostrano di avere competenza, professionalità e, forse anche, onestà.
  • Tutte le provincie (counties) sono arrivate ad avere il loro prefetto (commissioner) appartenente alla comunità locale e appartenente a SPLA/M: prova che l’SPLA ha saputo trasformari da forza militare a movimento politico (SPLM). L’SPLM sta raccogliendo l’adesione di tutta la popolazione del Sud lasciando al suo iterno la possibilità di diverse visioni e la formazione di nuovi partiti nel caso di separazione dal Nord.
  • Juba, la capitale del Sud, è tutta in costruzione. Alcune regioni hanno fatto dei passi da gigante nello sforzo di assicurare alla gente i servizi piu’ fondamentali (scuole, ospedali, strade, ...). Si vede l’investimento di una ngente quantità di denaro per lo sviluppo.
  • Si e’ effettuata ormai su tutto il territorio del Sud l’evacuazione quasi totale delle truppe del Nord e la scomparsa quasi definitiva delle milizie del Sud assoldate dal governo di Khartoum.
  • Il ritorno dei rifugiati dai campi profughi dei paesi confinanti (Etiopia, Kenya e Uganda, soprattutto) e il ritorno degli sfollati dalle città del Nord continua con regolarità, ma in numero inferiore alle aspettative. Rifugiati e sfollati sono persone che hanno avuto la possibilità di andare a scuola e quindi una ricchezza per il paese.
  • Emerge, anche se timidamente, la presenza delle donne nel processo di ricostruzione di una nuova società.
 

Gli ostacoli: 

  • La volontà di pace non è così chiara in alcuni capi politici. In alcuni momenti si ha il sentore che qualcuno stia preparando il paese a un nuovo conflitto per rivendicare i propri diritti: i “diritti” del Nord sul Sud.

  • C’è da notare che nell’accordo di pace del gennaio 2005, il governo del Sud si era impegnato con il Nord a promuovere l’unità del paese. Era una condizione per raggiungere l’accordo. In realtà non ho trovato nessun Sud Sudanese che parli di unità nazionale, tutti senza esclusione vogliono la separazione e l’indipendenza dal Nord. Il governo del Nord si sente tradito dal Sud.
  • Si sente il rinvigorirsi di un certo fanatismo religioso nell’ambiente politico del Nord Sudan. Torna l’idea della guerra santa (Jihad) contro i Sud Sudanesi: ritenuti usurpatori di terre ricche di petrolio. Terre che in fin dei conti sono in Sud Sudan e quindi, giustamente rivendicate dai Sud Sudanesi.
  • Un esempio concreto di un crescente fanatismo. A gennaio una maetsra inglese di una scuola privata di Khartoum e’ stata imprigionata per 15 giorni e poi espulsa per avere accettato che l’orsacchiotto prediletto della sua classe fosse dai suoi alunni chiamato Maometto. È la dimostrazione evidente di un certo irrigidamento religioso. Irrigidamento provocato anche dalle vicende internazionali di questi ultimi anni e la difficile relazione tra paesi occidentali e paesi mussulmani.

     

  • L’incapacità dei capi del Nord Sudan a comprendere che la popolazione del Sud non ha solo gli stessi doveri di quella del Nord, ma anche gli stessi diritti. Non si può pensare al Sud come una miniera per arricchire Khartoum. Il Sud ha diritto allo sviluppo: ad avere scuole, ospedali, strade, ecc. Sembra impossibile pensare che il Nord riconosca al Sud la libertà politica ed economica che sta chiedendo.
  • La questione di Abiey. Il governo di Khartoum mantiene la sua presenza militare in questa provincia perchè non vuole assolutamente perderla. Come del resto altre zone, come quella di Bentiu, dove alcune compagnie stanno già estraendo petrolio.
  • La corruzione e la disonestà sono ben presenti nella politica e nei servizi statali. Abbiamo fatto esperienza anche a Fangak che la persona in carica pensa prima alla propria famiglia e poi, se qualcosa resta, alla comunità civile. Nonostante gli sforzi, poco ancora e’ stato fatto a favore di uno sviluppo significativo e duraturo del paese. Molti sono gli sperperi.
  • Gli educati preferiscono rimanere fuori dal paese dove è possibile avere un più alto livello di vita, più possibilità e servizi per tutta la famiglia (educazione e sanità, soprattutto).
  • La popolazione vive secondo la “logica della sopravvivenza” come se fossimo ancora in conflitto: attendere tutto dal governo o dalle organizzazioni straniere, ottenere il massimo con il minimo sforzo, non compromettersi troppo, poca partecipazione attiva alla ricostuzione del paese.
  • La piaga del tribalismo è ancora aperta e fa sanguinare molte zone del Sudan. Ma, il clanismo sta emergendo con delle manifestazioni di violenza sempre più frequenti.


Gli ostacoli sembrano superare di gran lunga i segni di speranza. Ma anche una fiammella di speranza può aiutare a riconoscere e oltrepassare molti ostacoli.


Il ruolo della Chiesa in questo momento storico del Sudan.

  • La Chiesa ha assunto un ruolo importantissimo nel processo di pace fin dal suo inizio. Ha sempre insistito sul rispetto della dignità dell’uomo in tutte le sue dimensioni: politica, socio-economica e religiosa; ha promosso una coscienza positiva di sè in ogni gruppo e persona, dei propri diritti e doveri; ha proposto uno spirito fraterno di ricerca del bene comune basato su solidi principi di fede. Molte però sono le sfide che si trova ad affrontare e che mettono in evidenza la sua povertà.
  • La popolazione del Sud Sudan è per buona parte cristiana, ma la conoscenza della propria fede è estremamente carente. I non cristiani guardano alla Chiesa con grande simpatia ma non hanno molte occasioni per avvicinarvisi. Essi chiedono insistentemente un maggiore impegno nell’evangelizzazione e nell’insegnamento della fede cristiana. Questa deve essere una priorità assoluta.
  • La mancanza di clero locale costituisce una grossa difficoltà che non trova facili soluzioni. E’ inderogabile promuovere vocazioni Sudanesi al sacerdozio e alla vita religiosa, ma la semplice proposta non è sufficiente: è necessario formare la mentalità perchè un giorno i nostri giovani possano scegliere la vita sacerdotale e religiosa con la coscienza che una vita per Dio e il servizio alla comunità possono realizzare la loro vita.
  • La scarsità di missionari che si affianchino a questa chiesa del Sudan. È necessario che chiese sorelle di altri paesi mandino missionari ben formati e capaci di amare e sostenere la chiesa in Sudan. Oggigiorno, questa collaborazione dovrebbe ormai provenire specialmente da altre chiese africane, ricche di vocazioni.
  • La Chiesa ha talvolta dato una falsa immagine di sè, come organizzazione ricca che è in grado di offrire sviluppo al paese ed è sempre pronta a rispondere a tutti i bisogni della gente. Ci vuole sicuramente più umiltà nella maniera in cui i missionari e le associazioni cristiane si approciano alla gente. La Chiesa sudanese ha bisogno di persone che arrivino spoglie di piani e fondi a non finire, che condividino la realtà della gente e lavorino a partire dalle sue risorse. 
  • Importantissimo il ruolo del laicato nell’evangelizzazione e guida di molte comunità cristiane (fra i Nuer soprattutto), ma ora sta chiaramente soffrendo perchè non viene riconosciuto o valorizzato nel giusto modo. La struttura clericale non aiuta. Si passa da un eccesso all’altro: dal catechista che comprende il suo servizio come un modo per barcamenarsi e pretende dal vescovo il suo salario mensile senza dare il giusto lavoro; a molti altri catechisti che fanno quello che possono, e in alcuni casi realmente offrono la loro vita alla comunità cristiana, e non ricevono alcuna riconoscenza non solo in termini di denaro, ma di considerazione e spazio nelle decisioni pastorali. Le chiese protestanti sono più sensibili e attente alle esigenze del laicato. 
  • Valorizzare il contributo della donna nella famiglia, nella società e nella chiesa. C’è ancora molta resistenza a mandare le bambine a scuola. L’educazione, il lavoro remunerato e la proprietà, e ogni posizione di autorità sono viste come prioprie dell’uomo, almeno da quanto ho visto fra i Nuer. 
  • Una grossa sfida che la chiesa deve affrontare è nel campo della formazione e dell’educazione. È importante che sia presente nelle scuole e aiuti a preparare materiale didattico che promuova la riconciliazione e i valori della giustizia, della pace, della fraternità. È necessario anche preparare materiale per l’insegnamento e la catechesi: a partire dalla traduzione della Bibbia, dei messali e rituali nelle diverse lingue, ma anche, e soprattutto, arrivare a un catechismo che sia appropriato secondo la capacità dei catechisti e della gente. 
  • La Chiesa deve essere sempre pronta a sfidare la società a prendere coscienza delle proprie responsabilità. Ad esempio: nello sconfiggere ogni forma di violenza che prende forma nel tribalismo o clanismo; nel combattere il nepotismo e la disonestà. Deve proporre vie concrete per rispondere ai bisogni della gente ma senza mai diventare complici della politica, mai di parte: unità nazionale o indipendenza? SSDF o SPLM?
  • La pietra d’inciampo della divisione. Come annunciare la buona notizia di Gesù quando la relazione fra le diverse chiese cristiane è tesa e spesso guidata dallo spirito di concorrenza? Lo sforzo ecumenico è inderogabile. Ho fede che nella missione diventeremo UNA chiesa nella comunione delle differenze. Ma constato che la diversità piace nel senso che ognuno può fare un pò quello che vuole. 
  • E come ultima sfida: una conoscenza più approfodita dell’Islam in tutti i cristiani. E viceversa, promuovere la conoscenza del cristianesimo negli ambienti culturali mussulmani. C’è molta ignoranza: i suoi frutti sono pregiudizi, incomunicabilità, timore dell’altro, grettezza. Nonostante nel Nord ci sia una ‘situazione di persecuzione’, la Chiesa non deve reagire in modo conflittuale ponendo l’attuale inimicizia Nord-Sud in termini religiosi. 

Concludendo questa lunga riflessione sul processo di pace, credo di intravedere che cio’ di cui il Sudan ha veramente bisogno è la testimonianza di un popolo (cristiano e mussulmano insieme) che crede nel valore della preghiera, popolo capace di inginocchiarsi in silenzio di fronte all’unico Dio. Un Padre misericordioso che è sempre pronto ad aiutarci perchè ci vede deboli e incostanti. Solo uniti nella sua invisibile presenza, i Sudanesi sapranno lavorare per la pace.


Giugno


Di ritorno da Ayod, mi sono impegnato soprattutto nell’insegnamento del catechismo ai ragazzi. Wellington segue i ragazzi del dopo cresima e io quelli che si preparano ai sacramenti. Peter Ciuit è un valido aiuto, sempre presente: ormai sarebbe quasi in grado di insegnare autonomamente, se non fosse per il fatto che non è un catechista e non può essere accettato come tale dalla comunità cristiana perchè attualmente ha tre mogli. Peter Kot è presente due giorni alla settimana insegnando canti e danze liturgiche. Dall’inizio dell’anno il gruppo delle ‘Alleluya Dancers’ si è aggiunto al gruppo chierichetti. C’è molto da fare, soprattutto per rendere i catechisti in grado di insegnare le cose essenziali della nostra fede. Per questo, io e Wellington stiamo tentando di elaborare un semplice catechismo, pensato per un primo insegnamento in preparazione ai sacramanti (Battesimo, Confessione, Comunione e Cresima). Abbiamo compilato buona parte di un libretto che dovrebbe arrivare a comprendere quasi un centinaio di lezioni in doppia lingua Inglese-Nuer.


Ogni anno in questo periodo c’è il problema ‘Low’. ‘Low’ è uno dei clan della tribù Nuer che si è stabilito pù a est, vicini al confine con l’Etiopia. In questo tempo dell’anno i ‘Low’ amano visitare i loro “cugini”: ‘Gawar’, ‘Thiang’ e ‘Laak’, rubando loro le vacche. Ovviamente i “cugini” non rispondono per le buone... e dopo ogni ammazzamento, le vendette sono d’obbligo. Quest’anno i ‘Low’ si son fatti proprio sentire. Mentre ero ad Ayod hanno fatto delle incursioni nei territori di Mogok e Paguil (zone Gawar). Quando sono andato a visitare quei villaggi c’era un grosso dispiegamento di soldati dell’SPLA per prevenire saccheggi e violenze. Ad Ayod ho sentito che un gruppo di ‘Low’ è arrivato fino a Fangak. Ci sono stati scontri, due morti e qualche ferito. Una volta a Fangak ho sentito il resoconto di Raniero e Wellington.

Nel pomeriggio c’è stato l’allarme: i ‘Low’ sono arrivati e stanno rubando le vacche. I soldati si sono radunati e si sono dati all’insegnuimento dei ‘Low’ in fuga nel bosco a est di Fangak. Durante la notte la popolazione di Fangak ha sentito ripetuti spari nel bosco avvicinarsi verso la cittadina. Tutti sono stati presi dal panico. Molti hanno abbandonato i loro averi e hanno attraversato il fiume per cercare rifugio. Altri si sono nascosti tenendo sotto controllo le loro capanne. Raniero e Wellington, non coscienti del pericolo, sono rimasti a casa: hanno pensato che anche se fossero i ‘Low’ non sarebbero venuti da noi. Non abbiamo infatti vacche, ma solo una trentina di galline. Alla fine tutto si è concluso aon un bel sospiro di sollievo: erano i soldati dell’SPLA che tornavano dall’inseguimento e hanno pensato bene di celebrare il successo sparando in aria. Furbi come volpi!!! Mentre i catechisti si erano radunati per comunicare il lieto fine ai due missionari: Peter Lual mancava all’appello. Cosa sia successo? O dove si sarà nascosto?!! Al mattino ha rivelato: si è chiuso dentro in chiesa e si è ranicchiato sotto l’altare.

Anche durante questo mese di giugno abbiamo avuto alcune incursioni. Hanno preso alcune vacche e sono scappati con esse. Nonostante la pace, questo è ancora uno dei problemi che i Nuer si trovano ad affrontare.


L’otto di questo mese è esploso un violento combattimento a Toch, una ventina di kilometri da Fangak, tra i due clan Nuer: ‘Thiang’ e ‘Laak’. Il tutto è cominciato con una “piccola ordinaria cosa” accaduta qualche anno fa.

Il capo clan dei ‘Thiang’, Par Ciok Rial, ormai ottantenne, ha preso la sua “ultima” moglie. Una “fiammante” sedicenne. Cosa pensate sia successo? Dopo un po’ di tempo gli è scappata. E, da notare, non gli è scappata da sola; ma in compagnia di un giovanotto del clan ‘Laak’. Per evitare violenze, sono andati piuttosto lontano: a Bentiu. Ma alla famiglia del giovanotto nessuno ha tolto di pagare una decina di vacche per sollevare il cuore offeso del vecchio Par. Qualche mese fa, quel giovanotto, Kuon Kong, è tornato al suo villaggio e, probabilmente stanco della sua compagna, ha deciso di ritornarla al legittimo marito. Par Ciok Rial, vista l’esperienza fatta, ha pensato “bene” di dare la propria moglie a uno dei figli, Abraham Rok, perchè ci pensi lui a mettergli al mondo qualche altro discendente. Abraham è, tra l’altro, un nostro catechista della cappella di Pathiay. Ovviamente, Kuon Kong si aspettava di avere di ritorno le dieci vacche, ma ne ha ottenute solo otto. Quando ha visto che due vacche gli venivano negate, ha deciso di riprendersi la donna. È stato sorpreso da Abraham Rok in compagnia della donna contestata che, forzatamente o no non si sa, dovrebbe averlo seguito in un’altra fuga. Abraham lo ha rinchiuso in una capanna e con altri aguzzini lo hanno picchiato fino a lasciarlo mezzo morto. Questa è stata la scintilla che ha fatto risorgere l’orgoglio e l’odio fra i due clan. Molti sono stati gli uomini che hanno sentito il dovere di partecipare alla battaglia. Ci sono stati vari giorni di combattimento a suon di lance e bastoni, poi, quando si è aggiunto qualche fucile, c’è scappato il morto: il fratello di Kuon Kong. L’esercito è intervenuto e ha spento i fuochi. Ma si respira ancora una certa tensione.

Verso la fine del mese sono andato a visitare alcune cappelle nella zona degli scontri. Tutti sono ancora alquanto spaventati: temono vendette. Gli uomini camminano ben armani di lance e, in qualche caso, di fucile per non farsi cogliere di sorpresa.

Sono andato a Kuerbuay perchè la comunità cristiana mi ha chiamato a pregare per due bambini che sono morti annegati: Isaac Nguen di 5 anni e Bakhita Nyawura di 4. Sono andati a giocare con altri amici nella palude e, probabilmente, sono entrati in un punto dove l’acqua era più profonda. Le due famiglie hanno accettato la perdita con grande spirito di fede. “Sappiamo che le loro anime ora sono con Dio e sono in pace”, hanno detto.


Sulla via di ritorno la gente di Wicdier mi hanno chiamato a visitare una bambina ammalata, “in fin di vita” han detto. Ed è così che ho incontrato Nyacieling, una bambina di 6 mesi. Scottava molto, non reagiva, rifiutava di essere allattata, deviava gli occhi, aveva convulsioni e perdeva conoscenza. Un caso disperato. La giovane mamma, Nyathep, era in preda allo smarrimento, ormai rassegnata a perderla.

Tutti eravamo d’accordo che occorreva portarla alla clinica di Fangak. Ma come? Ci sono trenta kilometri e tutti, quel gorno soprattutto, sotto un sole cocente. L’unica speranza, una barca. Ogni tanto c’è una barca che passa di lì... ma come si fa a star lì ad aspettare!!! Abbiamo pregato... e l’ho battezzata.

Alle 6 di sera una barca è arrivata a Wicdier e, cosa insolita, è ripartita con noi a bordo per Fangak. Sunduk, il responsabile della clinica, ha detto che era meningite e che speravava si potesse riprendere. Oggi, dopo quattro giorni, Nyacieling sta benone, ancora deboluccia, ma ormai decisamente fuori pericolo. Ho la certezza che c’è stato un aiuto speciale del Signore. I due giovani genitori mi hanno fatto percepire di essere profondamente grati al Signore. Il papà, Gabriel Chuol, mi è venuto a salutare; mi ha detto che quello che è accaduto lo ha fatto riflettere molto e vuole che il suo matrimonio con Nyathep sia benedetto in chiesa. È bello vedere che qualcuno si sente sfidato a vivere la loro relazione nel Signore, ma ovviamente, non ho gli ho messo fretta.


Sunduk, il responsabile della clinica, è proprio un uomo in gamba: umile, mite, disponibile. É appena tornato a Fangak dopo quattro anni di assenza: tre anni a Maridi nella scuola che prepara “medical officers” (teoricamente, un pò di più di infermiere ma meno di medico) e un anno di praticandato nell’ospedale di Leer gestito da MSF.

Durante questo mese abbiamo visto l’espulsione di COSV, la famosa ONG Italiana, da parte del prefetto. Motivo: deludente gestione della clinica. Tutti ne siamo testimoni. Ma noi missionari abbiamo chiaro sentore anche di poca onestà nell’uso dei fondi ricevuti.

È stato coraggioso da parte di Sunduk tornare a Fangak perchè si trova a lavorare praticamente senza stipendio e certezze per il futuro. Quest’ultimo mese ha ricevuto un contributo di 80 dollari quando il suo salario dovrebbe essere almeno cinque volte tanto. La sua presenza è davvero un segno di speranza e non vogliamo perderlo. Speriamo in dott. Jill perchè riesca a riorganizzare la clinica nei suoi sei mesi all’anno in cui è presente a Fangak (in questi mesi è al suo lavoro in un ospedale dell’Alaska). Lei conta di trovare un’altra organizzazione disponibile ad avere un programma in Fangak. Si è anche impegnata con le autorità locali a costruire due nuove costruzioni. A Settembre ci sarà un gruppo di costruttori dell’Alaska che veranno per questo scopo. Noi missionari ci siamo impegnati a sostenerla perchè non si trovi a dover affrontare un progetto più grande di lei, completamente sola.


Concludo questo diario con un sentimento di grande fiducia nel Signore. Egli ci è invisibilmente sempre accanto e ci conduce con un amore pieno di delicatezza. Prego perchè possiamo sempre avere occhi sensibili ai segni di questo amore. E vivere, nel bel mezzo di tutto ciò che accade, con il cuore in pace perchè dimoriamo in Dio.


Un abbraccio


Vostro P. Christian Carlassare



Possiamo essere certi

di dimorare in Dio

solo quando viviamo

la stessa vita

che Gesù ha vissuto

(1Gv 2,6)

di: Luca Manganelli

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