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I sandali di Alex

di p.Daniele Moschetti dal Kenya

    I sandali di Alex     
 lettera di p.Daniele Moschetti da Korogocho, Nairobi (Kenia)

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Iriamurai, 14 Agosto 2002

I sandali di Alex

                                                                                                           

Carissimo/a amico/a,  Jambo!!

 
Tanto per cominciare…

 

Quante volte ho desiderato scriverti in questi nove mesi dall’ultima mia lettera che ti ho scritto prima di Natale dalla Tanzania. E ti ho davvero scritto sempre con il cuore, il pensiero e la preghiera ma forse non ti sei accorto perché quel tipo di “posta” non si scrive su carta e “qualche volta” (davvero raramente e brevemente) ho risposto alle centinaia di lettere ed e-mail che arrivano in parrocchia a Kariobangi. Il tempo a mia disposizione è davvero poco e la notte, quando torno dalle varie messe con i malati e le piccole comunità cristiane, dopo aver mangiato e condiviso un po’ della nostra intensa giornata con Gino e qualche seminarista o ospite di passaggio, crollo letteralmente e fisicamente dal sonno mentre preghiamo l’ultimo salmo comunitario della notte. E quindi a nanna… ma la voglia di comunicare e di condividere con te e tutti voi, miei cari amici, è tanta!

 

Oggi è arrivato il giorno giusto. Mi sono preso due giorni di riposo, preghiera e meditazione e approfitto per scrivere questa lettera a voi tutti. Erano ormai quasi 9 mesi che non avevo un giorno libero per pensare, riflettere, riposare, pregare da solo, al di fuori della bolgia di Korogocho. Ora capisco cosa provava Alex quando doveva andare via da Korogocho, seppure per qualche giorno, pensando alle tante situazioni difficili della gente che si lascia. Senti di  condividere tutto della tua vita con loro, soprattutto il tempo. E non è stato facile prendersi del tempo!

Ora a Korogocho come comboniano sono solo e gli impegni sono tanti e anche imprevedibili. Per almeno diversi mesi non è previsto nessuno, ma con p. Alex e altri amici stiamo cercando qualcuno che possa venire da altre province comboniane o magari anche da altre congregazioni. Non si sa mai. La vita qui continua e la mia incarnazione necessariamente è diventata più veloce di quanto avessi previsto. Sono contento e felice di essere qui anche se vi confesso che a volte non è facile, anzi è davvero dura. Ma questa è la vita e sento che sto crescendo moltissimo proprio in questo tempo anche seppure breve ma fortemente significativo per la mia vita e per la gente di Korogocho. Tante cose sono cambiate da quando qualche anno fa ero qui a Nairobi-Korogocho. La realtà sociale, economica e politica è peggiorata e quindi questo si ripercuote immediatamente sulla gente e sui poveri, naturalmente. Ci sono molti più poveri e questo lo noti ad occhio nudo.

E poi c’è stata la partenza di Alex! Con tutto quello che ha comportato. Dopo la sua partenza da Korogocho non è stato facile ripartire da solo nella pastorale. E’ la mia prima esperienza di pastorale diretta, ma soprattutto la vivo in una realtà molto complessa e le attività sono veramente molte. Ma devo confessarvi che ho sentito fortissima la Sua Presenza e la Parola mi ha davvero accompagnato per tutto questo tempo. I Vangeli e i profeti che donano la parola giusta al momento giusto, l’incoraggiamento della gente, la visita inaspettata di un amico o di uno sconosciuto, il sostegno della comunità anche se alcuni si defilano. Ma d’altronde questo fa parte della vita pastorale.

 

In questi mesi il Signore mi ha benedetto mandandomi tantissimi compagni di cammino. John Webootsa, un diacono comboniano ora diventato sacerdote, con il quale ho lavorato veramente bene per due mesi. Abbiamo insistito anche con Alex in Italia e con la direzione generale affinché potesse rimanere a Korogocho. Sarebbe stata una grande benedizione: un keniano, un africano che vuole veramente bene alla sua gente, che aveva scelto di stare in baraccopoli per un paio di mesi di pastorale ed era disponibile a rimanerci. Invece è stato destinato in Eritrea! Partirà verso settembre e domenica scorsa è venuto a salutarci, proprio per dirci che ci vuole bene e che continuerà la sua lotta con noi anche da là. Magari fra qualche anno potrà tornare qui. Il Signore farà! Sarebbe un grande segno per la Chiesa locale africana, per la mia provincia del Kenya, per noi tutti missionari. Qualcuno dice malignamente che queste esperienze le vivono solo i “wazungu” (bianchi)  per un senso di avventura, per eroicità! John non era tutto questo ed era disponibile ad esserci dentro queste frontiere di sofferenza e aveva anche le qualità per restarci con passione!

E’ passato anche p. Arcadio, un amico conventuale, che era rimasto qui a Korogocho per circa 2 anni. Una bellissima testimonianza di un uomo e prete semplice che condivide veramente la vita con i poveri. Ha un bellissimo carisma per seguire i malati. Per due anni fu il suo ministero qui a Korogocho. Abbiamo avuto la possibilità di condividere anche questo suo passaggio visto che stava ritornando alla sua missione in Ghana, dove, nella capitale Accra, avrebbe aperto da solo un’esperienza del genere. È rimasto per tre settimane con noi e poi ci ha lasciato con tanta gioia nel cuore. E poi è venuto Andrew, un seminarista passionista kenyano che sta finendo lo studio della teologia al Tangaza College: molto bravo! È rimasto con me cinque settimane. E poi ancora Collins, un postulante comboniano keniano molto giovane ma molto in gamba, che purtroppo è rimasto solo un mese e mezzo.

Ma soprattutto c’è sempre Gino, il volontario laico che è con me in baraccopoli: è un fedele compagno sin dai tempi di p. Alex e p. Gianni. Vive a Korogocho da 9 anni e così è davvero prezioso per condividere i vari momenti di vita incarnata nei “sotterranei della storia”, come piace  dire ad Alex; è un po’ la memoria storica di Korogocho in questo momento, dopo la partenza di Alex. Lui si occupa di progetti di sviluppo con la gente, programmi di coscientizzazione per l’Aids e di ricerca per job-creation e tanto altro. Ultimamente è arrivato Gerald, un giovane pre-postulante gesuita alla sua primissima esperienza in uno slum: non sapeva quasi neanche cosa fossero. Proviene da una provincia interna del Kenya e rimarrà con noi per circa un anno: è un giovane che si è dato da fare subito senza perdere tempo e a cui piace lavorare ed essere attivo, sia in baracca che con le visite ai malati e in tutte le attività pastorali, che a Korogocho non finiscono mai. 

 

Come vedete il Signore continua a benedirmi e benedirci, come dico spesso alla gente della comunità. Abbiamo tanti amici e compagni di viaggio inaspettati (davvero non ne aspettavo nemmeno uno di questi a parte Gino) che condividono con noi un pezzetto della nostra storia comunitaria portando la loro specifica ricchezza spirituale e umana fino in fondo. Korogocho lascia sempre un segno in ognuno che vi si accosta e ci vive dentro. Poi è difficile lasciarla. Quando trovi umanità vera e sofferenza che danno senso ad una vita spesa per Lui e per i Poveri, ti senti al posto giusto. Allora tante privazioni, tante pressioni psicologiche che i poveri e i miserabili (perché ora dobbiamo parlare più di miseria che di povertà) fanno su di te, le tante emergenze a cui sei costretto a rispondere, a volte da solo, e i tantissimi problemi che la vita del ghetto ti butta addosso, sono ben poca cosa: ti dici che puoi veramente poco con le tue capacità, ma che vuoi essere canale perché Lui possa fare, operare, condividere e mostrare che è Presente e continua a mandare uomini e donne che vogliono Amare intensamente.

E di gente ne è passata tanta. Da metà luglio in poi, tutti i giorni e le domeniche alla messa, abbiamo avuto una marea di amici italiani e anche africani che sono venuti a visitarci e a stare con noi qualche giorno o settimana. Tutti sono stati felici di incontrarci e hanno voluto capire di più di questo assurdo mondo degli slums e della sofferenza che milioni di persone vivono. Questo è il segno che Dio vuole “usarci” per continuare la missione che Alex ha iniziato dodici anni fa e per essere presenza di denuncia/annuncio di una lotta che coinvolge tutti, poveri del sud e ricchi del nord del mondo, per costruire già qui ed insieme quel Suo Regno di Pace, che senza Giustizia non si può reggere.

 

Non voglio certo dimenticare Claudina e Monica, due volontarie che sono qui a Korogocho da due anni e che si occupano una dei progetti di sviluppo per il riciclaggio e il commercio equo, (a proposito Bega kwa Bega, cioè la cooperativa di commercio equo di Korogocho formata dalle Udada, Kindugu e altre realtà locali, presenterà un sito di informazione sulle sue attività: seguitela e dateci una mano per farla conoscere) e l’altra dei bambini di strada. Sono due donne che stanno donando la loro vita in modo esemplare, nonostante le tante difficoltà che le dinamiche e la cultura del ghetto impongono. Ma i segni di Speranza e cambiamento ci sono e bisogna essere capaci di leggerli anche con gli occhi della Fede. Vogliamo amare, perchè è quello che conta di più… al di là dei nostri errori o successi.

 

Oggi sono qui a Iriamurai, vicino a Embu, a circa 200 km da Nairobi. Sono venuto in questa comunità di amici preti diocesani di Trieste che mi hanno accolto calorosamente. Eravamo stati qui anche con Alex, Gino, Monica e Claudina  e p. Alex Matua (che ci ha lasciato ad Aprile per andare alla nostra rivista “New People” a Nairobi) all’inizio dell’anno per fare una revisione di questi anni a Korogocho e per introdurmi nella nuova attività. Oggi sono solo e immerso nel silenzio di questa campagna. Da lontano, dal centro pastorale della parrocchia, si odono le voci  di giovani che sono venuti per un workshop di qualche giorno. È sicuramente un salto micidiale dall’ambiente di Korogocho con tutto il suo frastuono, pieno di gente che dalla mattina alla sera ti confida grossi problemi, che ti obbliga a smuoverti con impegni continui e dove la violenza si respira nell’aria durante la giornata, e soprattutto la notte, e la vedi concretizzarsi sulle strade negli  atti violenti delle bande di giovanissimi. È a Korogocho che respiri i fumi acri dei fuochi della vicina discarica in continua combustione, gli odori puzzolenti della fogna e spazzatura, la polvere che ti brucia gli occhi e che ti penetra in gola. Venir via dalla gente, dai problemi di Korogocho è un salto momentaneo che mi costa, ma anche questo momento e questa lettera erano importanti  per me e per voi tutti amici miei.

Ti assicuro invece che la posta cartacea ed em@il che mi mandi così costantemente mi fa molta compagnia; mi ha aiutato ad andare avanti perché sono convinto che sia piena di Amore, Solidarietà, Preghiera e Coinvolgimento non solo per me, ma anche per gli amici e il Popolo di Korogocho con cui condivido questa esperienza di Vita. Lui c’è e non si stanca di farsi sentire e percepire! Ho ricevuto delle bellissime lettere piene di voi, delle vostre esperienze, dei vostri problemi e dei sogni che ognuno ha espresso con la propria originalità e bellezza. Anche questo è camminare insieme (nonostante la distanza): la profonda intimità e fiducia con cui condividete la vostra vita mi ha commosso molto spesso, e qualche volta ho anche versato qualche lacrima di com-passione, sentendomi vicino a voi e ai poveri di Korogocho!! Fa bene ogni tanto, ci fa sentire così umani e vicini alle lotte di chi soffre, di chi spera in una vita diversa!

Vorrei chiederti perdono per il tempo che non ti ho scritto, e lo faccio donandoti una bella poesia scritta da un grande uomo e prete, che mi ha mandato e regalato una carissima amica. Così divido e condivido con te un po’ del mio sogno che credo sia anche il tuo:

 

Canta il sogno del mondo

 

Ama, saluta la gente

Dona, perdona, ama ancora e saluta

(nessuno saluta del condominio, ma neppure per via)

Da la mano, aiuta, comprendi

Dimentica e ricorda solo il bene.

E del bene degli altri

Godi e fai godere.

Godi del nulla che hai, del poco che basta

Giorno dopo giorno: e pure quel poco,

se necessario, dividi.

E vai, vai leggero dietro il vento

E il sole... e canta!

Vai di paese in paese e saluta

Saluta tutti

Il nero, l’olivastro e perfino il bianco.

Canta il sogno del mondo:

che tutti i paesi si contendano

d’averti generato.

(D.M.Turoldo)

 

 

 

L’eredità di Alex

 

Ma quale eredità ed esempio mi ha lasciato p.Alex? Un uomo semplice ed un prete che si dona totalmente e che la gente ha adorato e continua ad amare, seppur a distanza. Credo che le parole di Turoldo suonino esatte quando dice: “Canta il sogno del mondo: che tutti i paesi si contendano d’averti generato”. Alex è entrato nel cuore e nel mondo di questa gente dello slum, del ghetto. Ha sfondato il loro cuore e la loro fantasia. Un uomo, un prete, uno sconosciuto venuto da lontano che è entrato con grande amore e passione per la Vita e per i poveri. Lo testimoniano tanti momenti stupendi vissuti insieme alla comunità intera, dentro e fuori Korogocho, durante gli ultimi mesi della sua presenza qui tra noi. Ma noi sappiamo che lui continua a camminare con noi seppure a km di distanza. Il suo cuore batte ancora per i poveri e continuerà a battere anche lì tra voi, in quel Sud d’Italia che ha bisogno di Risorgere insieme ad una umanità ed un calore già presenti in mezzo al suo popolo. E poi non era proprio Alex che diceva che bisogna sempre sfidare da Nord o da Sud l’Impero del denaro? Bene ora questo legame Nord/Sud sarà ancora più forte e davvero spero che tanta, tantissima gente si renda conto di quanto dobbiamo recuperare il senso di una radicalità per dare senso a tante vite “perse” sia a nord che a sud.

Sono convinto che tanti giovani sapranno approfittare di questa presenza e i miracoli di Dio contribuiranno a fare il resto: nasceranno altre comunità/sorgenti di vita e di fenomeni vivi, a cui la gente andrà ad abbeverarsi per sentirsi viva in pienezza. Abbiamo bisogno di testimoni veri ed autentici che ci facciano scoprire la bellezza della Parola vissuta e semplice. È da lì che troviamo la forza e il coraggio di andare avanti incontrando tutti, credenti e non credenti.

Alex mi ha insegnato sempre a guardare avanti con fiducia, senza disperare mai, ma anche ad essere capaci di guardarsi intorno: Korogocho è infatti un paradigma di ingiustizia strutturale che parte da un gruppo di persone. Le cause sono qui e altrove. E’ così un respiro mondiale, che parte dal locale per giungere all’universale. Ed è vero! Qui puoi capire con grande lucidità come il mondo della globalizzazione e dei profitti a tutti i costi, uccida senza pietà milioni di persone. E allora non puoi non reagire, non denunciare pagando sulla tua pelle insieme ai poveri e alla gente! Sogno davvero una Chiesa locale e universale unita al mondo missionario, capaci di realizzare questa incarnazione con i poveri e con le problematiche vere della gente… Ci stiamo perdendo dietro a cose assurde!

 

I saldali di Alex

 

Alex, se non sbaglio il giorno prima di partire, mi ha preso in disparte nella baracca e mi ha detto : “Daniele togliti i sandali che mi serviranno in Italia. Io ti do i miei che qui a Korogocho sono più resistenti!”. Era vero… i suoi sono resistentissimi sulle strade di Korogocho ma in questo gesto ho voluto leggerci la sua voglia di restare accanto a me e ai poveri, seppure con un oggetto insignificante ma biblicamente grande! E così Alex continuerà la sua missione nel Nord del mondo con i miei sandali e io lo farò qui con i suoi sandali, simbolo di una missione che continua.

È un’eredità pesante e a volte stretta: questo l’ho sentito e percepito anche dai miei piedi, che i primi giorni facevano fatica ad abituarsi a questi strani sandali. Ora mi sono abituato a calzarli e a sentirli miei, speriamo sia anche auspicio di una missione portata con dignità e lungimiranza come l’ha vissuta l’amico e fratello Alex in un Continente sempre più crocifisso e dimenticato!

Vi confesso che non è facile. A volte senti la fatica di essere solo, ma sono solo pochi istanti, per poi renderti conto di quanto invece Lui ti stia donando un’esperienza fuori dal comune per farti crescere. Ora sto gustando anche le amicizie e i cammini fatti con i giovani a Thiene e a Padova. Insomma, con il senno di poi la Vita si vede meglio. Ogni passo richiede uno sforzo e le pietre fan parte del cammino!

Lentamente sto imparando ad “essere prete”, cioè a sentire di più la vita di Dio che pulsa dentro la quotidianità e le emergenze. Capisco Alex quando dice di aver imparato a diventare prete qui a Korogocho. L’intensa umanità unita alle tante problematiche dei poveri ti umanizza. A volte sei superato dalla loro intensità, e magari ti arrabbi. Ma è solo un momento perché la tua scelta è qui e per loro, per questo Popolo Crocifisso! Il battesimo dei poveri, che avevo ricevuto quando ho professato i voti perpetui qui nella cappella di St. John e che porto ancora nel cuore, mi dà la carica per ridonare ciò che ho ricevuto come DONO davvero grande dal Signore. E quando incontri i bambini per strada, così tanti, così belli e con un sorriso stupendo che ti salutano e vogliono farsi salutare stringendoti la mano o con un “how are you?”o “wa wariu??”: come ti ricarica la loro voglia di gioia ed entusiasmo!

Grazie amico e fratello Alex! La tua eredità è pesante e leggera allo stesso tempo! Ho cercato di imparare molto, di mettere da parte come si suol dire… e ora tocca a me!! Era lo slogan che al Giubileo degli Oppressi, in quel palazzetto di Verona così gremito di gente, ci siamo detti tutti insieme!! Aiutami e aiutatemi con la vostra preghiera e solidarietà!

Sento che e’ importante essere qui, per le tante persone che me lo hanno chiesto e soprattutto per una Chiesa che sia capace di mostrare il Volto tenero e benedicente di un Dio che è Padre e Madre. È davvero una SFIDA grande per me!

 

L’Africa di oggi: un Continente crocifisso

 

La storia di oppressione del passato e la situazione corrente di neocolonialismo e globalizzazione hanno portato l’Africa a una situazione drammatica. Ciò si riflette ancora di più se prendiamo in considerazione le statistiche delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale. Secondo il report sullo sviluppo umano del 2000 delle Nazioni Unite, i 24 paesi meno “sviluppati” al mondo sono tutti in Africa Sub/Sahariana., cioè sotto il deserto del Sahara. La vita media in questi paesi è di 48.9 anni; nei paesi “sviluppati” come il nostro è di 77 anni. UN-AIDS riporta che il 70% dei casi di AIDS sono in Africa, circa 25 milioni. Per la Banca Mondiale più di 200 milioni di africani non hanno accesso ai servizi sanitari. Ogni giorno 3000 persone muoiono di malaria in Africa, tre su quattro sono bambini. Ogni anno 1.5 milioni di Africani muoiono di tubercolosi e altri 8 milioni sono nuovamente infetti. Più di 250 milioni non possono aver accesso ad acqua potabile. Più di 140 milioni di giovani sono analfabeti, e meno di un quarto delle ragazze che vivono nelle zone rurali hanno accesso alla scuola primaria. Più del 40% dei suoi circa 700-800 milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà assoluta, definita a livello internazionale in un reddito pari ad 1$ al giorno, con un entrata media giornaliera di 0.65$ … e la lista potrebbe continuare all’infinito!

È una realtà più che vera e lo esprimo con le parole di un grande teologo camerunese, Jean Marc Ela: “...niente ci può rendere ciechi che questo fatto così brutale: l’Africa di oggi è un Continente Crocifisso!”

 

E il Kenya? Uno dei tanti paesi crocifissi!!

 

Dieci milioni di cittadini keniani vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta. Lo scorso anno erano un milione di meno. Si tratta di un aumento vertiginoso, pari al 35% dell’intera popolazione; appena cinque anni fa la percentuale era del 26. Ciò accade in un paese potenzialmente molto ricco. I dati non sono miei ma di una ricerca di 111 pagine sulla situazione sociale in Kenya, coordinata e resa pubblica dell’Istituto per lo Studio delle Dinamiche dello Sviluppo dell’Università di Nairobi. La ricerca rivela anche che il Kenya è tra le 30 società con maggiori disuguaglianze economiche e sociali del mondo, una delle 10 a più basso reddito, con al tempo stesso una concentrazione di patrimoni abnorme: il 10% della popolazione controlla oltre il 35% dell’intera ricchezza nazionale.

Un trend economico e sociale drammatico, le cui cifre rispecchiano chiaramente: sempre negli ultimi anni, l’aspettativa media di vita è scesa da 60 a 55 anni, mentre muoiono di AIDS tra le 700 alle 1000 persone al giorno, e di malaria, sempre quotidianamente, circa 100 bambini al di sotto dei cinque anni. Single mothers (ragazze madri), slum dwellers (abitanti delle baraccopoli, veri e propri gironi infernali), pastori ed agricoltori, sono le categorie più colpite dalla tragedia economica. Il governo non fa nulla per invertire la rotta assurda di una economia ormai alla deriva.

Il Kenya è considerato uno dei paesi più corrotti al mondo. La mancanza di concrete scelte governative per bloccare tale fenomeno sempre più rampante, è una delle ragioni che ha portato la Banca Mondiale e Fondo Monetario internazionale a congelare di fatto tutti gli aiuti dal dicembre del 2000. Benedizione o fortuna? Comunque chi paga queste scelte sono soltanto loro: i poveri, la gente, i bambini e le donne! E tutto questo aggrava ancor di più la crisi economica e sociale, mentre si stanno preparando le prossime elezioni politiche previste per fine anno o all’inizio del prossimo.

Il clima si sta già surriscaldando. Continui giochi di poteri, espulsioni dal governo di ministri che non la pensano come Moi, alleanze strane all’interno anche del partito al potere. Una opposizione che non esprime un leader credibile. È una propaganda che dice chiaramente alla gente che è solo ricerca del potere politico ed economico. Moi non vuole lasciare il potere anche se dovrà farlo in quanto ha già espletato due mandati presidenziali di 5 anni l’uno (oltre agli altri 13 fatti precedentemente all’entrata del multipartitismo). Lui la sua scelta del presidente l’ha già fatta e sarà Uhuru Kenyatta, figlio del primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta. Ma questa mossa politica copre il fatto che comunque sarà ancora lui a comandare nel paese, all’età di 78 anni. Moi è uno degli ultimi capi africani convinti che non si può lasciare il potere se non perché la morte lo ha deciso. Il dibattito si scalda per mascherare tantissimi problemi che la gente vive quotidianamente: Aids in crescita, disoccupazione al massimo, insicurezza in tutto il paese, criminalità dilagante, scuola riservata ai pochi che possono pagarsi le tasse scolastiche e non solo nelle scuole superiori ma anche in quelle inferiori, un’economia alla deriva, turismo in grande ribasso, agricoltura allo sbando…

Dietro tutto questo, ad ogni statistica, ad ogni freddo numero che esprime un trend economico e sociale di un continente o di un paese, ci sono uomini e donne, bambini e vecchi con un nome, e non persone senza volto. Le statistiche ci portano in contatto con popoli che soffrono e combattono, ma che anche soccombono sotto il peso insopportabile di una ingiustizia più grande delle loro lotte e di una povertà che cresce. E’ utile per tutti noi una precisazione sulle parole, visto che il termine poveri è uno dei più usati, bistrattati e controversi. A livello di definizioni generali possiamo parlare:

 

·                    di disagio, se si accentua quello esistenziale;

·                    di emarginazione, se si accentua quello relazionale;

·                    di esclusione, se si fa riferimento alla carenza di politiche sociali

·                    di povertà, se si accentua l’aspetto economico;

 

Definire la povertà in senso prettamente economico può sembrare limitante, ma risulta molto significativo perchè la povertà economica è spesso abbinata a fenomeni di disagio e di emarginazione/esclusione.

 

La sfida di un popolo crocifisso!

 

Oggi vivo a Korogocho, una baraccopoli di circa 120.000 persone in un’area di 1,5 x 2,00 km. Gli slums come Korogocho, Kibera, Mathare e altri 100 slums di Nairobi, in Kenia come nel resto mondo, sono il più visibile e drammatico esempio e segno di questa intollerabile situazione, di un popolo immenso e crocifisso! I poveri e i sofferenti rappresentano Gesù Cristo: ho/abbiamo bisogno di ascoltare le loro voci dall’inferno della loro vita. Se vogliamo essere col Signore dobbiamo metterci dalla parte dei poveri: la Sua parte. Mettermi/ci alla scuola dei poveri e fare loro posto nella mia/nostra vita, dal momento che sono loro “i primi” nel cuore di Dio: “ ….se dunque io il Signore e il Maestro… anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”. Come Gesù crocifisso sulla croce, i poveri ci parlano qualche volta ad alta voce, altre volte con un silenzio complice. È solo quando ci identifichiamo interamente con loro, come Maria con Gesù sotto la croce, che scopriamo che Gesù crocifisso oggi continua a gridare la sua sofferenza vissuta sul Golgota. Il suo grido continua ad essere uno dei più ribelli e allo stesso tempo è un’accettazione per fede. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34) è un grido quotidiano di miliardi di persone che si sentono abbandonate dalla tenera mano di un Dio Liberatore. Non capiscono la loro sofferenza e la loro passione è senza senso. Perché?

È il grido di Jane, violentata da una gang di sette giovani mentre andava ad una celebrazione notturna in chiesa. Essa rimase grondante di sangue in una casa per otto ore senza nessun servizio medico che volesse entrare di notte nello slum. È il grido di John, un ex-chierichetto ucciso con una coltellata in una lurida taverna di Korogocho: era prigioniero di un mondo di violenza. È il grido di Dominic, minacciato e picchiato dalla polizia per il commercio di changà illegale: un giovane con tanta rabbia dentro che ora non vuole nessuna redenzione ma soltanto la legge del taglione. Il grido ormai soffocato di Mukamba, una anziana donna di 70 anni che andava a vendere la sua verdura ogni giorno in città e tornava tardi ogni sera con il bus: la morte l’ha incontrata sulla strada che conduce a casa nostra a Grogon, nel villaggio peggiore di Korogocho. Violentata sessualmente a 70 anni e soffocata da una banda di giovani senza che gli rubassero i 3000 shellini che aveva guadagnato nella giornata.

Il grido e il pianto di un giovanissimo senza nome, bruciato vivo durante una notte di domenica: la sua condanna era quella di essere stato considerato un ladro e forse lo era. Ma questa condanna così atroce? Era diventato un pezzo di legno bruciato talmente era irriconoscibile: l’arto inferiore della gamba era stato portato via dai cani durante la notte per mangiarselo, carne bruciata… carne offerta! L’unica parte che non era stata bruciata era la mano destra e la sua posizione mi ha richiamato subito quel dipinto famoso di Michelangelo “La Creazione” che è nella cappella Sistina a Roma. Quel dito puntato di Dio verso l’uomo era talmente vero davanti a me che non potevo non gridare anch’io: Perchèèèèèè????

Mentre la mattina di lunedì pregavo sul suo corpo, da solo, la folla costituita da molti giovani Luo gridava anche lei contro di me. “Padre vattene via! Quello era solo un ladro e ha meritato la sua fine! È la condanna di Dio nei suoi confronti!”.  E giù tante risate e prese in giro nei miei e nei suoi riguardi! Io li ho guardati e non ho avuto altro che pena nei loro confronti. Ho pregato anche per loro perché ora si portano sulla coscienza anche questa ulteriore violenza verbale. E’ incredibile come la vita di un uomo così Sacra venga distrutta per un’efferata violenza fatta insieme ‘perché ci sente forti insieme!’. Ma poi, la paura prende il sopravvento e la notte di nuovo si scatena in una violenza così atroce che non ha senso, ma che è reale, vera! La tocchi con mano, la vedi, la percepisci nell’atmosfera circostante dello slum. Case bruciate, donne violentate e battute, bambini che piangono e gridano, pistole che sparano e senti i proiettili durante la notte.

Negli ultimi sei mesi a Korogocho la violenza è aumentata: bande notturne di ragazzini che non hanno nemmeno 13-14 anni, un paio di sequestri di matatu (piccoli bus) dal centro della città fino davanti a casa nostra. Ed io ed Alex a cercare di farli fuggire e salvare i malcapitati. E queste sono grida vere! Anche quelle di migliaia di bambini di strada che cercano per le strade del centro e dello slum, bambini e donne che rovistano nelle immondizie del Mukuru, la più grande discarica di Nairobi. Di bambini e giovani che non possono andare a scuola perché non hanno soldi per andarci, le cui famiglie non ce la fanno più. Uomini senza lavoro e giovani senza speranza in un futuro diverso, ubriachi che soffocano la loro sofferenza e dignità con uno o due bicchieri di Jet 5 che li distrugge a poco a poco: una porcheria di alcol che deriva dall’olio bruciato degli aerei che scaricano i tanti turisti che arrivano sulle spiagge e nei parchi del bellissimo Kenya. Prostitute costrette a vendere la propria dignità e umanità per guadagnarsi il pane quotidiano. È il grido di Otieno che dice: “O Dio! È come se fossi all’inferno, attorniato da puzzolenti latrine, spazzatura e feci dovunque, lamiere arrugginite, fogne bloccate, muri che diventano gialli per le urine, che posto bastardo!! Vivo in un ambiente già condannato!”.

Ma ciò che mi impressiona è il modo in cui la gente continua a mantenere la propria dignità e speranza o almeno ci tenta in mezzo a questa disumanità! È il grido di Gesù oggi. “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). È il grido dei salmisti nella Bibbia che preghiamo tutti i giorni, la mattina e la notte prima di coricarci. Sono queste le grandi grida dei poveri che ancora oggi gridano a Dio. A volte sono talmente vere che ti chiedi come sia possibile. E Dio ascolta il grido dei poveri, degli oppressi! Mi viene in mente un pezzo scritto da Don Tonino Bello, un grande vescovo che penso molti di voi abbiano conosciuto. Diceva così:

“Partire dagli ultimi, dai poveri: non è l’ultimo ritrovato della inesauribile furbizia clericale che cerca spazio sul mercato della popolarità. Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità e della insicurezza. Non una Chiesa arrogante, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali. Ma una Chiesa disarmata, che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla Messa alla domenica, o di una vita morale meno indegna e più in linea con il Vangelo”.

Come sono vere queste parole di Tonino qui a Korogocho. La scelta per i poveri e gli ultimi è pane quotidiano, costa ma ci fa bene…ci fa sentire vivi! E non possiamo però limitarci a sperare e sognare. Dobbiamo organizzare la speranza! Perché non venga mai meno la riserva. Dobbiamo riscoprire la nostra fede e speranza, che si mescolino anche con la nostra prassi. È la nostra azione unita alla Speranza che ci dice quanta fede viviamo. Una fede che si impregni anche della dimensione sociale, politica, culturale ed economica della gente, dei poveri che desidero servire. Altrimenti diventa solo alienazione e sacramentalismo. E di questo molte sette religiose ci fanno da funerei maestri. La nostra fede deve incarnare una lotta che ci fa sentire tutte le sofferenze e le gioie della gente umiliata e oppressa in tante parti di questo mondo. È stupendo l’inizio della Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II che avevamo posto sui muri della casa di Thiene: “Le gioie e le speranze, i dolori e le sofferenze di uomini e donne del nostro tempo, specialmente di quelli che sono poveri ed afflitti, saranno anche le gioie e le speranze, i dolori e le sofferenze dei discepoli di Cristo”.

Oggi dobbiamo rimboccarci le maniche insieme agli ultimi e metterci, con umiltà e discrezione, accanto ai tanti indifferenti senza Dio, senza codici, senza lavoro, senza progetti, senza ideali. La sfida per tutti noi è di privilegiare la strada più che il salotto delle nostre missioni, come per voi quello delle vostre parrocchie o delle vostre case. Scegliere il bastone del pellegrino sempre pronto a ripartire per strade nuove e misteriose, in compagnia di amici sconosciuti ma che portano l’Allegria e  il Mistero di Dio. Forse solo così ci predisporremo alla conversione e benediremo le inquietudini che ce l’hanno provocata. E io qui mi sento davvero un privilegiato e un benedetto dai poveri!! Tanti chilometri ogni giorno a piedi e sulle strade polverose di Korogocho, ed alla sera quando mi corico mi sento davvero così stanco fisicamente, ma contento di aver fatto quello che potevo e con tanta passione. Magari anche sbagliando, ma sempre per Amore! E qui mi trovo tantissimo nell’eredità ed esempio lasciatami da Alex! Quindi le lotte che facciamo dentro lo slum per formare la gente, anche con tantissima difficoltà, si uniscono alla lotta per la terra, per il diritto delle donne ad essere rispettate, dei bambini a poter vivere questo tempo nella possibilità di andare a scuola, alla campagna dei fiori dove i lavoratori, soprattutto donne, sono calpestati, e nell’unire le varie Chiese cristiane per lottare insieme per i diritti fondamentali dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio.

 

E la nave va…

 

È  davvero come il titolo del film di Fellini.

Condivido una bellissima frase presa da un libro stupendo che ti consiglio di leggere (Marie De Hennezel, La morte amica, Ed. BUR)  . Si tratta di un’esperienza vissuta accanto a malati di AIDS terminali. “La morte è come una nave che si allontana verso l’orizzonte. C’è un momento in cui sparisce. Ma non crediate che non esista più, solo perché non la vediamo”. Sono lezioni di vita da chi sta per morire. Mi aiuta molto per il mio ministero. La notte e ogni giorno della settimana continuo a visitare i malati, e molti di loro terminali di AIDS, con la piccola comunità cristiana locale. È un momento stupendo e di intensa spiritualità e umanità. È proprio vero: devo dire che molto spesso fa bene alla mia vita e alla mia fede. Se i malati sapessero quanto ci aiutano a vivere… a volte semplicemente con un sorriso!

 

             “L’accompagnamento è una faccenda di impegno e di amore. Una faccenda innanzitutto umana. Non ci si può trincerare dietro al camice dello psicanalista, professionista o anche prete. Ciò non toglie che vi sono dei limiti. Ciò che è importante è che ognuno abbia coscienza dei propri. Ci si sfinisce meno, penso, impegnandosi a fondo e imparando a ricaricarsi, che non proteggendosi dietro a un atteggiamento difensivo. L’ho osservato spesso: fra il personale curante chi si difende di più è poi chi si lamenta di più di essere spossato. Chi invece si dà, sembra ricaricarsi simultaneamente. Mi ricordo di una frase di Lou Andreas-Salome: È dandosi completamene che si ottiene con altrettanta pienezza. Nei suoi scambi, così acuti e intelligenti,non smetteva mai di proclamare che l’amore, ben lungi dall’essere un serbatoio che si svuota appena vi si attinge, si rinnova prodigandosi”. Quanto sono vere queste parole quando ci si dà davvero completamente. Questa Marie de Hennezel è davvero andata in fondo al senso della vita.

Un’altra frase che voglio condividere con te e che mi aiuta molto è questa: “Non è una forma di fede questa fiducia nello svolgersi delle cose? La fede in un aldilà non è di grande aiuto quando non si radica in un’esperienza vissuta, intima e profonda, della fiducia. Ho incontrato due sacerdoti sul loro letto di morte, entrambi angosciati e tormentati, incapaci di pregare e di abbandonarsi. Non è la fede, ma l’intensità della vita che si ha alle spalle che consente di abbandonarsi tra le braccia della morte”. Da meditare gente, da meditare profondamente! Intanto in queste notti vissute con i malati vi porto tutti nell’eucaristia e nella preghiera vissuta!

 

Tazebao

 

Ecco in sintesi ciò che abbiamo vissuto in tutto questo tempo dopo la partenza di Alex:

 

·                    La campagna dei fiori

Dopo la grande mobilitazione fatta in febbraio per lanciare la campagna a livello nazionale, oggi ci troviamo a lavorare molto a livello istituzionale per essere ancora più precisi nella nostra denuncia e lavoro dentro le serre. Per capire meglio magari rileggete Nigrizia di qualche mese fa, e nel sito www.giovaniemissione.it trovate la lettera che Alex, io e Alberto avevamo scritto all’indomani della visita a Naivasha, dove si coltivano la maggior parte delle rose e fiori. La strategia è di verificare ora le varie ditte e contatti a livello di ambasciata olandese, paese in cui arriva la maggior parte di questa esportazione. Per lanciare la campagna internazionale è ancora presto. Ci faremo sentire.

 

·                    Community policing

Forse abbiamo imboccato la strada giusta. Abbiamo continuato a riunirci anche dopo la partenza di Alex con un gruppo misto di persone, anche di altre religioni e chiese diverse. Ora il gruppo è molto più ampio e comprende molti altri giovani. L’obiettivo è quello di portare la sicurezza a Korogocho facendo collaborare la polizia (molto spesso corrotta) e la comunità intera di Korogocho. Siamo agli inizi. Abbiamo messo insieme tre ONG che operano per la sicurezza, azione nonviolenta e diritti umani. Speriamo in bene. Il passaggio più grande sarà soltanto nel momento in cui la comunità allargata di Korogocho si renderà conto che deve essere la prima protagonista di questa iniziativa perché noi a Korogocho ci viviamo, e quindi sappiamo cosa vuol dire insicurezza continua.

 

·                    La terra di Korogocho e degli slums

La lotta per la terra a Korogocho continua. Il comitato dei 28 rappresentanti dei vari villaggi di Korogocho (sono 7x4) si fa presente e a volte anche un po’caotico. Dobbiamo verificare la vera rappresentatività di questo comitato. Intanto siamo stati in tribunale il 28 luglio perché sembrava che ci fosse l’appello pubblico e insieme al Kituo Cha Sheria dovevamo andare in corte. E invece: sorpresa! Il fascicolo del contenzioso fra la gente di Korogocho e il COWA, rappresentanti dei proprietari delle baracche, era sparito. Insomma un giallo che si è concluso qualche giorno dopo con il “ritrovamento” dello stesso. Ma qui il problema terra è un tema che scotta, e non solo quella di Korogocho e degli altri slums. Tutto il paese è lottizzato e sotto la proprietà del presidente Moi e dei suoi amici che regalano terre quando gli conviene. La corruzione poi fa il resto. Ora per il nostro caso dovremo aspettare cosa ci dicono gli avvocati. Certo torneremo a lottare e se è il caso a manifestare anche se a mio parere con altri amici dobbiamo verificare con chi si sta lottando per evitare sorprese di avere nelle proprie fila gente che ha altri interessi.

 

·                    I giovani

A St. John sono la scoperta più bella che ho visto crescere piano piano. Giovani che hanno voglia di impegnarsi e fare bene. Un altro gruppo giovani che si ritrova all’interno del cortile della chiesa, e che è contrario a tutto, e che faceva da contraltare a quest’altro gruppo che fuoriesce dalle piccole comunità cristiane. Oggi posso dire che il nuovo gruppo giovani sta davvero crescendo e sta facendo delle belle attività. Insomma come vedete ci sono segni di una Grande Speranza. Speriamo in bene, con loro si possono fare tantissime cose: il futuro è dei giovani. E come potevo non credere nei giovani venendo dal GIM?

 

·                    La scuola informale e l’asilo di St.John

La scuola e l’asilo di St.John sono scuole a carattere comunitario. L’amministrazione e i soldi impegnati provengono almeno in buona parte (51%) dalla comunità locale (genitori) e il resto da benefattori locali. Ora possiamo dire che si sta mantenendo bene, almeno quella informale, cioè la scuola elementare. In tutto sono circa 1000 ragazzi (800 nella primary school e 200 all’asilo). Il mio sogno ora è quello di migliorare la qualità dell’insegnamento da parte dei maestri (e per questo ho già iniziato dei seminari e workshops) e anche il curriculum formativo delle materie, adatte alla realtà dello slums specialmente peace building e reconciliation, risoluzione dei conflitti, uso della biblioteca comunitaria, ecc. Ci sono tante belle cose in programma e anche se le pietre nel cammino non mancano, la Speranza e la voglia di crescere è tanta.

 

·                    Laici missionari comboniani

Fra le cose che mi ha affidato la provincia del Kenya c’è anche quella di responsabile dei laici missionari comboniani che sono già presenti e lavorano già in qualche nostra missione. Ci sono due ragazzi tedeschi per un anno e una giornalista canadese che rimane per tre anni. Li seguo ogni tanto e condividiamo ciò che vivono e le loro difficoltà e speranze. Un progetto nuovo all’orizzonte è quello che forse nel 2003-4 inizieremo una comunità con un gruppo di persone di due nazionalità diverse proprio nella nostra parrocchia di Kariobangi con un attività pastorale e sociale allo stesso tempo. Insomma anche questo è un sogno!

 

 

·                    Campo di basket-volleyball-netball e calcetto a St.John

È stata un’avventura che abbiamo vissuto insieme e stiamo per terminare con tutte le comunità cristiane che hanno partecipato alla costruzione di questo campo multifunzionale. Un’harambee (lavoro comune) che ha funzionato con tutti i suoi problemi ma che fa sentire che questo campo è loro e che diventerà parte di un progetto ancora più grande. L’intenzione sarebbe quella che diventi punto di riferimento per molti giovani all’interno e all’esterno della nostra comunità. Sports vari: box, tie tendo, volleyball, calcio ecc…sono già presenti. È un modo per coinvolgere i giovani che sono tanti….e perché no in futuro una società sportiva che abbia sempre un aggancio comunitario e formativo umano e spirituale? Vedremo, sono sogni… Tutto questo legato anche a un programma di educazione a tutti i livelli sia attraverso quello che è la Biblioteca Comunitaria Pambazuko che prevede programmi di coscientizzazione per le donne, per i bambini, per gli adulti illetterati. Insomma ce ne sarà da fare. Non vi nascondo che ci sono già problemi, ma rimettiamo tutto nelle mani di Dio!

 

·                    Rete delle équipes pastorali che lavorano negli slums

È una bellissima realtà oggi. Ci siamo incontrati 3 volte (praticamente ogni due mesi) e prossimamente ci riuniremo di nuovo per momenti formativi e per cercare insieme azioni comuni e locali da portare avanti anche nella sfera politica, con i dovuti canali e mobilitazioni. Questo network lo abbiamo iniziato prima che partisse Alex. Era un mio grande sogno da quando ero qui nel 92-96 e l’ho scitto nella mia tesi che ho elaborato prima di ripartire dal Kenya. È necessario sentirsi uniti e sostenersi tra chi lavora nelle parrocchie che hanno a che fare con la gente degli slums (2,5 milioni di persone). Ci ritroviamo con circa una trentina fra religiosi, laici, suore e volontari che desiderano portare cambiamenti per i poveri sfruttati nelle baraccopoli cercando di unirsi e di agire . C’è molto da fare: diritti umani, il problema terra, aids, alcolismo, prostituzione, educazione, case, acqua, ecc.. La lista si perderebbe all’infinito. Dobbiamo però essere concreti e tentare azioni di coinvolgimento della Chiesa locale, dei politici ma soprattutto della gente. Che senta davvero che questa lotta è loro e non dei missionari, dei volontari o di chi fa per loro ma senza di loro! Insomma ce n’è da fare!

 

Avrei molto da raccontare e da ringraziare il Signore e Alex e tutti gli amici che hanno permesso che questa esperienza di vita e missione potesse diventare parte integrante del nostro Istituto Comboniano ma soprattutto di vita condivisa con i poveri, non a parole ma con i fatti e con la vita. Scusami se sono lungo ma le cose da raccontarti sono tante e talmente dirompenti che faccio fatica a frenarmi. Mi fermo. Ho voluto condividere tutto ciò che costruisce oggi e qui la nostra vita, storia e umanità. L’eredità di Alex è davvero grandiosa. Noi insieme tentiamo di resistere, voi fate lo stesso lì…perché uniti e solidali è la risposta!!

E per finire ti mando una sintesi disordinata e provvisoria di alcune lezioni di vita di nostri cari maestri e apritori di strade nuove come lo sono stati Turoldo e Balducci (se non li conosci cerca testi che parlano di loro o loro scritti… sono certo che ti aiuteranno a far sintesi di vita!). Non sono regole ma lezioni che fanno ‘ammutolire’ il discepolo attento e desideroso.

Sono utilissimi anche a me proprio ora qui a Korogocho:

 

  1. Non calcolare, rischiare;

  2. Non cedere, credere;

  3. Non chiudere confini, aprire gli spazi dello Spirito, che sono gli spazi dell’uomo inedito che è dentro di noi, e del Dio nascosto nel suo cuore.

  4. Non disperare, sperare;

  5. Non intristire, godere l’amicizia;

  6. Non odiare, amare;

  7. Non rassegnarsi, lottare;

  8. Non raziocinare senza passione d’amore, lasciar parlare in noi anche poesia e profezia;

  9. Non reprimere la collera, esprimerla in forza costruttiva di impegno e servizio;

  10. Non restare soli, pregare;

  11. Non ripetere, pensare;

  12. Non servire i potenti, ma i deboli;

  13. Non tacere, parlare;

 

Con tanto affetto, amicizia e un grande sorriso!! Un abbraccio forte a te!

 

                                                                              p. Daniele

 

P.S.: Al Giubileo degli Oppressi 2 (5-15 settembre 2002) non posso venire ma mando te, mi raccomando! Quando due anni fa lo organizzammo con p. Mosè e tanti altri amici, lavorammo parecchio ma ci riempì di gioia incontrare una folla felice e soprattutto vedere le tante attività che quell’evento portò nella vita di tanta gente! Provaci anche tu! Sempre in solidarietà con tutti gli oppressi di questo meraviglioso ma assurdo mondo!

 

Il mio indirizzo è il seguente:

p. Daniele Moschetti

Comboni Missionaries

Kariobangi  Catholic Parish

P.O. Box 47714

NAIROBI – KENYA

combonikario@clubinternetk.com

 

Il numero di telefono della parrocchia è cambiato da due settimane:  00254/2/780430  (telefona il martedì, quando sono in parrocchia per il meeting pastorale con gli altri padri,  dopo le ore 13.00 locali, cioè un’ora legale avanti rispetto a voi!)

 

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