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Giuseppe, novizio comboniano, ci racconta come durante l'esperienza in Etiopia, presso un orfanotrofio del posto, abbia sperimentato le compassione di Dio ed il suo amore. Nel processo che costituisce la vita, ecco che le inquietudini si trasformano in straordinarie energie capaci di far fiorire nuovi cammini.

È possibile amare realmente se non siamo disponibili a farci amare?

Morire a se stessi per farsi raggiungere dall'amore

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Praticare una certa formula con cui si cerca, si crede, di amare - ognuno a modo proprio, senza perdere il controllo e la gestione su se stessi, sulla propria autosufficienza e chiusura, sui propri preconcetti, sulle  comodita' che ingabbiano - non è che un surrogato dell'amore. Perché, in effetti, puo' realmente una  dinamica che non mette in gioco in profondità, che non provoca e compromette, che non richiede un'apertura di fondo, spirituale anche, essere un amare autentico? 

Il lasciarsi amare, al contrario, richiede apertura, umiltà e docilità, ed obbliga a scoprirsi, a denudarsi, ad abbandonarsi fiduciosi a qualcun'altra/altro, a qualcos'altro che è simile ad un abbraccio liberante, di redenzione, di conversione alla vita. È in quell'abbandono, quando è lucido e consenziente, che è possibile sperimentare l'amore su noi stessi, quello libero e disinteressato, capace, come conseguenza, di renderci capaci di amare autenticamente. E' l'abbraccio d'amore che dona e fa sperimentare su sé stessi, se accolto, misericordia e compassione. Un simil abbraccio l'ho sperimentato in Etiopia, di un'intensità tanto forte da avermi fatto "virare": ben inteso, non credo che esperienze "estemporanee" seppur "forti", possano far cambiare la vita, semmai credo  ai processi, alle direzioni verso cui tendere, direzioni che, se perseguite con costanza, giorno dopo giorno ci trasformano. E credo altresì che nella vita, alcuni episodi, alcune esperienze, particolarmente capaci di "toccarci" in profondità -  di aprirci ad una luce (esterna?), di toccarci ed accarezzarci le ferite, e magari anche in parte di alleviarle, se non di risanarle - possano essere l'inizio, come una spinta improvvisa, leggera ma potente, di un processo di trasformazione. Credo sia la virata che parte dallo spirito

Esattamente 10 anni fa arrivai per la prima volta ad Addis Abeba, come volontario in un orfanotrofio per bambini sieropositivi, fu la mia prima esperienza africana: molto dura all'inizio - nonostante avessi già alle spalle numerosi viaggi ed esperienze di volontariato in Italia (tra tutte quelle in una comunita' di recupero ed in carcere minorile) e di volontariato missionario all'estero (America Latina, Medio Oriente, Balcani) - quella mia prima africana, fu certamente una delle esperienze più "impattanti" nella mia vita, ma ci vollero altre esperienze di quel tenore umano e spirituale, altri incontri provvidenziali ed importanti (siamo anche gli incontri che abbiamo avuto), insieme ad una buona dose di perseveranza, di costanza ed impegno, a consentirmi di proseguire nel cammino, nel processo che sto vivendo. Un processo di conversione. In ogni caso, fu anche a partire da quella prima esperienza africana che iniziai a decidere di decidere, cioè a decidere di giocarmi la vita, e non più di giocare con la vita, e, pochi anni dopo quella prima esperienza, che replicai costantemente negli anni successivi, decisi di lasciare un lavoro sicuro e tutto sommato "privilegiato" in una grande azienda di comunicazioni a Milano, e di rompere così apparenti monolitiche piccole certezze "borghesi" (lungi dall'essere il mio un giudizio sul "casa, lavoro, famiglia", come istanze di vita, perché, se vissute come "valori" in autenticità e consapevolezza, e con una discreta coerenza e testimonianza, credo siano nobilissime). Ad Asco - periferia estrema di Addis Abeba, e forse anche del mondo - in un orfanotrofio per bambini malati di Aids, in cui stetti per un mese, mi imbattei nella morte (nel senso che vidi bambini denutriti e sieropositivi morire): la morte - tanto nascosta dalla narrazione imperante in occidente, relegata a soli piccoli perimetri "lontani" e "nascosti"( almeno nel mondo pre-covid) come quelli di alcuni reparti ospedalieri o di case di cura -  in Etiopia mi si spiattello' addosso, come uno schiaffo improvviso, che prima mi tramorti', poi mi mise al muro. Ma, in effetti, quasi sempre va così, perche' caparbi ed ottusi come siamo (perdonatemi l'imprudente generalizzazione), il più delle volte è solo quando ci troviamo con le spalle al muro - magari per un lutto inaspettato o no, oppure per una malattia, od un inconveniente doloroso - che allora ci "arrendiamo", "ci abbandoniamo". Lì, ad Asco, non avevo scampo, non potevo scappare, non potevo modificare in nessun modo una realtà così dura, non potevo modificarla nemmeno nel mio pensiero, aggrappandomi, come credo di aver fatto in precedenza in America Latina od in medioriente a sovrastrutture  esterne, anche di ideali od ideologie politiche. Ero nudo: l'Africa, nella sua realtà "spietata" ma armonica e "vitale", mi aveva spogliato completamente. E, proprio allora, quando mi trovavo nel mio "punto" piu' fragile, nudo davanti ad una realtà così dura ma piena, così provocante ma concreta, cosi' reale e totalizzante nei sensi, nell'olfatto soprattutto (sollecitato com'ero, incessantemente - contemporaneamente - da profumi inebrianti e da odori stomachevoli), mi sentii amato, sperimentando compassione su di me. Fu un'esperienza affettiva, di puro amore. Mi pare occorra passare per la morte per risorgere a vita nuova, morire a se stessi per farsi raggiungere dall'amore. La fede cristiana è fondata su questo paradosso, a partire dalla passione. In Etiopia quel paradosso lo sperimentai. E fui testimone di una gioia per la vita che mai, prima di allora, avevo visto cosi' intensa, e mai, la vita, la vidi celebrare così gioiosamente, e proprio accanto alla morte. Di nuovo quel paradosso!  Fu un ricominciare per giocarmi la vita, e non più per giocare con la vita, a partire dall'amore che sperimentai su di me. Mi sentii amato intimamente; piansi molto, gioii ancor di più in quel mese. Le mie inquietudini, fonti straordinarie di energie che non fanno accomodare, non si placarono, ma si addentrarono in cammini di fioritura. Non vorrei andare oltre, senza alcuna pretesa, credo sia tempo di riassuntive risonanze, da condividere: l'amore è cammino che richiede una buona dose di pazienza, coraggio, apertura, voglia di mettersi in gioco e di buttarsi, dove contano le domande, non le risposte. Mi pare ne valga la pena, perché Il senso sta lì, nel rendersi disponibili all'amore, nel lasciarsi amare. E, proprio a partire da questa esperienza e disponibilità, cominciare a costruire, a spendere la vita insomma, su quella che è la cosa più grande: l'amore che sperimentiamo su di noi, per amare. Così che il nostro agire sia mosso da compassione. E' l’amore evangelico, quello che  può nascere solo dalla compassione tra noi, e' la buona notizia, la speranza della fioritura del nostro essere per  la definitiva consegna all’eternità. Con la speranza di entrare nel cuore della morte e scoprire che è un varco di Resurrezione.

Segnare un cammino, non un orizzonte, perché è lo stesso camminare che ci fa scorgere nuovi orizzonti. Sara' cammino esigente ma fecondo e rigenerante. C'è da crederci." In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati"(1Gv 4,10)

23/07/21, Comunità Monastica di Bose ad Ostuni

Giuseppe L. Mantegazza 

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