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Lettera di p. Davide De Guidi dal Mozambico.

“Una luce appare all’orizzonte...”

Cari/e amici/che,

è da molto tempo che vi penso e che desidero scrivervi, ma ho pensato di aspettare, di assaporare questi giorni di grazia e di luce che ci dona il figlio amato del Padre nel tempo di Natale.

Dopo sei anni di pastorale in Italia soprattutto con i giovani, mi ritrovo qui in terra africana e mi accorgo che non sono più quello della prima esperienza fatta qui in Mozambico. Il primo segno chiaro è che vi porto nel cuore. I tanti incontri, volti, riflessioni, esperienze di vita vera che ho condiviso con voi, sono rimasti nel profondo del mio cuore e nei momenti opportuni si riaccendono dando luce e calore. In questo devo dirvi grazie e vi sono riconoscente perché la missione per essere vera è sempre esperienza di comunità, una comunità che abita anche dentro il nostro spirito. In questo è lodevole riconoscere come il buon Dio ha la capacità di farci rinascere in ogni angolo della terra, come Lui ci ricorda in ogni Natale.

Ora ricevendo i vostri cari auguri, sono grato a voi e vi ringrazio di cuore perché in terre lontane sentirsi ricordati è sempre un tocco della SUA luce che ci riscalda il cuore. In un vostro augurio c’era scritto: “C’è un tempo in cui bisogna abbandonare i vestiti usati, che già hanno la forma del nostro corpo e dimenticare i nostri cammini che portano sempre agli stessi luoghi. È il tempo dell’attraversare e se non osiamo farlo potremo rimanere fermi per sempre ai margini di noi stessi” (Fernando Pessoa).

E in questi giorni in cui abbiamo l’opportunità di ricevere una “luce che viene dall’alto”, mi sto accorgendo che non è sufficiente aver lasciato vestiti, luoghi familiari, la propria terra, i propri affetti e i propri cari per vivere la propria chiamata. Non basta avere il coraggio di “lasciare”, ma mi è chiesto ora di accogliere ciò che non pensavo, non programmavo, non chiedevo, ma che è parte di un sogno che la provvidente mano di Dio ha posto nel mio cammino e di ognuno di noi. A volte mi sembra di essere un povero mendicante in cerca di vita, e Lui me la dona spezzandola ogni giorno in tanti modi. Me l’ha indicata in questo avvento con il profeta Isaia che proclamava: “È alle porte il consolatore, è finito il tuo lutto”.

Parole che collegate alla vita che sto vivendo, le ho sentite vere in quel povero papà che alla vigilia di Natale mi ha chiesto di celebrare il funerale della sua figlia e della sua creatura che portava in grembo, vite spezzate proprio nel momento del parto. Questo povero padre di nome Amos, alla fine della celebrazione ha avuto il  coraggio di ringraziare i presenti che hanno condiviso il suo lutto dicendo: “Oggi è il compleanno di mia moglie (nascita), mentre mia figlia e mia nipote oggi rinascono per non morire più. Ora ciò che mi consola e che mi fa uscire dal lutto è  grazie proprio a Colui che celebreremo questa notte santa, in cui ogni morte si trasforma in speranza e certezza che la vita, la luce dall’alto avranno il sopravvento, ora nello spirito che ci è dato, un giorno nella certezza della realtà”. Amos, un papà, un uomo segnato dal dolore ma non schiacciato da esso perché ha maturato una fede così grande da smuovere le montagne.

Questo annuncio di Isaia “non temere, viene a te il consolatore” l’ho percepito anche nel volto di una povera giovane mamma che teneva teneramente tra le sue braccia il suo tesoretto (vedi foto sopra), un piccolo bambino di 5 mesi con un grave malformazione alla testa (macrocefalia). I dottori avevano tentato tutto, ma poi si sono rassegnati, l’hanno dimesso e le sorelle di madre Teresa di Calcutta mi hanno chiamato per celebrare il battesimo prima che chiudesse gli occhi. Ora dopo essere ritornato dall’Italia, dove ogni battesimo è festa, almeno per chi sa accogliere la benevolenza di Dio che ci riconosce Figli nel Figlio, mi sembrava strano trovarmi a celebrare la vita di Dio in quel corpicino dove la vita era già segnata. Quel povero bambino di nome Cesare (la sua fragilità mi ricordava il fragile bambino di Betlemme), era lì con gli occhi tenui che già faceva fatica ad aprirli, abbandonato tra le mani di quella povera mamma che senza accorgersi stava adorando il suo piccolo come Maria, quel piccolo che sembrava essere il tutto per lei.

Così mi sono sentito graziato e grato al Signore per avermi chiamato a consegnargli il sigillo del suo amore con il battesimo, proprio a questo piccolo volto di Gesù, il primo dopo il ritorno in Africa. Dicevo alla mamma: “Oggi il Padre proclama al tuo piccolo: “Tu sei il mio figlio amato, in te mi sono compiaciuto di donarti la mia vita per sempre”. Al papà mi è nato spontaneo dirgli: “Tra quelli angeli che proclamano la venuta del Salvatore quest’anno sono certo che tra loro c’è il tuo piccolo Cesare che ti invita a rallegrarti per il dono della vita che gli avete consegnato e che per sempre sarà grato per questa vita ricevuta, che sebbene qui in terra è stata breve, tra le braccia del Padre si apre nell’orizzonte dell’eternità“.

L’avvento è anche l’allegria dell’incontro. Così il Signore mi ha fatto la grazia di poter rivedere le missioni dove ero stato, Chipene ed Alua. Una gioia vedere i volti dei miei parrocchiani, meravigliati perché sono ritornato in Mozambico. Visitando le loro case semplici di paglia, salutando un gruppo di donne che stavano pilando il grano, nel vedermi si sono messe a danzare di gioia con gli strumenti di lavoro tra le mani. Gioie semplici ma altrettanto profonde, nel sentirsi che il buon Dio ci ha graziati nel volerci bene.

I poveri ci sono maestri di vita e di umanità, spesso senza accorgersi. In questo sono fortunato di essere qui alla loro scuola. Ed ecco che una povera famiglia proprio della missione di Chipene (300 km da Nampula), dopo alcuni giorni, mi ha cercato qui a Nampula, perché il loro piccolo era gravemente ammalato. Avevano speso tutto per curarlo ma senza esito. Quel giorno io ero in altre comunità della parrocchia, ma il responsabile, ascoltando quel grido di aiuto, dopo l’eucarestia ha radunato la comunità e ognuno ha dato un contributo per aiutarli e prendersi cura di loro.

Così il giorno dopo siamo andati a visitarli all’ospedale, ma il caro bambino di nome Pasquale era già andato a celebrare il Natale e la Pasqua nelle braccia del Padre. I nostri cristiani hanno voluto prendersi cura del piccolo Pasquale per la sepoltura. Lo hanno lavato con cura e avvolto in un panno. Arrivati al luogo della sepoltura, gli addetti ai lavori non avevano preparato nulla, abbiamo aspettato due ore pregando insieme con la povera famiglia che non aveva parole per ringraziarci. Mi sembrava il Natale che si rinnovava: non c’era un posto preparato, erano in viaggio e hanno trovato nei nostri cristiani quegli “angeli” che il vangelo ci richiama.  Alla fine i nostri cristiani hanno voluto pagare il viaggio di ritorno a quei poveri genitori provati per poter ritornare a casa. Si sono anche impegnati promettendo che sarebbero ritornati per il terzo giorno dove era deposto per pregare per lui, come è di consueto e così è stato. Così loro mi hanno spiegato con la vita quelle parole straordinarie di Maria: “Sì, sono la serva del Signore, avvenga in ME secondo la tua parola”, una parola che crea ogni volta che incontra un . I genitori del piccolo Pasquale ritornati a casa raccontavano a tutti l’amore ricevuto e la tenerezza che Dio aveva riversato su di loro attraverso la comunità cristiana. Sembravano i pastori che ritornavano da Betlemme.

Il Natale l’ho vissuto come lo desideravo: nella semplicità, con gli ultimi che sono abbandonati nelle strade o che vivono solitudini. Due giorni prima avevo celebrato un matrimonio. Gli sposi dalla felicità e dal loro buon cuore mi avevano offerto un capretto. Abbiamo deciso di condividere questo dono per il pranzo di Natale. Lo abbiamo messo in “tavola” (che non ci sono) per sfamare 300 bocche. Tutti erano felici, magari alcuni avevano ricevuto soltanto gli intestini, ma almeno hanno potuto sentirne il gusto o assaggiarlo (mancava la testa del capretto, perché un nostro caro cristiano, generoso e buono, non ha resistito a metterla in una borsetta di plastica e cuocerla a casa sua, ma lo abbiamo perdonato).

Poi, nel tardo pomeriggio, con i giovani della parrocchia sono andato a trovare le bambine orfane accolte dalle missionarie comboniane (sono circa sessanta con la presenza di una giovane laica italiana che dopo il Gim ha deciso di donare con gioia e gratitudine al Signore sei mesi della sua vita a loro, una vera luce di Natale e un esempio da imitare cari giovani). È bastato un abbraccio di pace e di gioia per renderle felici e condividere la gioia del Natale. Un Natale come lo desideravo da tempo.

L’anno nuovo è iniziato invocando la pace, chiedendola con coraggio e impegno alla cara madre di Dio e del caro popolo qui presente. Qui il 4 ottobre scorso nel giorno dell’accordo della pace (25°) ci hanno tolto il nostro caro Mahamudo Amurane, sindaco amato della città, un martire della democrazia e della rettitudine. Egli non accettava nessun interesse personale e svelava ciò che non andava. Ma chi non ama essere scoperto nella sua illegalità e non vuole la giustizia lo ha voluto togliere.

Alla fine però chi ha provocato questo gesto criminoso ha fatto sì che il suo nome rimarrà per sempre nel cuore non solo della città, ma dell’intero popolo mozambicano. “Le tenebre non hanno vinto la luce”. Con Amurane molte cose stavano cambiando. Ora è tempo di non lasciarci prendere dalla paura e dalla rassegnazione, per cui siamo impegnati a preparare le elezioni del 24 gennaio per il nuovo eletto con i nostri cristiani che saranno presenti nelle votazioni, perché tutto sia regolare. Amurane era stato anche un buon catechista e un vero discepolo e martire di Gesù, come S. Stefano. Quanto accaduto ci ricorda che il nostro impegno quotidiano è di lottare con coraggio, con l’arma della tenerezza e la forza del Vangelo che sa cambiare la storia in tempi lunghi.

Signore tu sai che molte realtà e situazioni non descritte qui, richiedono il cuore e la vita per riorientarle in cammini di speranza. I tanti gesti e la bontà di cuore di chi ho incontrato, mi hanno fatto nascere la speranza che la vita che viene a noi in tanti volti e storie, è alla fine la tua storia Signore, il tuo volto, il tuo essere l’Emmanuele, che chiede di essere riconosciuta nei poveri. Un giorno saranno essi che ci apriranno le porte della vita e ci riconosceranno. Qui ora per assaporare la vita c’è un cammino da intraprendere: accoglierla, non giudicarla se prima non l’hai amata intensamente in loro e in Lui.

Grazie di cuore a tutti voi che state sostenendo le opere e la presenza missionaria in terra mozambicana, con la preghiera l’affetto e la condivisione; senza di voi sarebbero difficili tanti segni di speranza e di vita.

Un grazie per chi sta sostenendo anche il progetto missionario del piccolo Jonathan che permette a tanti bambini denutriti, senza risorse familiari e ammalati gravemente di essere salvati e operati (vedi le due ultime foto).

Ora quella luce di Natale ci è donata in ogni istante, sta a noi accenderla in chi incontriamo e permettere che altri possano accenderla in noi. Forse questo ultimo passo è più difficile ma non impossibile a te, Signore della vita.

Buon cammino sulla scia della Sua luce e un fecondo anno nuovo, carissimi\e.

Con affetto e riconoscenza, uniti nell’onnipotenza della preghiera come ci ricordava il Comboni.

p. Davide

 

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