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La testimonianza del martirio del popolo sud-sudanese.

I martiri umanizzano il mondo

Lettera di p. Christian Carlassare da Moroyok (Juba), Sud Sudan

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“Il nostro timore più grande si è realizzato”, ha detto Sergio Tissot della FAO il 22 febbraio scorso, “molte famiglie hanno esaurito le loro risorse per sopravvivere”. A seguito dell’allarme lanciato dall’ONU, il governo ha confermato che il paese si trova di fronte all’emergenza della fame perché buona parte della popolazione non ha accesso a beni di prima necessità e al cibo. A rendere la cosa più triste è la coscienza che questa situazione non è provocata da una carestia o da un flagello naturale, ma dalla mano dell’uomo.

Infatti, non si tratta di una crisi cominciata giusto ieri, ma è la conseguenza prevedibile del conflitto che divide il Sud Sudan ormai da più di tre anni. Si tratta di un conflitto interno dove diverse comunità locali si trovano oppresse e in opposizione a chi detiene il potere. Gruppi armati di diversa estrazione hanno messo il paese a ferro e a fuoco. Circa cinque milioni di cittadini – quasi la metà della popolazione – hanno dovuto abbandonare le loro case: tre milioni sono sfollati all’interno del paese tra cui circa cinquecentomila vivono nei campi di protezione dei civili gestiti dall’ONU, mentre un milione e mezzo sono rifugiati nei paesi confinanti, Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Congo e Centrafrica.

Il conflitto non ha permesso alla popolazione di coltivare. In molte aree, gli allevatori hanno perso il proprio bestiame. In alcune aree del paese la popolazione puó solo contare nei tuberi che possono raccogliere nella palude e i pesci che riescono a pescare. Nelle città la popolazione è sotto il torchio di una grave crisi economica e una svalutazione della moneta dell’800% che non permette loro di comperare prodotti alimentari di prima necessità poiché sono diventati troppo costosi per le loro povere casse. L’ONU ha stimato che circa metà della popolazione soffre la fame, tra di essi un milione di bambini sono denutriti e circa 100.000 sono praticamente condannati a morire di fame.

“Una voce che grida del deserto”, così i vescovi del Sud Sudan hanno intitolato il loro ultimo messaggio pastorale pubblicato il 23 febbraio scorso. “Nonostante gli appelli di più parti a fermare la guerra, continuano in tutto il Paese le uccisioni, gli stupri, gli sfollamenti forzati, gli assalti alle chiese e le distruzioni di proprietà” denunciano i vescovi. “Nonostante il conflitto dovrebbe essere contenuto tra le forze di governo e quelle di opposizione, in realtà questi gruppi militari si accaniscono contro i civili su basi etniche.” I vescovi continuano: “Siamo preoccupati perché alcuni elementi del governo sembrano essere sospettosi a riguardo della Chiesa e sembrano passare il messaggio che la Chiesa sia contro il governo. Ribadiamo che la Chiesa non è contro nessuno, né il governo né l’opposizione. Siamo piuttosto per il dialogo, la pace, la giustizia, il perdono, la riconciliazione, la legalità e il buon governo. Siamo invece contro le violenze, le uccisioni, gli stupri, le torture, i saccheggi, la corruzione, il tribalismo, la discriminazione, l’oppressione e siamo pronti a denunciare chiunque le pratichi.”

Il Sud Sudan sta vivendo una situazione molto frustrante. Le istituzioni sono confuse. Le organizzazioni internazionali e l’ONU non sanno cosa fare. Gruppi armati sembrano fuori controllo. La popolazione è messa in croce, soprattutto quella parte che è più esposta e indifesa. Non esistono scappatoie. O si ribella usando gli stessi mezzi di chi opprime e finisce col disumanizzare ancor di più il paese. O accetta questo martirio di tutti i giorni finché riesce a sopravvivere senza rendere male per male, anzi, continuando a coltivare il sogno, nonostante i torti ricevuti, di una società umana dove c’è posto per la solidarietà e il bene.

Questo è il martirio dei poveri che si manifesta tutti i giorni. A loro appartiene il Regno di Dio. A loro tocca il compito di umanizzare la nostra società.

In questa situazione allora rileggo la parabola del buon pastore come se avesse preso carne: pecore, lupi, pastori di mestiere come mercenari. Ci sono anche varie voci che gridano: “Al lupo, al lupo!” Ma che fare? Dove andare? Il buon pastore si fa presente nella vita di tanta povera gente che ha perso tutto ma non la propria figliolanza: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo”.

Buon cammino di Quaresima,

p. Christian Carlassare, Moroyok (Juba) 

 


 

Una martire che parla di tanta gente fatta martire ogni santo giorno

Suor Veronika Theresia Rackova era nata l’8 gennaio 1958 in Slovacchia. Nel 1987 aveva emesso i suoi primi voti nell’istituto missionario delle serve dello Spirito Santo, e nel 1994 i voti perpetui. Aveva seguito gli studi per diventare medico e si era specializzata in medicina tropicale. Aveva lavorato come missionaria in Ghana fino al 2004. Dal 2004 al 2010 era stata chiamata a servire il suo istituto come superiora provinciale della Slovacchia. Nel 2010 era stata chiamata a fondare la nuova missione di Yei (Sud Sudan) e ricoprire il ruolo di medico e direttrice della clinica diocesana. Suor Veronika è sempre stata una missionaria entusiasta, gioiosa e generosa.

La sera del 15 maggio 2016 Suor Veronika era stata chiamata in ospedale per una chiamata di emergenza. Dopo essersi presa cura di questo paziente molto grave, si era messa in strada con l’autoambulanza per rientrare a casa. Era mezzanotte ed è stata attaccata da un gruppo di militari che le hanno sparato vari colpi ferendola gravemente all’addome. Ricevuto soccorsi il 16 maggio i medici tentarono due operazioni nella clinica di Yei ma poi si decise che fosse trasportata all’ospedale di Nairobi per essere sottoposta a una chirurgia più delicata. Nonostante tutti i tentativi dei medici, Suor Veronika è morta il 20 Maggio 2016.

Aveva scritto: “Perché non lascio il Sud Sudan nonostante le violenze? Perché Gesù non ha mai abbandonato la sua gente fino ad accettare anche la morte per amore loro. Non posso lasciare la gente che amo”.

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