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Lettera dall'esilio

Lettera di suor Lorena Ortiz dall'Uganda, dove è ora in esilio con il popolo del Sud Sudan.

Uganda, 12 febbraio 2017

Care amiche e amici, vi scrivo per aggiornarvi sulla mia/nostra missione in Sud Sudan. Vi scrivo dall’Uganda, dall’esilio dove siamo col nostro popolo del Sud Sudan. Le ragioni? La cosa viene da lontano, ma in breve vi dico che prima di Natale c’erano rumori di guerra tra i soldati dell’opposizione al governo(SPLA/IO)  e quelli del governo (SPLA). Per circa un mese, abbiamo visto centinaia di persone partire verso il confine con il nord Uganda, dove ci sono diversi campi profughi, camminavano tanti km sotto il sole portando i bambini e il peso dei loro beni. Ci chiedevamo che Natale avremmo vissuto, poi abbiamo celebrato il Natale e capo d’anno nella gioia e nello stesso tempo nella gente rimasta percepivamo tensione e paura.

Dopo questi eventi noi suore siamo partite per Nairobi, come previsto, per il ritiro e l’assemblea annuale. Mentre eravamo a Nbi  ci è giunta la notizia che in una delle cappelle della parrocchia c’era stato un attacco e sei civili persero la vita, incluso un catechista. Al nostro ritorno da Nbi abbiamo incontrato diversi dei nostri parrocchiani sul confine tra Uganda e SS; volti stanchi, sofferti e stressati, ci hanno detto che non si sentivano sicuri là e che tutta la gente stava lasciando l’area. La gente è fuggita con tutti i loro beni, hanno camminato tanto, portato pesi come hanno potuto, dormito qualche notte sui bordi della strada e poi, arrivati al confine hanno dovuto attendere ancora per diverse ore per essere registrati e assegnati dalle Nazioni Unite ad un campo, mi sembravano pecore senza pastore ed è stato molto triste vedere la nostra gente così. Ho visto molti autobus dell’UNHCR che dal confine partivano in continuazione verso i campi con le persone e partivano anche dei camion strapieni con le loro appartenenze: contenitori per l’acqua, materassi, sedie, tavolini, pentole, insomma ciò che la gente possiede.

Dopo il confine abbiamo continuato il viaggio per raggiungere la nostra missione e lungo il cammino ho visto capanne chiuse col lucchetto, villaggi e pozzi vuoti senza donne che raccoglievano l’acqua, cortili senza bimbi che giocavano, non c’erano più i giovani che passeggiavano o che giocavano football; sulla strada ho visto ancora gente in cammino, andavano via: uomini sudati, con la polvere rossiccia attaccata sul viso e sui vestiti, stanchi e affaticati cercando di trasportare in moto o biciclette stracariche i loro animali, sacchi, scatole, tutto ciò che potevano.

Quella prima notte del nostro ritorno ho sentito tanto silenzio, ho sentito i cani ululare come se piangessero l’assenza dei loro padroni. Al mattino presto non c’erano più galli ad annunciare l’alba. Nel terreno della missione, le persone più vulnerabili attendevano di essere aiutate a raggiungere il confine con i loro beni: questi erano donne incinte, persone con disabilità, anziani, ammalati, questi sono stati aiutati in modo speciale. Noi li abbiamo visto e abbiamo parlato con loro, e io pensavo ai poveri di Jahvé, a quel resto del popolo d’Israele che sperava solo in Dio la loro liberazione e la loro salvezza. Una ragazza disabile mi è venuta incontro, mi tirò con forza da un braccio e mi abbracciò, poi mi offrì un pezzo di canna da zucchero, un altro ragazzo con ritardo mentale mi chiamò al suo posto dove era seduto per terra e m’invitò a mangiare un pezzo di patata dolce. Gesti di dolcezza e di accoglienza, quelli di guerra non se ne intendono, e nemmeno di lotte tribali, vivono in maniera spontanea e semplice … e ho chiesto al Signore di rendere il mio cuore semplice come il loro.

Noi missionari/e restiamo con la gente anche in situazioni di pericolo, consci che la nostra vita è già stata donata a Dio. Fare causa comune con i popoli tra cui viviamo è parte importante dell’eredità che Daniele Comboni ci ha lasciato, è profezia all’insegna della povertà e della fratellanza universale, perché per Dio non esistono vite umane più preziose di altre. La nostra gente è partita tutta, nella missione siamo rimasti noi famiglia comboniana senza popolo. La gente ci ha avvertito di andare via anche noi perché in qualsiasi momento si prevede uno scontro armato, ci hanno anche chiesto di non abbandonarli nei campi, di andare a trovarli e a pregare con loro. Come equipe pastorale abbiamo chiesto a Dio sapienza, e tra di noi abbiamo dialogato; alla fine abbiamo deciso di partire il lunedì 6 febbraio verso la comunità comboniana più vicina, nel nord Uganda; zona dove ci sono i campi. Vorremmo offrire un servizio pastorale ai nostri parrocchiani e accompagnare questa esperienza di esilio, che è esilio anche per noi.

Se avete pazienza di continuare a leggere, c’è una seconda riflessione sull’esilio. Vi abbraccio Lorena Ortiz.

II – Esilio: tra deprivazione ed opportunità

Dio sia benedetto, faccio memoria della Parola Divina che oggi e mi aiuta a leggere questo nuovo contesto di “esilio”:

Deut8, Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi do, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri. Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi.

Esilio è una parola carica di significato teologico, nella tradizione biblica è importante la dinamica:

          uscire = esodo        esperienza del deserto = esilio      entrare nella terra = ritorno

L’uscita avviene nella fretta, nell’angoscia, nella paura, nell’inconsapevolezza di ciò che sta avvenendo. Il tempo è limitato e si cercare di salvare il più possibile, si vuole portare con se ciò che ci sembra importante per la vita. Si è impegnati nei beni e alla mente sfugge la chiara consapevolezza dell’uscita. Da cosa veramente stiamo uscendo,quale passaggio sta avvenendo nel cuore e quale cambiamento è necessario nella vita?, che cosa è necessario veramente lasciare dietro affinché il nuovo spunti? Nell’inconsapevolezza c’è il rischio dell’automatismo: nella nuova terra tendere a riprodurre la rutine di prima, voler adattare il  vecchio al nuovo, voler riempire lo scarto tra l’uscita e l’ingresso nella nuova terra con una immaginaria continuità che non c’è.  Nell’uscita il passaggio è drammatico ed è necessario sentire il proprio cuore e riflettere su ciò che sta avvenendo, ci vuole lucidità di mente e di cuore per cogliere ciò che è stato, perché non c’è vero ritorno/ ingresso nella terra senza esperimentare il travaglio dell’uscita! Non è possibile generare un nuovo modo di vivere senza esperimentare la deprivazione, senza riconoscere che nel vecchio ordine l’amore è stato tradito e così la vita non può prosperare. L’esilio non è l’automatico trasferimento da una regione ad un’altra o da un regime politico ad un altro. Esilio è la situazione interiore del nostro cuore, della nostra umanità che non sa più stare insieme in modo armonico. Esilio è la condizione di ciascuno di noi quando non ci riconosciamo più nell’altro. Esilio è quando il Kuku misconosce il Dinka, quando il Dinka disprezza il Nuer, quando il Nuer sminuisce il Shilluk, quando il Costarricano sottovaluta il Nicaraguense. Quando il sentimento profondo di appartenenza ad una sola umanità viene  infranto è esilio!.

Quando ciascuno di noi a suo tempo si è sentito oppresso e presto si è convertito in oppressore degli altri è esilio. Esilio è frammentare l’unità originaria del genere umano ed affermare la propria identità individuale o etnica a scapito dell’unità più grande.

L’esperienza del deserto è l’opportunità di un nuovo apprendistato: Dio guida il suo popolo nel deserto e lo mette alla prova, “per sapere quello che ha nel cuore”, l’esilio/ deserto, è la condizione di possibilità per re imparare il buon vivere. Nell’esilio Dio ri-educa il nostro cuore affinché possiamo re imparare ad amare, a stare insieme in armonia, a  riconoscerci nell’altro come appartenenti alla stessa famiglia umana. Nell’esilio non siamo solo vittime innocenti di un carnefice o del dittatore di turno, ma riconosciamo di essere al tempo stesso la causa del proprio esilio; perché il nostro cuore non sa amare, perché non sappiamo più curare la vita e le relazioni;  perché siamo schiavi dei nostri idoli e credenze, perché Dio non è più al centro della nostra vita. Il comandamento più importante: “amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze” e al prossimo come te stesso … aggiunse Gesù. Vuol dire che al centro della nostra vita non c’è la paura agli stregoni o ai demoni, e nemmeno agli eserciti che possono uccidere il corpo; ma c’è l’amore che caccia via il timore. Esilio è essere presi dalla paura della morte come se non avessimo un Dio Salvatore, è vedere nell’altro una minaccia invece di un fratello/sorella, esilio non è solo smarrimento dell’ordine logistico e delle cose, è soprattutto lo smarrimento del cuore, è smarrimento del gusto del buon vivere, della sapienza,dello stare in comunità.

Ingresso nella terra/ritorno: il Signore tuo Dio sta per farti entrare in un paese fertile: paese di torrenti, di fonti e di acque sotterranee che scaturiscono nella pianura e sulla montagna; paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele; Mangerai dunque a sazietà e benedirai il Signore Dio tuo a causa del paese fertile che ti avrà dato. Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio. Guardati  dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze.

L’ingresso nella terra non è scontato, entrare è tanto drammatico quanto uscire. È necessaria la consapevolezza della gratuità del dono ricevuto che è da scoprire e da valorizzare. Vantarsi delle proprie forze o inorgoglirsi crea delle pretese che se non soddisfatte, generano mormorazione e rifiuto di ciò che si trova, rivendicazione dei propri diritti e affermazione di se, questo impedisce di benedire il Signore, e porta a dimenticarlo.

Nella terra della promessa si entra come ospiti, con l’umiltà di chi accoglie un dono, si entra con la consapevolezza di dover imparare a vivere bene con tutti, ad amare e a riconoscere Dio e l’altro … così sia!

Un abbraccio nell’Eterno, Lorena Ortiz

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