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INSIEME SI PUÓ SOGNARE - GIM DICEMBRE VENEGONO

Mc 3,20-21;31-35

 
 

Il Vangelo di Marco è indubbiamente il più antico di tutti (64-70). E‟ talmente antico, e questo scandalizzava, che ha l’annuncio della risurrezione del Cristo, ma, unico tra i Vangeli, non riporta le apparizioni del Cristo risorto.

E questo scandalizzava al punto che la comunità cristiana primitiva aggiunse ben tre conclusioni al finale dell’evangelista. Questo è un Vangelo che, essendo il più antico, presenta forse in maniera un po’ aspra, brusca, il messaggio di Gesù, senza quegli inevitabili compromessi e diplomazie che la comunità cristiana poi si troverà a fare per il quieto vivere. Per esempio è l’unico che ci presenta il rapimento di Gesù da parte del clan familiare, perché, madre compresa, pensano che Gesù sia andato fuori di testa.

È l’unico evangelista. Matteo riporta l’episodio in maniera più soft, e addirittura Luca ne fa un commento elogiativo.

Non solo scandalizza il contenuto di questo Vangelo, ma scandalizza ancora di più quello che l’evangelista vuole esprimere.

È l’unico Vangelo nel quale la parola “legge” non compare mai. Volutamente. A volte l’evangelista fa delle acrobazie per evitare il termine “legge”. In un mondo in cui il rapporto tra Dio e gli uomini, attraverso la figura di Mosè, era improntato sull’osservanza della Legge (la Legge è talmente importante che si diceva che Dio l’avesse creata prima dell’umanità), ebbene, l’evangelista ignora il termine “legge”.

Perché Marco è stato tra i primi a farci scoprire la buona notizia di Gesù, la buona notizia di un Gesù che ci manifesta un Dio-Amore, e ha compreso la profonda verità, che svilupperà nel suo Vangelo, che l’amore non può essere espresso attraverso delle leggi, ma soltanto attraverso delle opere che comunicano vita.

Abbiamo detto che Marco è l’unico evangelista che, nella sua crudezza, ci riporta a un episodio che non smette di scandalizzare, al punto che, specialmente in passato i traduttori cercavano di attenuare le espressioni di Marco.

Vediamo allora di capire cos’è che l’evangelista ci vuol dire. Vediamo l’antefatto.

Nel capitolo 3 di Marco, c’è la rottura di Gesù con la sua famiglia.

L'aggiunta da parte di Marco dei vv. 20-21, dove l'atteggiamento della famiglia di Gesù è accostato a quello degli scribi (vv. 22-30), conferisce all'episodio dei vv. 31-35 una nota molto più polemica che nelle versioni di Matteo e di Luca (cf. Mt 12,46-50; Lc 8,19-21). Per quale ragione Marco tratta così duramente non soltanto la madre di Gesù, ma anche l'insieme dei suoi familiari? Forse la situazione storica degli anni che precedono la redazione del Vangelo può fornire alcuni elementi di spiegazione. A quell'epoca, attorno agli anni sessanta, la chiesa madre di Gerusalemme sembra sia stata presieduta da Giacomo, fratello del Signore. Non è Giacomo l'apostolo, fratello di Giovanni (entrambi figli di Zebedeo, cf. 3,17). Il Giacomo in questione è quello che Paolo chiama il "fratello del Signore" (Gal 1,19), citato negli Atti degli Apostoli (At 12,17; 15,13). Si può allora ipotizzare che ci fosse la tendenza all'instaurazione di una sorta di successione dinastica: un membro della famiglia di Gesù non poteva non avere un posto privilegiato all’interno delle prime comunità cristiane! Tale ipotesi trova conferma se si prende la testimonianza di Egesippo, cristiano palestinese che visse alla fine del II secolo: questa testimonianza (citata da Eusebio nella sua Storia ecclesiastica, scritta all'inizio del IV secolo) riferisce che Giacomo, fratello del Signore, soprannominato "il Giusto", fu anche lui messo a morte nel 66 (dato che trova conferma nell'opera di Giuseppe Flavio, lo storico ebreo, che colloca il martirio di Giacomo nel 63). Egesippo aggiunge: "Dopo che Giacomo 'il Giusto' fu martirizzato per aver commesso lo stesso reato del Signore, fu designato vescovo per unanime consenso il figlio di suo zio, Simeone, figlio di Cleopa, che era un secondo cugino del Signore". Una storia di eredità in qualche modo: chi sono gli eredi autentici di Gesù? È l'eredità spirituale che conta (i discepoli) o il vincolo del sangue che è decisivo (la famiglia di Gesù)? È la domanda alla quale Marco tenta di rispondere in 3,20-21.31-35: qual è la vera famiglia di Gesù?

Si è visto quanto la sua risposta sia categorica. Probabilmente la storia della chiesa primitiva, così come abbiamo cercato di ricostruirla a partire da un piccolo episodio, spiega, almeno in parte, una presa di posizione così netta. Per Marco, che scrive attorno agli anni settanta, era indispensabile "mettere i puntini sulle i" e non permettere che si installasse nella chiesa una dinastia familiare, che sarebbe stata agli antipodi dello spirito dell'Evangelo stesso. Questo orientamento evoca un'affermazione di Paolo: "Se anche abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne (oppure: alla maniera umana), ora non lo conosciamo più così" (Cor 5,16).

E comunque, questo pericolo c’è stato e c’è ancora, basta guardare la storia della Chiesa, niente di nuovo sotto il sole, direbbe qualcuno. Il discorso di Papa Francesco ai membri della Curia Romana, il 22 Dicembre scorso, sembra parafrasare le parole di Gesù, soprattutto quando il Papa elenca le malattie che affliggono la struttura curiale, dove c’è anche il pericolo di sentirsi superiori agli altri perché più vicini al Vicario di Cristo! (Sentirsi immortale; di divinizzare i capi).Invece è lo Spirito il vero protagonista della vita della Chiesa, che porta l’armonia e favorisce il discernimento all’interno della comunità cristiana.

 

Però c’è un’altra ragione che portano l’evangelista Marco a insistere su questo episodio.

Gesù è l’espressione visibile di un Dio invisibile; Gesù è Dio; in Gesù si manifesta la divinità di un Dio fatto uomo. Ebbene, questo Gesù che non trova problemi o resistenze quando incontra i peccatori, quando si dirige ai miscredenti, quando ha relazioni con le persone al di fuori della legge, da subito, ha dei gravissimi problemi con i massimi rappresentanti dell’istituzione religiosa.

La prima volta che i massimi rappresentanti dell’istituzione religiosa, che nel Vangelo vengono chiamati scribi – gli scribi sono i teologi ufficiali del magistero – si incontrano con Gesù, non è che capiscono di trovarsi davanti la manifestazione di Dio, non è che dalle parole di Gesù capiscono che Gesù è veramente la parola di Dio, infatti, quando Gesù parla loro, dicono: “Bestemmia!”

Quindi il primo incontro, o meglio il primo scontro, tra l’istituzione religiosa e Dio, è che per l’istituzione religiosa Gesù, che manifesta Dio, è un bestemmiatore. Accusare Gesù di bestemmiare non è un semplice rimprovero, ma significa che è meritevole della morte. Allora l’evangelista ci fa capire subito che tra Dio e l’istituzione religiosa c’è assoluta incompatibilità.

L’uno esige la distruzione dell’altro: o Dio o l’istituzione religiosa! Insieme non possono sopravvivere.

E Gesù non fa nulla per evitare queste accuse. Gesù trasgredisce pubblicamente quel comandamento che - così si credeva – Dio stesso osservava in cielo: il riposo del Sabato. Per la trasgressione di questo unico comandamento, che equivaleva alla trasgressione di tutta la Legge, era prevista la pena di morte. E siamo appena al capitolo 3, quando Gesù trasgredisce questo comandamento per dare vita a un uomo che non l’aveva, farisei ed erodiani escono dalla sinagoga e decidono di ammazzare Gesù.

Ebbene, Gesù di fronte al rifiuto delle autorità religiose, compie un’autentica pazzia: rompe con il suo popolo. Sapete che il popolo di Israele era raffigurato dalle 12 tribù, ebbene Gesù elegge lui dodici discepoli in rappresentanza delle dodici tribù. Una maniera per significare che il vecchio popolo è finito, è stato infedele all’alleanza, il nuovo vero popolo di Israele, il popolo dell’alleanza con Dio, è quello che segue Gesù.

Questa è un’autentica pazzia! Ed è in seguito a questa pazzia che - scrive l‟evangelista, cap. 3,20 - “Gesù entrò in una casa e si radunò di nuovo la folla così che non potevano neppure mangiare il pane”.

C’è una risposta positiva. La gente era stanca dell’oppressione dell’istituzione religiosa, e quindi sente in Gesù un’alternativa e accorre a Gesù. “Allora i suoi” – questo termine indica tutto il clan familiare – “udito questo uscirono per andare a catturarlo”.

Dicevo che, a volte, i traduttori, trovandosi di fronte a questo episodio difficile, cercano di attenuare i termini e traducono con “prenderlo”: non è “prenderlo”, il verbo è “catturare”, lo stesso che Marco adopererà per la cattura di Giovanni Battista da parte di Erode (6,17), e poi per la cattura di Gesù (14,44.46.49).

Quindi il clan familiare uscì per andare a catturarlo “perché dicevano «è fuori di sé»” , è andato completamente fuori di testa. Quindi per gli scribi Gesù è un bestemmiatore. Gesù non ha una buona fama, ma per i familiari che lo conoscono e sanno che non può essere né un bestemmiatore, né un indemoniato, è semplicemente andato fuori di testa.

Perché uno che pretende di essere inviato da Dio e tutto quello che Dio comanda non lo fa, (perché non osserva la Legge), e tutto quello che Dio proibisce invece lo fa, questo è un matto! Poi avranno anche pensato: ma possibile che dovevi guarire quell’uomo proprio di sabato? Che non si può neanche visitare gli ammalati. Se lo guarivi il giorno dopo lui era contento lo stesso. È possibile che te le passeggiate le vai a fare proprio di sabato, quando più che qualche centinaio di metri non si possono fare? Quindi pensano che Gesù è andato fuori di testa. “

Ed ecco allora” - è drammatico l‟episodio (3,31), “giunsero sua madre …” Il fatto che la madre non viene nominata con il proprio nome, Maria, significa che, al di là della figura storica, la madre rappresenta il popolo, … “i suoi fratelli e stando fuori … “ . É importante questo particolare: “stando fuori”, significa coloro che non hanno compreso la novità dell’annunzio di Gesù. Gesù, quando parla ai discepoli, dice “a voi è stato dato il mistero del Regno di Dio, a quelli che sono fuori invece tutto viene detto in parabole”.

Qual è questo mistero del Regno di Dio che è stato fatto conoscere ai discepoli e invece a quelli fuori viene espresso in parabole?

Il mistero del Regno di Dio è qualcosa di inaudito, allora e anche oggi: l’amore universale di Dio. -La religione, proprio per la sua esistenza, deve dividere i buoni dai cattivi, i puri dagli impuri, i meritevoli dai non-meritevoli, la religione deve premiare i meritevoli e minacciare con castighi i malvagi.

Se arriva un Gesù a presentare un Dio che è esclusivamente Amore, un amore universale dal quale nessuna persona, qualunque sia la sua condotta, il suo comportamento, possa sentirsi esclusa, è la fine della religione.

Ecco, con Gesù è finita la religione ed è cominciata quella che gli evangelisti chiamano “fede”.

Quindi il mistero del Regno di Dio è l’amore universale. Un amore che va esteso anche ai pagani; un amore che va esteso anche ai nemici; un amore che va esteso anche agli impuri.

Questo era inaccettabile per il popolo. Allora, a quelli che stanno fuori, che non accettano e non comprendono quest’amore universale, le cose vanno dette in parabole. Quindi la madre e i fratelli sono quelli che stanno fuori.

Mandarono a chiamarlo, attorno a lui era seduta la folla.” Una folla che è impura, perché è fatta di persone che non osservano la Legge, le persone che, come abbiamo visto, Gesù ha chiamato: esattori delle tasse, prostitute, oppositori dell’ordine costituito. Allora, gli altri stanno fuori perché si considerano delle persone per bene, e non vogliono mescolarsi con questa gente.

E gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle. Stanno fuori e ti cercano»” Il verbo “cercare” nel Vangelo di Marco, quando è riferito a Gesù, è sempre negativo: lo cercano sempre con cattive intenzioni. Allora il tentativo da parte della madre e dei fratelli di Gesù di catturarlo terminerà con la rottura di Gesù, che, di fronte a questa richiesta, dirà: “Chi è mia madre?” . Sono tremende le parole di Gesù. “Chi sono i miei fratelli?” Cioè a dire: Chi è mia madre, quelli là fuori? Quelli che sono venuti a catturare il pazzo di casa? Ed ecco le parole tremende di Gesù per l’evangelista – e ripeto è solo Marco che conserva l’episodio con questa sua crudezza – “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno …” Quindi non vede la madre e non vede i fratelli e le sorelle, disse “Ecco mia madre, ed ecco i miei fratelli. Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.

Chi compie la volontà di Dio. Quindi la madre, i fratelli e le sorelle, il clan familiare, non compiono la volontà di Dio. La volontà di Dio non è riferita a un popolo eletto che deve dominare sulle altre nazioni, ma la volontà di Dio è che l’amore di Dio è universale e non c’è neanche una sola creatura al mondo che, per la sua condotta, il suo comportamento, possa sentirsene esclusa.

 

Questa breve ed enigmatica pagina è capace di istruirci sulla straordinarietà della rivelazione di Dio in Cristo, rivelazione che ha sempre la forma della sorpresa e non si lascia mai costringere da modelli troppo umani.

Davanti a questa pagina del Vangelo, non possiamo che domandarci con chi noi ci identifichiamo: con la folla assillante che schiaccia Gesù ma lo ritiene fuori di sé? Con i discepoli che lo ascoltano e sono da lui istruiti? Con i parenti che vorrebbero bloccarlo? La rivelazione, proprio perché è «di Dio», non può che mostrarsi differente dalle attese umane e, per questa stessa ragione, desidera far percepire il volto autentico di colui che nessuno ha mai visto e di cui Gesù ci ha fatto l'esegesi (Gv 1,18).

 

Più che un sogno, questa è una presa di coscienza di dove Gesù ci vuole portare, dei valori che devono alimentare la nostra vita, di cosa significa essere discepoli di Gesù, di cosa implica appartenere alla famiglia di Gesù, di cosa vuol dire fare la volontà di Dio, di come possiamo discernere/riconoscere la volontà di Dio nella nostra vita. Essere alla sequela di Gesù non può lasciarci indifferenti, non può lasciare tutto come prima. Il “si è sempre fatto così non va più bene”. Qual è la nostra risposta? E alla fine, qual è il nostro sogno?

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