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Mt 19, 16-26 – ANDARE OLTRE IL SISTEMA

Catechesi GIM 1 Padova - Gennaio 2014


Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?". 17 Gli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". 18 Gli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, 19 onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso" . 20Il giovane gli disse: "Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?". 21Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!". 22Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze. 23Gesù allora disse ai suoi discepoli: "In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio". 25A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: "Allora, chi può essere salvato?". 26Gesù li guardò e disse: "Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile".

Mt 19, 16-26 (vedi Mc 10,17-31; Lc 18,18-30)

Cercatori di vita piena

Gesù si mette in cammino verso la regione della Giudea. Gli arriva incontro uno sconosciuto. Matteo dice esplicitamente che si tratta di un “giovane ricco” (Mt 19,20). Nel passo parallelo di Marco si dice che “un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?" (Mc 10,17). Ecco, il giovanotto arriva “correndo”. Secondo l’etimologia della parola, correre è un’azione considerata in rapporto a uno scopo, un fine, una meta, o una vocazione per cui vivere. Essere in corsa è anche un gesto che esprime entusiasmo di chi non si accontenta di quello che ha già tra le mani e desidera incontrare la “ricchezza vera”; va in cerca di una fonte della felicità.

Il giovane del vangelo è un pio ebreo, fin da ragazzo lui ha sempre osservato la legge e possiede molte ricchezze. Insomma dovrebbe essere in pace interiore, invece gli manca qualcosa, è insoddisfatto. Perciò cerca di trovare qualcos’altro; vuol sapere la verità su se stesso. Lui cerca una luce per orientare la sua vita futura: “Che cosa mi manca per avere una vita di qualità, come si ottiene?”

L’insoddisfazione in tempi di crisi può essere qualcosa che ci scombussola e mette la nostra vita in discussione. Ma dall’altra parte, l’inquietudine può essere il punto di partenza per cercare qualcosa che ci dà più gioia, ci offre la possibilità di essere diversi e più umani. La nostra insoddisfazione può diventare un’opportunità per capire la nostra vocazione, quel sogno che ci rende più felici, e in pace. Cercare il sogno della nostra vita comporta tra l’altro la capacità di non arrendersi anche quando il mondo ci ha deluso. Nonostante la laurea, per gran parte dei giovani, oggi, in Italia, la caccia al posto di lavoro, e un reddito che li renda è un compito angosciante e triste. Spesso corriamo il rischio di cadere nello scoraggiamento o stancarci di cercare, poiché a volte facciamo tanti sacrifici che finiscono frustrati. Solo chi è perseverante nel cercare è in grado di andare al di là della disillusione che lo porta a chiedersi se ha ancora un senso impegnarsi, se “vale la pena continuare a lottare”.  Che cosa d’importante e di bello ti motiva e ti spinge a cercare il senso della tua vita? Hai ancora desiderio di cercare il “filo conduttore” che accomuna la varietà delle tue scelte?

Guardare la vita con gli occhi di Dio

Il giovane ricco confessa a Gesù di avere osservato i comandamenti fin da ragazzo. È davvero una brava persona. A questo punto, si rovesciano i ruoli nel dialogo. Il maestro buono prende l’iniziativa per stabilire una relazione personale con lui. San Marco, in un testo parallelo, sottolinea che: “Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò” (Mc 10,21).

Ecco, Gesù amo questo giovane, ed è preoccupato per lui. Fissare lo sguardo sull’altro è più che un’atteggiamento naturale; esprime un atteggiamento di ricambiata fiducia verso l’altro; manifesta piena disponibilità e attenzione verso l’interlocutore. Lo sguardo di Gesù è di un Dio-relazione, lo stesso sguardo che fa scendere in fretta Zaccheo, considerato da tutti come farabutto e imbroglione. Infatti, il suo sguardo è di un Dio che non condanna, non giudica e non umilia l’altro, ma libera la persona. Questo racconto esprime la grande attenzione di Gesù verso i giovani, verso le nostre attese, le nostre speranze, e mostra quanto sia grande il suo desiderio di incontrarci personalmente. Gesù ci guarda, vede in noi un tesoro sepolto, e ci dice: “tu sei prezioso agli occhi miei, sei degno di stima e io ti amo”, anche quando gli voltiamo le spalle. Noi corrispondiamo lo sguardo, l’attenzione e l’amore che Gesù ci offre? Sappiamo rivolgere uno sguardo di disponibilità e di accoglienza verso l’altro?

Fare di ciò che abbiamo un “sacramento di comunione”

La preoccupazione del giovane scrupoloso è sapere: “cosa deve “fare” per avere la vita eterna?”. Per gli ebrei la vita eterna era il premio da conquistare per il futuro, in cambio della buona condotta. Era un merito che spettava a chi osservava la Legge, i precetti, e i divieti. Allora lui si merita la vita eterna, voleva solo conferma. Ma Gesù lo sorprende con la sua risposta: una cosa sola ti manca - la carità verso i più bisognosi. È come per dirci, se vogliamo crescere, diventare uomini e donne maturi e «perfetti», bisogna uscire dal mito Narciso, cioè dall’amore a noi stessi, smettere di centrare tutto sui propri meriti e bisogni, e fare della nostra vita un dono per gli altri. “Che cosa dobbiamo “fare”?” Giovanni, il Battista rispondendo questa stessa domanda alla folla, dopo la sua predicazione nel deserto, dice: «chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ce l'ha; E chi ha da mangiare ne dia a chi non ne ha». (Lc 3,11) Ecco è sempre meglio dare e condividere, questa è la regola d'oro, che da sola basterebbe per rendere la nostra società più giusta e fraterna. Sia Giovanni che Gesù usano un verbo forte, «dare», «dare qualcosa». Donare è legge della vita e la strada della felicità vera; per stare bene bisogna donare qualcosa - il nostro tempo, talenti, e beni materiale - agli sfortunati che non riescono a sodisfare, serenamente, le loro necessità fondamentali di mangiare, bere e dormire. Ma donare non è spogliarsi di tutto o svuotarsi le tasche per i poveri, bensì la capacità di vestire i loro panni, guardare la vita dal loro punto di vista. Perché dare qualcosa ai poveri, è facile la sfida più difficile è sporcarsi le mani per loro. Occorre quindi avere in noi la «compassione» verso i più deboli.

Una svolta fondamentale

Il cambiamento fondamentale a cui Gesù ci chiama è chiaro: rinunciare ad accumulare e trattenere per noi; smettere di cercare solo la nostra sicurezza economica, il successo e il piacere sfrenato, per vivere una vita più fraterna e solidale. A questo riguardo, don Enrico Chiavacci nel suo volume Teologia Morale e vita economica, evidenzia che vi sono due precetti fondamentali di etica economica insegnati da Gesù. “Il primo precetto generale: cerca di non arricchirti. E il secondo: se hai, hai per condividere”. “Cercare di non arricchirti” in altri termine vuol dire un’opzione per il primato dell’essere sull’avere, che si dovrebbe manifestare nelle nostre scelte economiche quotidiane: ad esempio, quando uno studente universitario sceglie la propria facoltà non in base ai soldi che ti farà guadagnare quel lavoro, ma pensando alla qualità umana di quel lavoro; o quando un impiegato che è disposto a scioperare non solo per gli aumenti di salari, ma soprattutto per la qualità umana del lavoro. “Se hai, è per condividere” coincide con l’invito di Gesù al giovane del vangelo: “Va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri” (Mt 19,21). Dietro a questo precetto che, in realtà, è un riassunto dell’imperativo “colui che ha deve condividere con chi non ha”, ci sta il sogno di Gesù di una economia di uguaglianza, dove i beni vengono distribuiti il più equamente possibile fra tutti. È il sogno di una società alternativa (regno di Dio) che fa spazio alla cultura del dono e ai valori innegoziabili dell’accoglienza, amicizia, gratuità e solidarietà verso i più bisognosi.

Ripartire dalla giustizia evangelica

  C’è una contraddizione nella nostra mentalità ‘morale’ comune: secondo l’insegnamento della Humanae Vitae, a una donna che prende la pillola diciamo che non può fare la comunione. Invece a un uomo che ha miliardi di euro in banca - magari acquisiti attraverso lo sfruttamento dei lavoratori cui si paga uno stipendio molto basso - si dice che può fare la comunione perché quelli sono soldi suoi. Nell’ambito della proprietà privata e dei beni personali, le regole del diritto romano sono queste: “vivere onestamente, non danneggiare nessuno, dare a ciascuno il suo” .Giustizia romana – a ciascuno il suo. Se il ricco ha tanto, è il suo. Quel poco che il povero ha, è il suo.

Invece per eliminare la radice di questo sistema economico ingiusto, Gesù ci chiede di adottare il modello di vita secondo il vangelo – le Beatitudini (cf Mt 5,3). Nel discorso della montagna, Gesù ha proclamato beati, cioè pienamente felici, quelli che scelgono di essere poveri per gli altri. In altri termini, beati sono quelli che liberamente e per amore, limitano un po' il loro tenore di vita per alleviare la povertà degli sfortunati, per innalzarli un po' (Mt 5,3). Questa è la "giustizia evangelica". E la pratica della "giustizia del vangelo" si traduce nel soccorso concreto, da parte di Dio e degli uomini, verso le categorie più deboli, i poveri: "[Dio] rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati", dice il Salmo 146,7. Però l’impegno per una giustizia autentica va oltre il dare un pasto caldo, o un maglione a chi ha fatto della strada - non per scelta - la sua dimora. Bisogna, allora, ripensare la carità in chiave di giustizia evangelica, impegnandosi a rimuovere le cause che portano i poveri al disagio e lottare per il cambiamento di questo sistema economico che produce mendicanti, bambini malnutriti nel sud del mondo e i senza fissa dimora.

Tristezza: tra delusione e l’opportunità

Il giovanotto del vangelo cercava una luce per la sua inquietudine religiosa e le sue aspirazioni, e Gesù gli parla dei poveri: “vendi quello che possiedi, dallo ai poveri…” (Mt 19,21). A questo punto lui gira le spalle e si allontana da Gesù; se ne va molto triste. Ha già dimenticato lo sguardo amorevole del Maestro. La sua tristezza è quella stessa che nasce anche nei nostri cuori quando non abbiamo il coraggio di compiere la scelta giusta nella vita. È la tristezza di chi vive situazioni d’instabilità, di turbamento che lo portano ad aspirare ad una vita riuscita; Davanti ad una sconfitta, a volte vediamo soltanto il disastro, e rimaniamo nel pessimismo. Ci sentiamo con un peso insormontabile addosso; crediamo di non avere risorse per fare fronte alla nuova situazione di disagio. Però il fallimento del nostro sogno può essere anche un’opportunità, una possibilità di immaginare qualcosa di nuovo, di possibile, di bello. La tristezza causata da una sconfitta ci deve spingere a lottare e ad abbracciare un impegno concreto. A questo riguardo ci rassicura il Papa Francesco, che dice: “non ci è consentito essere fiacchi e vacillanti di fronte alle difficoltà e alle nostre stesse debolezze. Al contrario, siamo invitati ad avere coraggio e non temere. Possiamo sempre ricominciare da capo”. (Angelus , 15 Dicembre 2013). Quando “il mondo” o gli altri ci hanno delusi, piangersi addosso non serve, né rifugiarsi nello sballo o chiudersi in casa. La sfida è aprirsi alla musica profonda della vita e osare la danza, anche se si può sbagliare qualche passo. Come dice papa Francesco, meglio sbagliare nella danza che restare fermi per paura! ….Siamo capaci di riaprire gli occhi, superare tristezza e pianto e ricominciare?.'

…e vieni! Seguimi!”, il coraggio di decidersi

va', vendi tutto, dona ai poveri, poi viene con me” (Mt 19,21). Questo “vieni” è un invito che Gesù ci fa a metterci in viaggio con lui. Ma prima bisogna decidersi a un impegno, un sogno di cui percepiamo l’importanza. Questo comporta smontarci dalle nostre sicurezze, dalle proprie idee e propri schemi. Ecco, per ipotizzare una felice vita futura (vita eterna) bisogna uscire dalla paura di dover cambiare, e di non potere controllare tutto. Insomma molto spesso convive nei nostri cuori il desiderio di buttarci in grandi ideali e allo stesso tempo, già in partenza, vogliamo avere delle certezze: “ma che ne sarà domani? Cambieranno gli affetti? Perderò qualcuno? Soffrirò? E se poi mi sbaglio? Come andrà a finire?”: domande legittime, certo. Ma se ascoltiamo solo le nostre paure, non “prenderemo mai il volo”. Gesù ci fa un invito, semplice, deciso e chiaro di andare al centro della vita; di trovare, tra le bellezze possibili, il nostro posto nella vita, e riuscire a capire che cosa ci dà più gioia, dove ci immaginiamo meglio, in quale situazione ci sentiremo come un pesce nell'acqua. A Dio non può piacere di lasciarci in una permanente incertezza!

E se poi se non riesco, e se non funziona?”. È possibile. Pero Gesù ci dice: se vogliamo provare davvero a vivere “in pienezza”, ed essere felice bisogna fare come Pietro, “tagliare la corda, inoltrarsi nel mare e ripartire dal poco che sabbiamo fare (Lc 5,6). Non si può pensare al futuro senza decidersi mai. Viene un momento nella vita in cui bisogna decidersi. Il treno passa nella vita ma tocca a ognuno di noi prenderlo: questo nessuno può farlo per noi. O tu o nessun altro; O si va o si sta. La vita ci consegna le chiavi di una porta, sta a te aprire o no; A un certo punto bisogna rischiare, bisogna osare, bisogna andare. Questo si chiama semplicemente fede: mi fido e vado. Tutto è finito? No, a conclusione ecco un sussulto di speranza in una delle parole più belle di Gesù: tutto è possibile presso Dio, anche quello che per noi è impossibile.

Domande:

Sono capace di interrompere il mio cammino per parlare o rispondere alla domanda del nostro interlocutore?

Noi corrispondiamo lo sguardo, l’attenzione e l’amore che Gesù ci offre?

Sappiamo rivolgere uno sguardo di disponibilità e di accoglienza verso l’altro?

Noi cerchiamo la luce per la nostra inquietudine?

Che cosa realmente ti offre la gioia interiore?

Hai ancora desiderio di cercare quello riempie il tuo cuore? Se le cose materiale non ti danno soddisfazione, in che consiste, per te, una vita riuscita?

Cosa t’impedisce di ascoltare la chiamata di Dio, e deciderti a una vita più piena e più umana?

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