giovaniemissione.it

Mt 2: Cammina cammina...

Catechesi GIM1 Padova - Dicembre 2013

Il “Figlio dell’uomo” entra nella storia

Nei primi due capitoli di Matteo Dio appare per cinque volte in sogno. Dio ha un grande sogno: che il Figlio dell’uomo faccia il suo ingresso nella storia. “Figlio dell’uomo” è un’espressione semita che significa ‘l’uomo che vuole rimanere o diventare pienamente umano’. Dio sogna che il Figlio dell’uomo entri nella storia e la lanci in una nuova direzione. Di fronte a tante ingiustizie e violenze, tutti noi ci poniamo la domanda: ma dove sta andando la storia, che senso ha questa nostra storia? In noi c’è un anelito profondo: “rendere più umano, umanizzare quel pezzetto di storia che ci è dato di vivere” (don Pierluigi di Piazza). Questo stesso anelito arde nel cuore di Dio: di fronte a tante ingiustizie provocate da uomini che sembrano ‘figli di lupo’, Dio vuole fare entrare nella storia il Figlio dell’uomo, vuole umanizzare la storia: darle un senso pienamente umano.

Le armi nonviolente di Dio: il sogno e la stella

Il potere politico è nelle mani di Erode, asservito all’Impero romano. I sacerdoti di Gerusalemme sono complici di Erode. Questa realtà di violenza istituzionalizzata sembra che non lasci nessuno spazio all’agire e alla voce di Dio, e allora Dio deve crearselo Lui questo spazio. Alcuni pensavano che Dio si sarebbe creato questo spazio con la violenza. Invece Dio è nonviolento, e allora si crea lui un suo spazio in cui poter agire, ma senza spade e cannoni, si serve di due armi nonviolente: il sogno e la stella.

Per umanizzare la storia c’è bisogno di un sogno, una stella, e la rinuncia alla violenza. Il sogno é l’arma nonviolenta con cui Dio combatte questa realtà violenta. Il sogno non è alienazione, ma è azione efficace. Erode vorrebbe cancellare Gesù dalla storia, ma grazie ai sogni di Giuseppe non riuscirà nel suo intento: il sogno del giusto salva la vita e salva la storia.

Vivere senza stella?

“Abbiamo visto spuntare la sua stella”. I Magi sono una piccola comunità in cammino. Insieme vedono spuntare una stella: è Dio che parla loro direttamente attraverso un’intuizione, una visione, che li mette in cammino.

“Al vedere la stella essi provarono una grandissima gioia” (Mt 2,9-10). Per essere felici bisogna seguire una stella, un sogno. I Magi, persi nel buio della notte, non riuscivano più a ritrovare il cammino che li avrebbe portati a Gesù. Una piccola stella non elimina l’oscurità, non ti assicura una vita facile, ma ti indica l’orizzonte del tuo cammino: ti fa capire che la tua ricerca e i tuoi sforzi hanno un senso, e allora li affronti con gioia. Questa stella – questa debole luce che cerca di farsi spazio nella notte fonda - ti dà la forza di rialzarti e di camminare con rinnovata fiducia. Qual è la tua stella?

Imparare a con-siderare

I Magi sono una piccola comunità che segue una stella, una visione comune. Ciò che tiene unita una comunità è condividere “presagi di futuro”, come diceva S.Weil. Siamo chiamati ad avere una visione comunitaria profonda. Alimentare questa visione che orienta il nostro cammino e ci tiene uniti é il compito principale di una comunità.

La parola ‘con-siderare’ deriva dal latino ‘con’ (‘insieme’) e ‘sidus-sideris’ (‘stella’). ‘Considerare’ pro-priamente significa ‘guardare insieme la stella’. Solo coloro che sono abituati a contemplare, adorare e riflettere insieme possono vedere spuntare la stella.

I doni delle genti

I Magi erano astrologi, sacerdoti pagani persiani. I Magi hanno però un significato simbolico che va al di là del riferimento storico ai sacerdoti persiani: ispirandosi a Isaia (60,3), Matteo attraverso di loro vuole rappresentare tutte le genti: “Cammineranno le genti alla tua luce”. Secondo la tradizione cristiana che ha prevalso, i Magi erano tre e uno di loro era nero.

L’abbraccio fra tutte le genti è il destino che Dio ha previsto per l’umanitá: “Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sará eretto sulla cima dei monti: ad esso affluiranno tutte le genti” (Is 2,2). I popoli affluiscono insieme sul monte del Signore, senza che uno abbia una posizione di privilegio rispetto agli altri. Senghor diceva: “Noi neri vogliamo essere non solo consumatori ma anche produttori di cultura”.

L’incenso lo usavano i sacerdoti. L’oro indica la regalità. Infine la mirra è il profumo che si versava sul corpo dei defunti e ricorda la morte-resurrezione di Gesù.

I tre doni indicano le qualità messianiche di Gesù, ma d’altro canto sono i popoli a portare questi doni. Matteo vuole dirci che ogni popolo ha una dignità sacerdotale, una sua maniera propria di comunicare con Dio; e che ogni popolo è re, ha una dignità regale. Nell’ottica di Dio non è previsto che ci sia un solo popolo-Imperatore che opprime e schiaccia tutti gli altri, ma ogni popolo condivide con tutta l’umanità la sua regalità, la sua bellezza. Ogni popolo è sacerdote, è re, e ogni popolo è chiamato a risorgere nell’incontro con Gesù.

‘Scongelare’ e liberare Dio

L.Boff: “Gli indios e i neri furono obbligati a congelare i loro valori, la loro maniera di vedere il mondo e di organizzare la società, il loro modo di pensare e venerare Dio”. Perchè Dio possa intervenire nella storia dobbiamo ‘scongelarlo’, restituirlo alle genti, permettendo così allo Spirito di tutte le culture di far sentire la sua voce.

In questo passo ogni popolo adora, cioè contempla e imprime nel suo cuore il volto di Gesù, e poi torna a casa seguendo altre vie, non quella indicata da Erode. Missione è riconoscere e risvegliare la dignità regale e sacerdotale di questi popoli, e ricostruire il volto integrale di Dio. Nessuno di noi possiede Dio. E’ come se ogni popolo avesse inciso e custodisse nel suo cuore un pezzetto del volto di Gesù, del volto di Dio. Quando raggiunge un popolo straniero, il missionario va alla ricerca del pezzetto custodito da quel popolo e insieme lo riportano pienamente alla luce.

Giuseppe e il bambino: “Custode del Redentore”

Giuseppe custodisce il bambino e lo salva dalla morte. Per questo gli è stato dato il titolo di ‘Custode del Redentore’, cioè ‘custode del progetto di redenzione voluto da Dio’. In ebraico, ‘redenzione’ propriamente significa ‘liberazione dalla schiavitù’. ‘Servus non habet personam’, dicevano le leggi imperiali, cioè ‘lo schiavo non ha i diritti che si riconoscono a una persona: lo schiavo è una non-persona. La principale schiavitù da cui il Signore voleva e vuole liberarci è quella condizione in cui l’essere umano è trattato come non-persona, privo di diritti e alla mercè della volontà del Potere.

Dio chiede a Giuseppe di proteggere il bambino contro la violenza e l’ingiustizia di quella società: spetta a Giuseppe preoccuparsi che il Figlio dell’Uomo possa continuare a vivere e ad avere una vita degna, sviluppando liberamente tutte le potenzialità che Dio ha posto in lui. Dio parla a Giuseppe attraverso un sogno: chi vuole custodire l’umanità deve credere nei sogni di Dio, e Dio sogna che tutti i suoi figli siano trattati come esseri umani, come persone. Chi smette di sognare (i sogni di Dio) smette di essere umano.

Custodire o ‘far sparire’?

“Prendilo con te”, dice l’Angelo, perchè Erode vuole ucciderlo. Ci sono due progetti contrapposti: da un lato ‘custodire’ e dall’altro far sparire l’umanità. Chi prende con sé l’umanità disprezzata ed esclusa entra in conflitto col Potere.

Anche oggi c’è chi vorrebbe far sparire Gesù – e il suo progetto di pace e giustizia - dalla storia. E anche oggi, come allora, la storia si salverà solo se ci saranno persone capaci di sognare Dio.

Gesù, senza nessun padre che lo riconosca, sarebbe stato giuridicamente una non-persona. Nell’originale greco ‘prendere con sé’ si dice paralambano, un verbo che poi nei vangeli è applicato anche a Gesù, di cui più volte si dice che ci prende con sé. “Da dove gli viene questa sapienza…? Non è il figlio del falegname?” (Mt 13,54-55), si chiedono gli abitanti di Nazareth. Questa ‘sapienza’ gli viene dalla sua famiglia, gli viene dal ‘falegname’: questa capacità di prendere con sé i fratelli l’ha imparata da suo padre Giuseppe. L’incontro con papà Giuseppe è stato fondamentale per Gesù.

Gesù ci prende con sè

‘Paralambano’, è lo stesso verbo che Gesù usa nel suo ultimo discorso ai discepoli: “Quando sarò andato… verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3). Suo padre Giuseppe l’ha preso con sé, l’ha reso parte della sua vita per sempre. Insomma, Gesù ha fatto esperienza di una persona che, senza essere il suo padre biologico, non ha voluto abbandonarlo in uno stato di emarginazione, ma si è preso a cuore la sua situazione, e non l’ha più abban-donato. Gesù ha imparato anche da suo padre Giuseppe questo sentimento di prendersi a cuore la vita degli altri. Gesù non vuole che nessuno si senta disprezzato, per questo vuole prenderci con sé, farci parte per sempre della sua vita. Suo padre Giuseppe l’ha preso con sé. Adesso Gesù fa lo stesso con noi.

Secondo la mentalità postmoderna “prendere con sé” qualcuno è un’assurdità, è qualcosa che va contro ogni logica, perché ti costringe a preoccuparti per l’altro, e così non ti concentri più solo sui tuoi interessi e sui tuoi piaceri: prendere con sé qualcuno – in quest’ottica – significa perdere la propria tranquillità personale e rinunciare alla propria felicità. Giuseppe avrebbe potuto avere una vita tranquilla a Nazareth, e invece è costretto a fuggire, ad andare in Egitto, ad affrontare la precarietà di una vita all’estero, ad affrontare l’inimicizia dei potenti!!! Ma è matto? Cosa c’entrava? Chi glielo fa fare di mettere a soqquadro la propria vita?

Prendere con sé il Figlio dell’Uomo

Prendere con noi Gesù, il Figlio dell’Uomo, significa, fare nostra la sua umanità. Gesù - scappato in Egitto in quanto non-persona - quando torna riconosce a tutte le non-persone (donne, bambini, lebbrosi, stranieri, etc.) lo status di figlio di Dio, di persona. Dalle sue sofferenze, dall’ingiustizia patita, trae forza e ispirazione per lottare perché i suoi fratelli e sorelle non siano vittime di quella stessa ingiustizia.

Cos’è Natale? E’ Dio che vuole avere un figlio!!!! Un figlio umano. I potenti vorrebbero impedire che Dio avesse un figlio, perchè uno che assomiglia a Dio, uno che ha gli stessi sentimenti di giustizia e di fraternità di Dio che entra nella storia: ma questo ci scombussola tutto!!!

Dio sogna di avere un figlio, un figlio dell’uomo, un figlio profondamente umano!!! Dio sogna che tutti i suoi figli siano figli dell’uomo, che tutti i suoi figli siano profondamente umani!!!! Uomini e donne che abbiano somiglianza con lui, che sappiano portare nel cuore, prendere con sé i propri fratelli, come Lui.

Ma questo progetto divino - che tutti gli uomini siano pienamente umani, che siano i criteri della giustizia e dell’umanità a reggere il mondo, in tutte le sue dimensioni (familiare, comunitaria, politico, etc.) - desta una reazione violenta da parte dei potenti: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli” (Mt 2,18).

Ci sono vari passi in cui Gesù contrappone gli uomini al Figlio dell’uomo, cioè contrappone gli uomini (lupo) a coloro che vogliono restare umani.

Una ‘comunità umana globale’

Intentional community è un’espressione inglese che indica una comunità i cui membri condividono la stessa ‘intenzione’, cioè lo stesso sogno e progetto di vita. In realtà ogni vera comunità è una ‘intentional community’, e a maggior ragione una comunità cristiana. Domandiamoci: qual è la ‘visione profonda’ che oggi la comunità cristiana offre al mondo?

Maria e Giuseppe andarono in Egitto come come rifugiati politici. Loro sono stati accolti, mentre oggi spesso i rifugiati perdono diritto ad avere un luogo, e vengono stipati in centri situati in zone isolate di una paese. Baumann si domanda: Non sarà che questi centri, di gruppi di uomini sospesi nel vuoto, in un luogo senza luogo, uomini che danno fastidio e non servono a nessuno, siano un esperimento da ampliare e applicare a tutti coloro che non entrano nel sistema? Ricordiamo gli esodati e i giovani “neet”, che “non” lavorano, “non” studiano e “non” stanno facendo nessuno stage. Sono i giovani “né né”.

Di fronte ai morti di Lampedusa il ministro degli interni ha commentato: “Non c’è ragione per pensare e per sperare che sarà l’ultima volta”. Non possiamo neanche pensare che sia possibile creare una società in cui ci sarà spazio e un luogo per tutti gli esseri umani?

Oggi il sistema sta mettendo in discussione la possibilità e la razionalità del camminare e ci dice: è impossibile pensare che le cose vadano diversamente! Chi può affrontare questa situazione? Solo un tipo di comunità di cui si parla ma che non esiste: la comunità ‘globale’. Solo questa comunità inclusiva può far uscire i rifugiati – ma anche gli esodati, e anche i giovani ’neet’ - dal vuoto sociopolitico in cui sono stati gettati.

“Dio dà vita alle cose che ancora non esistono” (Rm 4,17): come discepoli di Cristo dovremmo dar vita a questa comunità globale, a questa “comunità umana” in cui a tutti siano riconosciuti i diritti umani. Siamo chiamati a trasformare il nostro pianeta in una grande ‘intentional community’, in cui ci sia un luogo e uno spazio per tutti gli esseri umani, in cui tutti gli uomini dedichino la propria vita e i propri sforzi a che ogni essere umano sia rispettato come tale. “La storia esiste ancora e la si può ancora fare”!!!!!

L’uomo lupo deve cedere il passo al figlio dell’uomo: il Il mondo futuro o sarà un mondo umano o non sarà.

Domande:

- Hai sperimentato che Gesù vuole prenderti con sè? quando?

- E tu? Chi hai preso con te?

- Hai trovato la tua stella?

- Quali sono i doni che tu vuoi offrire a Gesù? Stai camminando? Senti la voglia di camminare? O ti sei adagiato?

- Nella tua vita prevale l’atteggiamento del custodire o l’atteggiamento del ‘far sparire’?

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter