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Mt 2,13-23: Il cammino continua...e il sogno si spezza

Catechesi e condivisione GIM1 Venegono - Dicembre 2013

IL CAMMINO CONTINUA...E IL SOGNO SI SPEZZA (Mt 2,13-23)

GIM1 Venegono - Catechesi e condivisione - Dicembre 2013 

 

La profezia della mirra inizia a rivelarsi.. E ancora si parla di profezia: Gesù E' l'adempimento delle Scritture (tipico di Matteo). In realtà un testo stiracchiato (Osea parla di Israele, ma tant'è!).

Gesù nasce povero, nasce lontano da casa, già fin d'ora sembra incarnare non un'esperienza umana comune a tutti, ma la più...sfigata! E' appena nato e già il pericolo incombe! Proprio vero quello che dirà in seguito (8:20) che il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo. E visto che il Vangelo è scritto per noi... vuol dire che anche per noi dovrebbe essere così (certo per i cristiani perseguitati!). 

Gesù si fa rifugiato e dopo la gloria inizia la sofferenza. Di certo sentiamo rabbia per ciò che Erode fa e può sembrare ingiusto che la causa di tutto, Gesù, si salvi; questo comunque ha un prezzo: l'esilio. Anche in questo Lui si fa solidale coi giudei che sempre nella storia trovano rifugio in Egitto. (Uganda Congo). Viaggio tutto sommato anche comodo per i ricchi ma: Giuseppe lascia il suo lavoro e coi pochi stracci che avevano partono senza tornare a casa... Non poveri ma miseri!

Mettiamoci nei panni (stracci) dei nostri amici cristiani che oggi, adesso, son costretti a fare lo stesso perché DI CRISTO. Magari così capiamo meglio la fuga in Egitto. Il Papa ci direbbe: li sentiamo fratelli? Ci importa di loro? Sono maledetti in questa loro situazione? Forse lo pensano (come noi in prove più leggere...), forse l'han pensato Giuseppe e Maria? 

Oggi ci mettiamo nei panni delle migliaia di rifugiati che scappano da una parte e non sono accolti dall'altra, anzi. Ma noi che non lo proviamo sulla nostra pelle non possiamo capire. E quando succede la nostra fede non ci sorregge e la buttiamo via come un orpello inutile.

E se noi siamo chiamati a condividere la sorte del Cristo, il fatto che lui sopravviva a Erode è un segno anche per noi, che alla fine la vittoria sarà nostra. Alla fine, però; e la pazienza non è il nostro forte. 

Cammina cammina... Gesù ci traccia un cammino. Forse anche noi siamo chiamati a scappare da situazioni pericolose per la nostra fede? A fare scelte controcorrente e pazze per sopravvivere? Cercare lavoro all'estero, purtroppo; ma perché la fede sopravviva, cosa dobbiamo abbandonare? O dobbiamo ammettere con vergogna che la fede sia l'ultima delle nostre preoccupazioni?
La Scrittura ci definisce popolo dell'esodo, in costante movimento (karimojong) e invece ci siamo sistemati ben bene e guai a chi ci smuove. E se anche dovessimo perdere tutto quello che abbiamo (lo dico per assurdo ma non troppo) crederemmo ancora?

Osea parla di una nuova alleanza nell'esodo ed è questo che la comunità di Mt ha in mente per noi lettori. I cristiani mediorientali, centrafricani, sudanesi, prime vittime di tanta follia sono in realtà i vincitori; Boh? 

Come Gesù tornerà vincitore dall'Egitto e sarà chiamato egiziano: ancora una volta Dio ricorda che la salvezza non è solo per Israele. Come JHVH protesse Israele nel passato adesso protegge suo figlio, anzi i suoi figli e non solo quei tre. Anch'io sono un primogenito salvato dalla furia distruttrice (dei faraoni e degli Erodi). 

Faraoni ed Erodi che si rifiutano di camminare: e si arrabbiano! Adesso mi arrabbio! Potenza del nome: è segno che gli Erodi vengan ricordati per la loro malvagità e codardia!!! perché alla fine tutto questo sfoggio di potere rivela tanta fifa e codardia! E così il copione ci offre  uno spettacolo indegno mille volte ripetuto: fin troppo facile ricondurlo all'aborto, ma...come non farlo? Il forte che per debolezza sopprime l'indifeso. Perché l'aborto in genere è causa di egoismo e paura (spesso non della donna che abortisce o del compagno...).   

Di fatto non ci sono altre testimonianze di questa strage (che si s'addice bene al carattere, però!).

When Herod's young brother-in-law was becoming too popular, he had a "drowning accident" in what archaeology shows was a rather shallow pool; later, falsely accused officials were cudgeled to death on Herod's order (Jos. War 1.550-51). Wrongly suspecting two of his sons of plotting against him, he had them strangled (Jos. Ant. 16.394; War 1.550-51), and five days before his own death the dying Herod had a more treacherous, Absalom-like son executed (Ant. 17.187, 191; War 1.664-65). Thus many modern writers repeat the probably apocryphal story that Augustus remarked, "Better to be Herod's pig than his son" (Ramsay 1898:219-20). Una bella famigliola! 

Anche perché considerato quella che doveva essere Betlemme ai tempi alla fine si trattò di poca cosa (in numeri; 20?). Ma il significato resta e di stragi peggiori ne succedono quotidianamente! Forse nessuno ne parla perché solo Dio si sdegnò di un crimine “tanto piccolo”? Però, perché Dio non ha fermato questa strage? Dov'era E soprattutto dov'è adesso? Eppure, anche se certo non ci basta, il brano ci aiuta a camminare, cioè a credere, aldilà dello sdegno, che Dio guida la storia che gli uomini deturpano! 

Matteo di fatto parla dello sdegno di Dio menzionando il lamento terribile di Rachele che vede la sua discendenza condotta in esilio. Geremia 31:15  però apre alla speranza perché Dio promette il ritorno! La fifa provata da Maria e Giuseppe (e anche dagli altri genitori...) darà frutto. Ora... non è vero infatti che quelli che volevano Gesù morto son morti v 22: anzi adesso sono di più, Erode Antipa(tico) con Filippo e Archelao (suoi fratelli) di bene in meglio. Ma  Gesù è ormai identificato coi miseri di ogni tempo. Dov'è Dio allora? Piange (Turoldo) e lavora per una rinascita (Evangelii Gaudium). 

E così l'ultimo viaggio per adesso. Il ritorno; che non è solo una logica conseguenza della storia (poteva non  andare così) ma il segno che alla fine Dio tira le fila. SEMPRE!! 

Lasciamoci allora ispirare da questa figura splendida di Giuseppe che non è un credulone che beve tutto quello che gli si dice, ma che crede, crede davvero e non a parole. Maria...gli è degna moglie. 

Gesù nazareno diventa Nazir, come Sansone, un'altra evidente forzatura che però alla fine di questo Vangelo infanzia preclude alla sua missione futura!

- anch'io sono stato dedicato al Signore al battesimo e confermazione: come vivo questa  appartenenza?
- Appartenenza che mi impone di fare esodo e di andare controcorrente...
- Quanto sento sulla mia pelle la sofferenza di chi dovrebbe esser parte di me e quanto mi metto in  gioco per cambiare le cose?

P. Maurizio

Condivisione

Nel brano su cui abbiamo riflettuto siamo molti colpiti dalla figura di Giuseppe, che sentiamo vicino a noi. In un primo momento non crede, ha paura di quello che è successo Maria, pur desiderando di riuscire a fare la cosa giusta anche in quella situazione. Poi capisce che Dio agisce nella storia anche tramite lui, tramite la sua vita...quando questo capita a noi spesso ci sentiamo inadeguati, non all’altezza di questo progetto. E’ difficile riuscire a dare fino in fondo il proprio contributo, è molto più semplice limitarsi ad ammirare quello dato da altri. 

L’idea dell’appartenenza ad una comunità, dell’essere stati consacrati ad una missione, ci spinge a riflettere su quanto sentiamo in profondità questa appartenenza. Per noi partecipare alle funzioni e alla vita della comunità è solo un abitudine, un tradizionalismo? Siamo coscienti che la Messa dovrebbe essere il momento alla cui luce dobbiamo vivere il resto della settimana. La domenica è il primo giorno della settimana, non l’ultimo, e partecipare alla Messa al mattino può essere un inizio su cui impostare il resto della giornata. 

Il brano ci presenta Maria in una situazione difficile e non accettata dalla comunità a cui apparteneva: vista dall’esterno la sua è di fatto una condizione di ragazza-madre. Questo ci spinge a chiederci quanto siamo aperti noi, come comunità, al dialogo e all’accoglienza, quanto siamo attenti e capaci di rapportarci con persone in difficoltà o lontane dai nostri canoni e dal nostro stile di vita. Dobbiamo saper offrire una testimonianza alla luce della carità anche in questi casi, non chiuderci in noi stessi per paura. 

In ogni caso, troviamo spesso difficile conciliare i nostri valori con la vita lavorativa e con i valori della società in cui siamo inseriti. 

Siamo consapevoli del fatto che la vita cristiana non può essere vissuta se non in una dimensione di comunità, che la vocazione non è solo individuale ma anche collettiva. A questa vocazione dei cristiani a creare comunità deve corrispondere una vocazione delle comunità ad aprirsi verso l’esterno. Questo ci porta a riflettere su come spesso le nostra comunità cristiano siano chiuse e poco attrattive per chi le vede dall’esterno, e ad impegnarci per renderle in grado di offrire una testimonianza efficace anche a chi non ne fa parte. 

La sofferenza dei nostri fratelli lontani è spesso nascosta, è difficile averne una piena consapevolezza perché la società in cui viviamo ci spinge maggiormente ad occuparci di noi stessi e dei nostri bisogni immediati. A questo problema proviamo a dare una risposta tramite i nostri sforzi per essere informati sulle situazione di sofferenza intorno a noi e nel mondo, attraverso il nostro impegnarci in attività di volontariato e in stili di vita sostenibili. Spesso sentiamo la necessità di fare di più, di poter dare una risposta più forte a chiara a questo grido.

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