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Gv 21, 15-23: Pietro mi ami? Signore, tu sai tutto

Catechesi GIM2 - Maggio 2013

PIETRO, MI AMI ?  
Signore, tu sai tutto

ti amo con il mio povero amore

Giovanni 21, 15-23

CATECHESI GIM2
12 Maggio 2013

Introduzione ai versetti 15-23

La “pietra” di Simone

I Vangeli ci tramandano un profilo ricco e vario di questo apostolo, possiamo cogliere alcuni tratti salienti della sua personalità, per meglio comprendere cosa comporta mantenere una relazione personale con Gesù. All’inizio dei tre vangeli sinottici Gesù chiama i primi discepoli: (Mc1,16. Mt4,18. Lc5,3) Simone sta pescando, e Gesù gli dice “ti farò diventare pescatore di uomini”.
Nel costituire la comunità dei dodici, viene menzionato per primo Simone a cui Gesù da il nome “Pietro” che indicherà il suo atteggiamento costante, solido come una “roccia”, ma nella sua ambivalenza: deciso, generoso, forte, determinato, ma anche testardo e a volte ostinato; difficile farlo cambiare pensieri e sentimenti. È in questa ambivalenza che si gioca il rapporto personale con Gesù, nel saper ascoltare, saper obbedire Dio [ob (dinanzi) audire (ascoltare). Obbedire quindi “ascoltare stando di fronte”.
Non per niente Marco, dopo la chiamata dei dodici, inizia l’istruzione con la parabola del seminatore che insiste sull’ascoltare e sul come ascoltare e concludendo Gesù dice: “Se non comprenderete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole?”.
Quindi l’ascolto è l’atteggiamento chiave per un cambiamento interiore, vero, profondo, per diventare come Dio ci vuole.  

Percorrendo ancora alcuni passaggi importanti della vita di Pietro, sarà proprio lui che alla domanda cruciale di Gesù: “e voi chi dite che io sia?” risponderà convinto e sicuro: “tu sei il Cristo”.
Ecco Pietro che, nella sua ambivalenza: acuto, intuitivo, arriva sicuro, ma poi il suo comportamento non segue quell’intuizione, non diventa docile davanti al maestro. Se esaminiamo bene le parole di Pietro, lui sta affermando: “tu sei l’unto, sei il consacrato da Dio, il Messia”, e quindi se questo è veramente così, allora vuol dire che sarà il Cristo ad ammaestrare i discepoli, sarà il Cristo a guidarli.
Gesù sta annunciando che dovrà soffrire molto, essere riprovato dalle autorità, ucciso e dopo tre giorni risuscitare. A Pietro queste cose non piacciono,  non sono cose da maestro queste! non si è mai sentito di un Messia così! Pietro non può ascoltare questo, lo rifiuta, ancora di meno può obbedire:ascoltare stando di fronte a Lui.
E quindi, cosa fa Pietro? prende Gesù in disparte e lo rimprovera!
Gesù allora prende le distanze da Pietro e gli dice “lontano da me, satana, poiché tu non hai sentimenti secondo Dio, ma secondo gli uomini”.  Ecco che Dio vuole essere ascoltato, ma ascoltato nel suo essere Dio, nella sua novità di “Dio con noi”. In Gesù Dio si narra in modo “assurdo”, che per i nostri canoni, come per quelli del pescatore non ha senso. Dio si racconta in un modo totalmente nuovo, inaudito, mai prima c’era stato un Dio così, e per noi, abituati al “s’è sempre fatto così”, questo Dio è uno scandalo.
Dio vuole camminare con noi, esserci vicino, ma Lui rimane Dio, rimane l’Altro e l’Oltre i nostri canoni di pensiero.
Obbedire è allora porgere l’orecchio per sintonizzarci a Lui, per ascoltare il canto che Lui canta, per entrare in sintonia con il suo “oltre”, l’imprevedibile di Dio, la sorpresa. Ci è chiesto insomma, di “permettere” a Dio di essere Dio. Questo è difficile, e Pietro ne è la conferma. Pietro sta per diventare pietra d’inciampo invece di roccia fondante, ma Dio è fedele alla sua elezione, Gesù lo sosterrà e lo ammaestrerà poco a poco nonostante le sue resistenze.

“Io vado a pescare”

Nei versetti 1-14, Giovanni narra la terza (e ultima) volta che il Risorto si presenta ai suoi amici. Gli Apostoli sono tornati là dove tutto ha avuto inizio, al loro mestiere di prima, alle parole di sempre. Sono nominati sette discepoli, ma il numero indica che la comunità è riunita, è completa.
Lo stile di Gesù era inviarli a due a due, ed ecco qui Pietro che dice: “io vado a pescare”, lui è il protagonista, è lui che decide, continua a fare cose come se non avesse imparato nulla dallo stile di Gesù. Prende l’ iniziativa sempre da solo, mai comunitariamente. È quasi drammatico il fatto che il gruppo segue Pietro, non Gesù; ma quando l’azione è individualista, il risultato è fallimentare!
Infatti “non presero nulla quella notte”. In Giovanni la notte è importante: è assenza di luce, è mancanza di Gesù; senza l’intervento di Gesù non si prende nulla.
Ecco il mattino: Cristo Luce del mondo. “Ragazzi, avete forse un po’ di companatico?” “No”, rispondono i discepoli (che non sanno che è Gesù). Il companatico è ciò che si aggiunge al pane per dare sapore. Gesù si offre come pane, che viene donato gratuitamente, ma chiede a chi lo riceve di avere un amore simile a quello che Lui offre.
Gesù non dà loro il pane, ma li manda di nuovo a pescare, non più seguendo Pietro, ma sulla sua parola. Sulla parola di Gesù gettano la rete dall’altra parte, non dalla parte abituale, ancora una volta il “si è fatto sempre così” viene scardinato, infatti non si era mai pescato così! C’è un nuovo modo di pescare, insolito, nuovo, sorprendente. 
La presenza di Gesù che è difficile da percepire, da cogliere; bisogna affinare gli occhi, l’orecchio, il cuore, la mente per trovare la sua stessa frequenza e sintonizzare.

Ecco una “moltitudine” di pesci, linguaggio rappresentativo per parlare delle folle invisibili, di disprezzati della società, di quelli che guardiamo ma non vediamo o non vogliamo vedere. A queste “moltitudini” è venuto Gesù a dare vita abbondante.

L’amore chiama amore: è il Signore!

Il primo a riconoscere Gesù è un altro discepolo, non Pietro. Allora quel discepolo che Gesù amava dice a Pietro: “è il Signore”. Questo discepolo è anonimo e anonimo resta. Alcuni lo identificano con Giovanni, ma più che sapere chi sia, ciò che è importante è capire che non si tratta di un “cocco” di Gesù; ma di un modo di essere discepolo. 

Gesù amava tutti, la maniera normale di relazionarsi di Gesù è l’amore.  Di questo discepolo si dirà che è intimo nella cena, che è disposto a farsi pane con Gesù, che sta sotto la croce perché è disposto a farsi come lui, infatti l’ordine di cattura era per tutti! 
C’era una modalità di amare diversa in questo discepolo, un modo di sintonizzare con il modo di amare di Dio. Chi ha l’esperienza dell’amore è il primo che riesce a percepire i segni dell’amore. Questo discepolo percepisce la presenza del Signore ed è il primo ad indicarlo a Pietro.
Pietro fa un’azione apparentemente priva di senso: era nudo e si veste per tuffarsi in acqua. Giovanni rievoca ciò che Gesù aveva fatto durante la cena, si cinse per il servizio. Pietro è nudo perché non aveva accettato quel servizio, il distintivo del discepolo di Gesù è il servizio; paradossalmente, era stato lui l’unico a capire il gesto di Gesù e per questo non lo voleva accettare facilmente. Lui non era disposto a fare altrettanto con gli altri, Pietro continuava con le sue idee di leader del gruppo, ma leader un po’ “come si era sempre fatto”.
Gesù stesso ci racconta come si era sempre fatto: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e spadroneggiano su di esse. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc10,42).
Per Pietro era “normale” quel modo di fare dei “capi delle nazioni”, quello che era strano era il modo di fare di Gesù, era troppo impegnativo e troppo nuovo per i suoi gusti; lo destabilizzava forse. La fatica di Pietro è quella di accettare un certo modo di comportarsi, di vedere la vita, le cose, le persone, le convenzioni, le abitudini, anche il modo stesso di concepire Dio!

Il primato nel servizio e nell’amore

Visto che Pietro si tuffa nell’acqua, gli altri discepoli trascinano la barca piena di pesci. La barca è simbolo della comunità, gli altri avevano assunto il servizio, Pietro ancora no.
Appena scesi a terra, trovano  della brace con del pesce sopra e del pane. E’ un gesto di amore e di servizio: Gesù aveva già preparato il pranzo per loro; prima aveva chiesto se avevano companatico, ora vuole offrire sia pane (se stesso) che companatico (farli diventare vera comunità basata sul servizio e sull’amore vicendevole). 
Sia Gesù (il pane della vita) che la comunità sono doni che ci rendono capaci di amare e servire.
Gesù disse: “portate un po’ del pesce che avete preso ora”, Simon Pietro salì e trasse la rete a riva, piena di centocinquantatrè grossi pesci”. Ecco che ora Simone, sulla parola di Gesù, non porta solo “un po’ di pesce”, ma porta tutto, tutto ciò che sono stati capaci di pescare.  La rete è piena ma non si rompe. Pietro comincia a servire, comincia a lasciarsi andare, a non badare alla paura e alla convenienza personale. Ora è disposto a dare tutto, non soltanto un po’ di se stesso; tutta la sua fatica, con la generosità di cui è capace; ora si dona senza misura.
In Simone inizia un altro atteggiamento: il servizio silenzioso, totale, amorevole, umile, non così sicuro di sé; si fida di Gesù e della comunità.

Il silenzio di Pietro

“Nessuno osava domandargli “chi sei?”, loro sapevano che era il Signore. Questa volta Pietro sta zitto, non afferma con l’irruenza degli inizi “tu sei il Cristo!”. Ora il silenzio è più fecondo delle parole, Pietro si apre alla sorpresa, alla possibilità di un “oltre”, alla consapevolezza di quanto quel Messia, che lui aveva rimproverato e rinnegato fosse più vero che mai, più bello che mai, più divino e più nuovo che mai! E pensare che era lui a volerlo istruire, lui che davanti ai guai lo aveva lasciato solo!
Pietro si sta rendendo conto della sua sordità e della sua cecità, di aver voluto camminare davanti al Cristo e non dietro a Lui.
Ora Pietro rimane lì, umile accanto agli altri, assapora il mistero di una presenza famigliare, conosciuta ma mai prima ascoltata,  sente che il pane spezzato tante volte insieme ora ha un sapore nuovo, sente un misto di profonda gioia e di nostalgia.
Come in altri tempi Pietro, ma ora provato dal dolore e dallo smarrimento,  cerca il calore dei compagni (cum-panis), di coloro che mangiano dello stesso pane e che insieme si aiutano perché sempre sia riconosciuto il Signore in mezzo a loro.
Non Pietro, pur essendo il leader, è il primo a riconoscere la presenza del Signore, è il discepolo che sa amare e lasciarsi amare che può indicare il Signore, non chi ha un ruolo.
Pietro capisce che anche lui ha bisogno degli altri, che anche lui deve essere guidato verso la Luce e che da solo non arriverà da nessuna parte. Pietro ora capisce che da solo la pesca sarà infruttuosa, anche se sta tutta la notte in mare, e che, per imparare a servire e ad amare come Gesù si ha bisogno degli altri, spesso dei più piccoli e meno abili nel mestiere.

Giovanni 21, 15-23

15 Quando dunque ebbero pranzato dice Gesù a Simon Pietro:
“Simone di Giovanni, mi ami tu (agapàs-me) più di costoro”?
Gli risponde: “Si, Signore tu sai che ti voglio bene (philèo-se)”.
Gli disse: “Pasci i miei agnelli”.

16 Gli chiese di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami tu? (agapás-me)
Gli rispose: “Si, Signore, tu sai che ti voglio bene (philèo-se)” .
Gli disse: “Pasci le mie pecore”

17 Gli domandò una terza volta:
“Simone di Giovanni, mi vuoi bene  (philèisme)?
Pietro si rattristò perché per la terza volta gli disse: “mi vuoi bene”?
Gli rispose: “Signore, tu conosci tutto, tu sai che ti voglio bene (philèo-se)”
Gli disse: “Pasci le mie pecore”.

Simone di Giovanni, da pescatore a pastore

In questi versetti Gesù chiama Pietro “Simone di Giovanni”come lo aveva fatto la prima volta nel capitolo 1.
Gv 1, 35-42 Il giorno dopo Giovanni (il battista) stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)».

Questo primo incontro tra Gesù e Pietro è molto importante, l’evangelista Giovanni ci fornisce dati che in quel primo momento non sembravano avere tanto peso; ma che letti alla luce del capitolo 21, ricuperano un significato fondamentale.
Simone era “figlio di Giovanni”, cioè discepolo di Giovanni il battista. Lui fondamentalmente credeva in un Messia riformatore, forte, giustiziere, che sistemasse tutti. La linea di Pietro era quella della lotta anche armata, quella di una giustizia vendicativa, basta ricordare quando tira fuori la spada e ferisce il soldato, occhio per occhio.
Pietro non può concepire un Messia “agnello”, come quello che segnala il battista. Il dramma di Pietro è che da una parte lui chiama Gesù “Maestro e Signore”, confessa persino “Tu sei il Cristo”; ma dall’altra lui continua ad essere discepolo di Giovanni. Ricordiamo che Giovanni era un’asceta che predicava penitenza e conversione, che annunciava l’imminente “ira di Dio” e che chiama “razza di vipere” coloro che non si convertono.

Gesù è invece il Pastore Buono, il Pastore Bello che conosce le sue pecore e le chiama una ad una per nome. Gesù vuole che il peccatore si converta e viva, non lo fa per paura dell’ira di Dio, ma lo fa promuovendo la vita e reintegrando il peccatore nel tessuto comunitario affinché non sia solo. 
Se una pecorella è ferita, il Pastore Buono se la carica sulle spalle e la porta con sé, si prende cura di essa finché non guarisce. Se un’altra smarrisce la strada, lascia le altre nell’ovile, va in cerca di essa e non si da pace finché non la ritrova e la riporta con le altre. Lui conosce loro e loro conoscono lui; loro conoscono la differenza tra il pastore e un mercenario. C’è fondamentalmente un “feeling” tra loro e Lui, una sintonia, un forte legame che è fatto di cura, di affetto, di familiarità. Questo è il suo modo di essere Messia: mite ed umile di cuore, compassionevole e capace di prendersi cura, di promuovere la vita.
Gesù sa sfidare gli atteggiamenti di ostinazione del peccatore, ma lo fa attraverso la costruzione di un clima di fiducia e di accettazione, non di accusa o di giudizio.
Gesù aveva incontrato Pietro “mentre gettava le reti”, cioè, nella sua quotidianità, lo aveva chiamato per quello che lui era e sapeva fare, ma gli fa una grande proposta “ti farò pescatore di uomini”. Pietro si sente sicuro nel suo mestiere come pescatore, sa cavarsela abbastanza bene, ma rischia anche di rimanere fossilizzato in quelle poche tecniche che adopera per pescare. Basta che una notte non funzioni più la sua tecnica, ed è una pesca infruttuosa, bisogna rassegnarsi, niente pesce!
L’invito di Gesù a Pietro è quello di sognare un altro modo possibile di vivere, di amare, di pescare, gli dice infatti: getta la rete dall’altra parte! cambia modalità, vai all’essenziale, vai oltre.
Ed ecco che lo chiama a fare il pastore.

Mi ami più di costoro?

Inizia il dialogo tra Gesù e “Simone di Giovanni” con una domanda riproposta tre volte.
Nella cultura ebraica ribadire tre volte una espressione esprimeva un superlativo, una grandezza non comune. Si dava enfasi a qualcosa di grandioso, di essenziale.
La triplice negazione di Pietro indica quanto la nostra umanità, in forma superlativa, quando è in preda alla paura e alla vigliaccheria, può arrivare a negare persino la propria essenza. Il destino normale del uomo è essere in relazione, essere solidale con il destino di ogni uomo.
Canta Fiorella Mannoia nella canzone Luce: “Non c’è figlio che non sia mio figlio, nè ferita di cui non sento il dolore, non c'è terra che non sia la mia terra, e non c'è vita che non meriti amore. Non c'è voce che non sia la mia voce, né ingiustizia di cui non porto l'offesa non c'è pace che non sia la mia pace e non c'è amore che non invochi amore”.
Pietro nel suo negare Gesù, non ha soltanto tradito un amico, ma l’umanità intera, se stesso; perché la morte di Gesù non fu soltanto sua, ma il dolore di ogni uomo.

Nella triplice formulazione della domanda di Gesù a Simone: mi ami? si sta enfatizzando quella ostinata fiducia di Dio nell’umanità. Gesù crede in Pietro più di quanto lui crede in se stesso. Mentre Pietro si ostinava nell’essere il leader del gruppo in modo semplicemente “umano”, cioè in termini di efficienza, di capacità pratica, di forza, di potere; Gesù vuole verificare invece l’unica credenziale necessaria per essere leader degli altri: un amore più grande di quello degli altri discepoli. 
Gesù non s’interessa di verificare se Pietro è sapiente, colto, prudente, esperto conoscitore di uomini e cose. Gesù va al cuore del mistero dell’uomo che è sete di amore, e al cuore del mistero di Dio che è per
eccellenza l’amore creatore e salvatore.

Gesù rallenta il passo per camminare con Simone

Seguiamo le tre domande, sempre uguali, sempre diverse: Simone, mi ami più di tutti?
Nel testo originale c’è l’alternarsi di due verbi diversi. Gesù chiede per due volte mi ami, usando il verbo agapáō mentre Pietro risponde con un altro verbo, quello più umile dell'amicizia e dell'affetto (phileo): ti voglio bene.
Gesù domanda a Pietro se il suo amore per la sua persona è tale da superare l’amore degli altri uomini per lui. È una domanda dunque perentoria, fortissima, che esclude mezzi termini, blande sfumature. Ma – chiediamoci – non è proprio della natura dell’amore questa esigenza di assoluta radicalità?
Anche nella seconda risposta Pietro mantiene il profilo basso di chi conosce bene il cuore dell'uomo: ti sono amico (phileo).
Pietro, nel suo infinito protendersi a salvare, si accontenta di “phileo”: un amore di amicizia profonda, dentro un rapporto di fiduciosa intimità.

Nella terza domanda succede qualcosa di straordinario. Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, si avvicina, lo raggiunge là dov'è, nel suo limite: Simone, mi vuoi bene? Pietro rimase addolorato che per la terza volta glielo chiedesse. Dammi affetto, se l'amore è troppo; amicizia, se l'amore ti mette paura. Pietro, sei mio amico? E mi basterà, perché il tuo desiderio di amore è già amore.
Gesù rallenta il passo sul ritmo del nostro, la misura di Pietro diventa più importante di se stesso: l'amore vero mette il tu prima dell'io.
Gesù si rende conto che Pietro, in quel momento è incapace di “agape” (amore totale fino al dono completo del dare la vita). Pietro vede Dio mendicante d'amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, e un cuore sincero. Pietro si affida: “Signore Tu sai tutto”. Sa che il Signore conosce il suo cuore. La sua risposta esprime anzitutto la sua fiducia in Lui.
Nell'esperienza del nostro tradimento, possiamo essere certi che se anche per mille volte l’avremo tradito, il Signore per mille volte ci chiederà soltanto questo: Mi vuoi bene? E noi,  non potremo fare altro che rispondere per mille volte, soltanto questo: Ti voglio bene.

Pasci le mie pecore

L’affermazione di Pietro è semplice, immediata: “tu sai che ti voglio bene”. È immediato anche il conferimento ad essere pastore: uno che pasce, uno che si prende cura, ma è da notare che il testo non dice subito di pascere le pecore, ma gli agnelli, ossia la parte più fragile del gregge. Dovrà cioè preferire i piccoli, i lontani, i deboli, i poveri, i peccatori.
Alla ripetuta domanda e risposta segue il conferimento di maggiore ampiezza. Non solo gli agnelli, la parte più debole del gregge, ma anche quella adulta e forte: le pecore. La sottolineatura le “mie” pecorelle, le “mie” pecore, sono un rimando a stare attento. Sarà pastore sì, ma le  pecore non gli appartengono, non sono proprietà sua, sono del Pastore Bello che ha dato la sua vita per loro. Pietro è invitato a custodirle nel Suo nome, quindi non deve decidere più da solo, o fare di testa sua, ma sarà l’amico intimo del Pastore Buono, sarà suo complice, suo discepolo fedele.

[18]In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». [19]Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio.
Pietro da giovane era autosufficiente, decideva da solo, prendeva iniziative senza considerare il Maestro, pensava solo a se stesso e a ciò che conveniva a lui, infatti davanti alla paura di essere identificato come un suo discepolo, negò di conoscere Gesù e se ne andò lasciandolo solo. Qui possiamo rievocare le parole: “Nessun discepolo è più grande del suo maestro. Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.
In sintesi Gesù sta esplicitando ciò che Pietro ha capito solo ora. Seguire il Maestro significa mettersi nella condizione di discepolo e quindi di docilità, di imparare, di servire, di amare come ama Lui, anche se questo amore potrebbe costargli la vita.
Gesù era stato denudato, vestito di porpora e incoronato, deriso e umiliato.  Pietro dovrà accettare che la sua sequela potrebbe portarlo anche a questo. Gesù lo sta preparando per una nuova chiamata.

E detto questo aggiunse: «Segui-me».

La bellezza di questo brano è questo invito finale, reso dall’imperativo: “Seguimi!” in cui riecheggia, ma in ben più ardente atmosfera, il primo “Seguimi” là, sul lago di Tiberiade (cf Gv1,43). Ora Pietro segue il Maestro senza più esitazione. Lo sprona e lo incoraggia la Parola del Signore: “Se qualcuno vuole servirmi mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio servo”, però sappiamo che Gesù aveva detto anche “Non vi chiamo più servi, ma amici”. Pietro è amico di Gesù e nel suo nome diventerà pastore, non più pescatore, è ora d’imparare un nuovo servizio. Pietro era esperto in pesca ma non in greggi, pescando si sentiva sicuro perché sapeva applicare la tecnica, come pastore non basta la tecnica, ci vuole il cuore, un rapporto affettuoso. Il pastore deve creare un clima di conoscenza e di amore con le sue pecore, conoscerle ed essere conosciuto da esse, proteggere le più deboli e custodire le più forti, dare la vita per loro se è necessario. In questo nuovo mestiere Pietro ha una sola certezza, il suo Pastore, esperto in greggi.
Pascere vuol dire infatti procurare nutrimento, come ha fatto Gesù. Procurarlo con la Parola, l’Eucaristia, e con una vita tutta donata fino al sacrificio totale di sé è quello che Gesù addita a Pietro, in una prospettiva di futuro che però è permeata di quella fiducia di cui si nutre il loro rapporto. Quel “segui-me” sfolgora di questa certezza:  Gesù lo precederà sempre. E sarà Pastore e Vita, Pastore e Gioia, Pastore e Salvezza.

[20]Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». [21]Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: «Signore, e lui?». [22]Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi». [23]Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?».

Il gesto di Pietro, che inverte direzione nel suo cammino, esprime la sua decisione di seguire Gesù, è la sua risposta all’invito che ha ricevuto. Incomincia guardando l’altro discepolo, colui che non aveva mai smesso di seguire Gesù. L’evangelista marca la differenza tra questo discepolo e Pietro sulla base della prossimità a Gesù e della familiarità con lui. Ora sono in due a seguire Gesù. Il primo discepolo non pronuncia parola, sarà Pietro a porre una domanda.
Pietro si fidava di questo discepolo che aveva dato prova di una fedeltà costante.  In qualche modo il camminare con lui lo rendeva sicuro, era un appoggio per lui, per questo chiede quale sarà il cammino dell’altro, forse si aspettava di imitarlo per non deviare la strada.
Gesù in pratica non risponde alla domanda, dice solo che non riguarda a Pietro sapere. Il cammino di ognuno sarà indipendente: a Pietro ha annunciato la morte, mentre dell’altro dice “se voglio che rimanga finché io venga che importa a te?”. Ciò che importa è seguire fedelmente lui dedicandosi agli altri. Anche se l’altro discepolo non dovesse morire,  per Pietro l’unico itinerario è quello che gli ha tracciato Gesù: manifestare la gloria di Dio lasciando che gli tolgano la vita per amore delle pecore.

Per la riflessione:

1. Nella tua vita, nelle tue scelte, quanto ti si addice il “io vado a pescare” di Pietro? O coinvolgi Gesù nel processo di decisione affinché Lui ti indichi la strada?

2. Quanto ti appartiene l’atteggiamento del servizio, dell’amore totale, del donarti agli altri?  O sei piuttosto calcolatore/trice?

3. Prova a ricordare, a riportare al cuore le volte che nella tua vita,  come il discepolo hai detto “è il Signore”. Riesci a riconoscere il Signore nella tua vita? Come? Quando? 

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