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Ef 6, 10-20: PERSEVERARE NELLA LOTTA E NELL' IMPEGNO

Catechesi GIM1 Padova. 26/05/2013

Ef 6, 10-20

Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l'armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare.

 

1. Contesto storico

Per comprendere le lettere e il pensiero di Paolo si deve entrare in sintonia con il contesto storico e sociale della comunità cristiana alla quale egli scrive. Gli studi più recenti sostengono che la lettera agli Efesini stata scritta quando San Paolo era tenuto nel carcere di Efeso. Essa illustra l’impegno di vivere la vita cristiana, che richiede allenamento, “lotta” e voglia di vincere. Nel presente brano, San Paolo propone ai cristiani di Efeso una battaglia contro l’impero romano che era un sistema di oppressione e di esclusione sociale basata sull’ingiustizia, spirito di accumulazione, di malvagità e di frodi (Rm 1,29).

Anche la realtà in cui oggi ci troviamo sembra segnare sistema economico caratterizzato per l’accumulazione delle ricchezze (progetto neoliberale) in mano di pochi, spesso le grandi imprese multinazionali. Oggi si “respira un’aria” di insensibilità davanti alle assurde differenze sociali ed economiche. Parole come condivisione, partecipazione, gratuità e solidarietà sembrano scomparire dal proprio vocabolario. Da qui nasce la voglia di lottare contro l’attuale sistema dominante per esigere migliore qualità di vita per tutti, una battaglia per un sistema economico più giusto e sostenibile.

 

2. Con “cinti i fianchi” per la lotta

Il testo di san Paolo in Ef 6, 10-20 è un brano molto denso, ricco di metafore. Quindi occorre vedere quali realtà Paolo voleva annunziare attraverso tali metafore. Concluso l’elenco degli impegni del cristiano all’interno della comunità (Ef 5,33), San Paolo esorta i cristiani di Efeso ad attingere “forza” per affrontare con perseveranza la lotta spirituale contro il male e contro le forze oscure che dominano la storia.

Paolo consiglia i cristiani di Efeso di “tenersi in piedi” pronti alla lotta spirituale in difesa del bene, dei diritti umani e della qualità di vita per tutti. L’autore della lettera parla della “lotta” (agôn), cioè una gara di tipo sportivo, per descrivere la vita del cristiano; e rifiuta di usare il termine militare “guerra” (pólemos), che significa il combattimento bellicoso che tende a neutralizzare ed eliminare l’avversario.

Il soldato cristiano va alla lotta con le armi di Dio (Rm 13,12): con la cintura (Is 11,5) che simboleggia la verità; la corazza, simbolo della giustizia di Dio; le calzature per annunciare il Vangelo della pace; lo scudo che è simbolo della protezione divina che viene assegnata alla fede (Dt 33,29), la salvezza come l’elmo e la Parola di Dio paragonata alla spada (1 Ts 5,8).

Ecco, per evangelizzare e testimoniare la missione, dice san Paolo, c’è bisogno di un soldato cristiano, completamente diverso del militare romano che approfittando della sua forza umiliava la gente, maltrattava, e faceva piangere i deboli. Invece per trasformare l’attuale sistema dominante di ‘libero mercato’ in un sistema economico più giusto e sostenibile, c’è bisogno di uomini e donne spogliati della mentalità della violenza e della vendetta, e rivestiti dell’impegno per la giustizia e dello zelo per il vangelo della pace.

 

3. “Prendersi cura”: l’impegno per la giustizia

In Ef 6,14 si descrive la corazza, simbolo della giustizia di Dio, come arma del cristiano. Nella nostra situazione dovremmo tradurre l’impegno per la giustizia come l'atteggiamento di chi non riesce a stare in silenzio di fronte al dolore degli esclusi da una società ingiusta.

Il “soldato” cristiano affamato di giustizia è colui che si preoccupa del benessere e la felicità dell’altro. Quindi si impegna per eliminare le cause della fame di pane, d’istruzione, di libertà e dei diritti umani dei più deboli.

“Prendersi cura” è il significato della quarta beatitudine. Nel Discorso della Montagna, Gesù dichiara Beati quelli che hanno fame e sete “di giustizia” (Mt 5,6). La giustizia germoglierà quando ognuno di noi perderà il mutismo per farsi portavoce e difendere i diritti degli ultimi e indifesi. Finché ci saranno senzatetto nelle nostre città, il nostro cuore resterà turbato. In effetti non è sufficiente sfamare i bambini malnutriti nel sud del mondo.

Martin Luther King dice che “la vera compassione non si limita a gettare una moneta al mendicante, ma arriva a capirne il perché ci sono mendicanti, e che il sistema bisogno di una ristrutturazione”. Cioè l’impegno per la giustizia autentica va oltre il dare un pasto caldo, o un maglione a chi ha fatto della strada, non per scelta, la sua dimora. Bisogna, allora, ripensare la carità in chiave di giustizia, impegnandosi a rimuovere quelle situazioni che portano i poveri al disagio, all’esclusione sociale per favorire una cultura dell’accoglienza e ispirare i poveri a diventare loro stessi protagonisti del proprio benessere.

La felice notizia di Gesù viene rivolta a delle categorie ben precise. La sua priorità è portare speranza ai poveri (coloro che nella miseria e nell’indigenza non riescono a sodisfare, serenamente, le loro necessità fondamentali di mangiare, bere e dormire), libertà per i prigionieri e gli oppressi (frutti di una società ammalata), e garantire salute e benessere per i malati (Is 61, 1-3). In nessun passo del vangelo, riscontriamo che esso insegni a mantenersi indifferenti di fronte ai fratelli disperati. Quest’annuncio della Buona notizia ci impone di rompere il silenzio e lottare per i diritti degli ultimi, la cui dignità è stata calpestata dalla società dominata dai tre verbi maledetti: avere sempre di più, salire al di sopra degli altri, e comandare.

Di fronte al male e all’ingiustizia dobbiamo agire, non basta ‘non fare niente’ per sentirsi la coscienza tranquilla. Thomas Merton era un monaco trappista che viveva in un eremo, molto sensibile alle tematiche della pace. Viveva e pregava in un eremo vicino a una base militare USA in cui stavano sperimentando nuovi missili. Mentre pregava, lui vedeva e sentiva questi aerei e questi missili e rifletteva: - Non possiamo cullarci nell’illusione di essere spettatori innocenti: solo perché dico, non sono io che guido l’aereo. In realtà chi assiste all’ingiustizia e non dice niente, e non fa niente per opporvisi, si trasforma automaticamente in uno spettatore colpevole. Se non vogliamo essere complici dell’ingiustizia dobbiamo lasciare la nostra comoda sedia nell’ultima fila del loggione e trasformarci in attori. Non esiste lo spettatore innocente.

 

4. La terza via di Gesù: l’impegno non violento

Walter Wink, biblista nordamericano, nel suo articolo “Neither passivity nor violence, Jesus´third way” dice che l’evoluzione ha dotato le specie animali di due risposte istintive alla violenza: la fuga e il combattimento. Gesù ci offre una terza via: l´azione diretta nonviolenta. Nel testo classico sul discorso della montagna (Mt 5, 38-42) Gesù dice:

38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Gesù ci fa una proposta molto esigente: “Amare i nemici, e non opporsi al malvagio”. Mettere in pratica questo passo spesso ci è sembrato impraticabile e masochista. Ad esempio, dire Porgi l’altra guancia a un rapitore di donne, è come dire “è preferibile arrendersi a tutto e attraversare nudi la vita piuttosto che fermarsi e insistere nel far valere i propri diritti”.

Perchè allora chiedere ai deboli, agli oppressi, a questa gente già cosi umiliata e indifesa, di porgere l’altra guancia? Gesù repudia la violenza per riprendere il controllo della situazione. Il suo orientamento nonviolento è un rifiuto di perpetuare il male e fermarlo. Altrove Lui ammonisce a non ricorrere a mezzi repressivi per combattere poteri repressivi. Quando uno dei suoi discepoli taglia l’orecchio del servo del sommo sacerdote cercando di opporsi all’arresto del Maestro, Gesù intima: “Basta, lasciate!” (Lc 22,51). Matteo fa dire a Gesù: “Rimetti la spada nel fodero” (Mt 26, 52).

“Rimettere la spada nel fodero” è assumere il compito di dire che ogni guerra è iniqua, è promuovere la cultura di pace. Solo chi “Rimette la spada nel fodero” ha l’autorevolezza per denunciare l’ingiustizia della corsa alle armi. Ogni volta che insorgiamo contro la violazione dei più elementari diritti umani, e aiutiamo la gente distratta a rendersi conto che lo sterminio per fame di milioni di persone pesa sulla coscienza di tutti, stiamo rimettendo la spada nel folder. In fine, “rimettere la spada nel fodero” vuol dire incoraggiare il perdono e l’accettazione reciproca; è smilitarizzare il linguaggio pieno di categorie belliche e preservare i nostri ragazzi dalle trasfusioni di violenza che essi metabolizzano paurosamente davanti allo schermo televisivo.

 

5. “…porgigli anche l'altra guancia” (Mt 5, 39)

Chi porge l’altra guancia dice, di fatto: “Prova ancora. Il tuo primo schiaffo non ha ottenuto l’effetto che si proponeva. Però io non ti riconosco il potere di umiliarmi. Sono un uomo, o una donna come te. Quindi tu non puoi offendere la mia dignità”. Una reazione di questo genere porta l’offensore alla vergogna e al pentimento.

Ecco, chi segue Gesù da vicino non deve rispondere mai alla violenza dell´aggressore con la violenza. E nemmeno ripagare un insulto, con un altro insulto. Forse è più facile replicare subito sugli altri, così uno si sfoga. Ma qualcuno deve avere il coraggio di interrompere e spezzare il cerchio chiuso del male e dell’umiliazione. La vendetta non ci porta da nessuna parte. La lotta nonviolenta non significa passività morbosa di chi ha paura, o non vuole passare da stupido. A questo proposito, il filosofo Nietzsche considera il cristianesimo come una morale dei deboli che nega la gioia di vivere. In realtà ciò che Gesù ci insegnò in materia di resistenza nonviolenta fu l’idea di opporsi al male senza parteciparvi. Certo, l’impegno per la non violenza è una sfida ai nostri sensi: forse è più facile aggredire chi ci aggredisce e amare chi ci ama. L’orientamento alla nonviolenza che alcuni riconoscono come un “amore matto”, che fa saltare i nostri piani, scombina le regole, e ci chiede di abbandonare i nostri diritti, può renderci più felici, e cambiare una situazione d’ingiustizia, dello sfruttamento senza aggredire l’oppressore.

 

6. Perseverare per raggiungere la meta

Scrive san Paolo che nello stadio corrono tutti, ma solo un atleta ottiene il premio. Però per guadagnarlo e raggiungere la meta sono necessarie perseveranza e coraggio (1 Cor 9, 24-25). Perseverare vuol dire fedeltà e costanza nell’impegno che uno ha intrapreso, la capacità di mantenere le promesse fate, e la tenacia di non rinunciare ai valori innegoziabili: la condivisione, la gratuità, l’accoglienza e la solidarietà.

L’immagine dei giovani che l’impero del profitto vuole divulgare, oggi, è che sia “una generazione che non prende sul serio i suoi impegni, incapace di assumere un impegno duraturo nell’ambito pastorale, familiare o sociale”. Questo per convincere la gente che davvero non c’è più nulla da fare. In maniera meno drammatica, anche alcuni adulti quando parlano dei giovani dicono: "ai miei tempi".Lo dice il nonno, il genitore, il maestro, il datore di lavoro, l´animatore, l´allenatore.

Certo che una buona parte dei giovani ce ne sono rassegnati.Perché convinti che non po' cambiare nulla, e che le cose non potranno mai sistemarsi, a livello di battaglia sociale culturale ce ne sono rassegnati. Invece no, ci sono quei giovani che ci credono tantissimo, che lavorano che sono molto operativi che porterà avanti progetti importanti credo che sia di fondamentale importanza.

Noi giovani siamo, per nostra natura, entusiasti. Sappiamo di non essere sempre all´altezza delle esigenze della vita, però abbiamo la capacità di cambiare il mondo, e per questo dobbiamo cercare di essere perseveranti e garantire la continuità nei nostri impegni, per trasformare l’attuale sistema dominante di libero mercato in un sistema economico più giusto e sostenibile.

I giovani oggi devono perseverare nella lotta contro tanti fattori che giorno per giorno rendono sempre più difficile le loro condizioni: Affrontare con perseveranza la difficoltà di trovare un posto di lavoro, e un reddito che ci renda autosufficiente. Alle volte facciamo tanti sacrifici che finiscono in frustrazione; Oggi il lavoro è relativo e non dà sicurezza. In effetti, la precarietà del lavoro rende ai giovani difficili programmare il futuro, e li porta a procrastinare la vita nella famiglia paterna.

Entusiasmarsi di fronte a una persona o un ideale è molto facile, difficile è perseverare nell’impegno, garantire la continuità e mantenere le promesse. Perseverare è l’insieme di resistenza anche quando le cose sembrano non cambiare e sacrificio. Una resistenza che rimuove gli ostacoli e affronta le difficoltà. I più disincanti insistono che il mondo è cambiato. Oggi pochi accettano di fare sacrifici. “Senza impegno” ci assicurano i venditori quando ci vogliono dare un prodotto. Oggi ogni tipo di voto o impegno definitivo mette paura. Paura di noi stessi, della propria debolezza e mutabilità. Ma la perseveranza nella “lotta” si fonda sull'incrollabile certezza che: “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento” (Fil 1,6).

 

Domande per la riflessione:

  • Non esiste lo spettatore innocente. Come ti poni di fronte all’ingiustizia: da spettatore o da attore?
  • Mi impegno nella “lotta” per cambiare la situazione di ingiustizia e dello sfruttamento, o mi convinco che davvero non c’è più nulla da fare? 
  • Essere in favore della pace e nonviolenza è, come oggi si dice, promuovere la “convivialità delle differenze”. Promuovo una cultura di pace, del perdono e di accettazione reciproca? 
  • Rifiuto la schiavitù della guerra, dando spazio ai rapporti umani limpidi e carichi di tenerezza? Ho l’autorevolezza per denunciare l’ingiusta della corsa alle armi?
  •  Che significato ha per me oggi la parola “giustizia” e “azione nonviolenta? 
  •  Riesco a perseverare nel mio ideale di vita, ed essere fedele all’impegno che ho intrapreso?

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