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Entrare nel Riposo di Dio

GIM2 Padova - Sabato Santo 2013


Entrare nel Riposo di Dio




Sabato Santo 2013

 
PREGHIERA DEL MATTINO

Canto

MARIA, DONNA DEL SABATO SANTO (Tonino Bello)

Nelle feste c'è Lui. Nelle vigilie, al centro, c'è Lei.

Discreta come brezza d'aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là della siepe.

Ci sono, a volte, degli attimi così densi di mistero, che si ha l'impressione di averli già sperimentati in altre stagioni della vita. E ci sono degli attimi così gonfi di presentimenti, che vengono vissuti come anticipazioni di beatitudini future.

Nel giorno del Sabato santo, di questi attimi, ce n'è più di qualcuno. E come se cadessero all'improvviso gli argini che comprimono il presente. L'anima, allora, si dilata negli spazi retro stanti delle memorie. Oppure, allungandosi in avanti, giunge a lambire le sponde dell' eterno rubandone i segreti, in rapidi acconti di felicità.

Come si spiega, infatti, se non con questo rimpatrio nel passato, il groppo di allusioni che, superata appena la "parasceve", si dipana al primo augurio di buona Pasqua, e si stempera in mille rigagnoli di ricordi, fluenti tra anse di gesti rituali?

La casa, vergine di lavacri, che profuma d'altri tempi. L'amico giunto dopo tanti anni, nei cui capelli già grigi ti attardi a scorgere reliquie d'infanzie comuni. Il dono opulento, là in cucina, tra le cui carte stagnole cerchi invano sapori di antiche sobrietà... quando era viva lei, e la madia nascondeva solo stupori di uova colorate. Il grembo vuoto della chiesa, il cui silenzio trabocca di richiami, e dove nel vespro ti decidi finalmente a entrare, come una volta, per riconciliarti con Dio e sentirti restituire a innocenze perdute.
E come si spiega se non col crollo delle dighe erette dai calendari terreni, quel sentimento pervasivo di pace che, nel Sabato santo, almeno di sfuggita, irrompe dal futuro e ti interpella con strani interrogativi a cui sentì già di poter dare risposte di gioia?

C'è un tempo in cui la gente starà sempre a scambiarsi strette di mano e sorrisi, così come fa oggi? Verranno giorni sottratti all'usura delle lacrime? Esistono spazi di gratuità, dove non smetteremo più gli abiti di festa? Ci sono davvero delle stagioni in cui la vita sarà sempre così?

Fascino struggente del Sabato santo, che ti mette nell' anima brividi di solidarietà perfino con le cose e ti fa chiedere se non abbiano anch'esse un futuro di speranza!

Che cosa faranno gli alberi stanotte, quando suoneranno a stormo le campane? Le piante del giardino spanderanno insieme, come turiboli d'argento, la gloria delle loro resine? E gli animali del bosco ululeranno i loro concerti mentre in chiesa si canta l'Exultet? Come reagirà il mare, che brontola sotto la scogliera, all'annuncio della Risurrezione? L'angelo in bianche vesti farà fremere le porte anche dei postriboli? Oltre i cancelli del cimitero, sussulteranno sotto il plenilunio le tombe dei miei morti? E le montagne, non viste da nessuno, danzeranno di gioia attorno alle convalli?

Una risposta capace di spiegare il tumulto di queste domande io ce l'avrei. Se nel Sabato santo il presente sembra oscillare su passato e futuro, è perché protagonista assoluta, sia pur silenziosa, di questa giornata è Maria.

Dopo la sepoltura di Gesù, a custodire la fede sulla terra non è rimasta che lei. Il vento del Golgota ha spento tutte le lampade, ma ha lasciato accesa la sua lucerna. Solo la sua. Per tutta la durata del sabato, quindi, Maria resta l'unico punto di luce in cui si concentrano gli incendi del passato e i roghi del futuro. Quel giorno essa va errando per le strade della terra, con la lucerna tra le mani. Quando la solleva su un versante, fa emergere dalla notte dei tempi memorie di santità; quando la solleva sull'altro, anticipa dai domicili dell' eterno riverberi di imminenti trasfigurazioni.

Santa Maria, donna del Sabato santo, estuario dolcissimo nel quale almeno per un giorno si è raccolta la fede di tutta la Chiesa, tu sei l'ultimo punto di contatto col cielo che ha preservato la terra dal tragico blackout della grazia. Guidaci per mano alle soglie della luce, di cui la Pasqua è la sorgente suprema.

Stabilizza nel nostro spirito la dolcezza fugace delle memorie, perché nei frammenti del passato possiamo ritrovare la parte migliore di noi stessi. E ridestaci nel cuore, attraverso i segnali del futuro, una intensa nostalgia di rinnovamento, che si traduca in fiducioso impegno a camminare nella storia.

Santa Maria, donna del Sabato santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com' è tra le brume del venerdì e le attese della domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a quel giorno. È il giorno della speranza, in cui si fa il bucato dei lini intrisi di lacrime e di sangue, e li si asciuga al sole di primavera perché diventino tovaglie di altare.

Ripetici, insomma, che non c'è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c'è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c'è peccato che non trovi redenzione. Non c'è sepolcro la cui pietra non sia provvisoria sulla sua imboccatura. Anche le gramaglie più nere trascolorano negli abiti della gioia. Le rapsodie più tragiche accennano ai primi passi di danza. E gli ultimi accordi delle cantilene funebri contengono già i motivi festosi dell'alleluia pasquale.

Santa Maria, donna del Sabato santo, raccontaci come, sul crepuscolo di quel giorno, ti sei preparata all' incontro col tuo figlio Risorto. Quale tunica hai indossato sulle spalle? Quali sandali hai messo ai piedi per correre più veloce sull'erba? Come ti sei annodata sul capo i lunghi capelli di nazarena? Quali parole d'amore ti andavi ripassando segretamente, per dirgliele tutto d'un fiato non appena ti fosse apparso dinanzi?

Madre dolcissima, prepara anche noi all' appuntamento con Lui. Destaci l'impazienza del suo domenicale ritorno. Adornaci di vesti nuziali. Per ingannare il tempo, mettiti accanto a noi e facciamo le prove dei canti.

Perché qui le ore non passano mai.

Risonanza

Conclusione

Il senso del tuo soffrire, o Maria, è dunque la generazione di un popolo di credenti. Tu nel Sabato Santo ci stai davanti come madre amorosa che genera i suoi figli a partire dalla croce, intuendo che né il tuo sacrificio né quello del Figlio sono vani.
Se lui ci ha amato e ha dato se stesso per noi, se il Padre non lo ha risparmiato, ma lo ha consegnato per tutti noi, tu hai unito il tuo cuore materno all'infinita carità di Dio con la certezza della sua fecondità.
Ne è nato un popolo, "una moltitudine immensa... di ogni nazione, razza, popolo e lingua"; il discepolo prediletto che ti è stato affidato ai piedi della croce ("Donna, ecco il tuo figlio": Gv 19,26) è il simbolo di questa moltitudine.
La consolazione con la quale Dio ti ha sostenuto nel Sabato santo, nell'assenza di Gesù e nella dispersione dei suoi discepoli, è una forza interiore di cui non è necessario essere coscienti, ma la cui presenza ed efficacia si misura dai frutti, dalla fecondità spirituale. E noi, qui e ora, o Maria, siamo i figli della tua sofferenza. (C. Maria Martini, Maria, donna del Sabato Santo)

Canto

CATECHESI


Leggiamo nella Genesi 2, 1-3:“Così furono ultimati il cielo e la terra e tutto il loro ornamento. Allora Dio, nel giorno settimo, volle conclusa l’opera che aveva fatto e si astenne, nel giorno settimo, da ogni opera che aveva fatto. Quindi Dio benedisse il giorno settimo e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni opera da lui fatta creando” …

Il racconto della creazione nei primi capitoli della Genesi indica la fatica, il travaglio e la sofferenza per fare emergere la perfetta creatura di Dio: l’uomo e la donna chiamati a raggiungere la statura del Cristo, pienezza, completezza di ogni espressione dell’umano.
Usando il linguaggio della luce (sette, perfezione, completezza), si indica un processo in cui lo Spirito eterno di Dio nell’uomo, si risveglia per riportare l’uomo in cima, nella dimensione dell’Altissimo, del suo interlocutore. Il numero sette, sei giorni di lavoro e il riposo del settimo, rappresenta l’illuminazione, per tutti coloro che nascono da tale luce e vi appartengono. La luce è eterna, incorruttibile, incommensurabile e senza limiti; il che significa che è noi, la nostra identità e la nostra appartenenza al Suo Regno.

Rivisitiamo il racconto della creazione del primo capitolo del libro della Genesi. È utile ricordare che i racconti dei primi due capitoli della Genesi raccolgono tradizioni elaborate in diversi momenti e luoghi della storia di fede d’Israele. Gli studiosi affermano che il primo capitolo sia una rielaborazione e un ripensamento delle tradizioni di Israele ad opera dei sacerdoti  durante l’esilio in Babilonia (VI sec. a. C.)

[C’è sempre stato un dibattito sull’interpretazione della parola "giorno" nei primi due capitoli della Genesi. Noi non entriamo in merito di questo, teniamo solo presente che sia Mosè che Pietro ci dicono che un giorno equivale a mille anni, e mille anni per Dio sono come un giorno (Salmo 90:4; 2 Pietro 3:8). Questa varietà di usi del termine "giorno" nella Scrittura dovrebbe metterci in guardia contro un'eccessiva insistenza su una particolare lunghezza dei giorni nel racconto della creazione].

Il racconto della prima creazione usa lo schema letterario dei sette giorni. Il racconto suppone uno stato iniziale informe, in cui predominavano le tenebre e l'acqua (1,1-2). La creazione avviene per separazioni successive: nel primo giorno viene separata la luce dalle tenebre (1,3-5); nel secondo giorno vengono separate le acque superiori (che si pensava stessero sopra la volta stellare) dalle acque inferiori (1,6-8); nel terzo giorno nelle acque inferiori viene separata la terra e viene generato il regno vegetale (1,9-13); il quarto giorno vengono poste nel firmamento le due luci maggiori, il sole e la luna (1,14-19: separazione del giorno dalla notte); il quinto giorno vengono creati gli esseri marini e gli uccelli, e vengono benedetti perché possano moltiplicarsi (1,20-23); nel sesto giorno vengono creati gli animali (1,24-25); viene poi creato l'uomo (1,26-31), destinato a dominare su tutto il resto della creazione, creato maschio e femmina ad immagine e somiglianza di Dio, benedetto perché sia fecondo.

Il settimo giorno Dio porta a compimento il lavoro che aveva fatto e cessa da ogni suo lavoro. Dio benedice e consacra il settimo giorno (2,1-3a). Ciò diventerà, nell'ebraismo, il precetto del riposo del sabato.

Il racconto della Genesi continua con una descrizione degli elementi basilari che Dio ha creato, prima di formare il mondo abitato (Genesi 1:2). Dio non chiama ogni cosa all'esistenza subito nella sua forma finale, ma entra delicatamente in relazione con ogni cosa, c’è un ordine, un processo di gradualità.

Lo Spirito di Dio si muove o "aleggia" sulle acque. Lo Spirito Santo era attivo nella creazione, come pure lo era il Figlio (vedi Giovanni 1:1,2). Tutt'e tre le persone della Trinità partecipano alla creazione, sognano già ciò che ancora non c’è e lo sognano insieme, con amore, in armonia.

Il primo passo per mettere ordine a tutti questi elementi fu il comando di Dio che sorgesse la luce (Genesi 1:3-5). Egli semplicemente comanda ed ecco che la luce diviene presente, tutto avviene "per la potenza della Sua Parola" (v. Isaia 40:26; Geremia 10:12).
Il racconto delle origini parte dalla luce, perché soltanto nella Luce noi possiamo rimanere nella Vita di Dio e conoscere il vero riposo e l’abbondanza di un destino comune in Lui.  Vivere al di fuori della luce equivale a mortalità, povertà spirituale, cecità, nudità e morte; tale è lo stato dell’uomo, che agisce nell’ignoranza di quest’epoca.

All’interno dell’uomo/donna emergere una ricerca sempre per mettere fine alle tenebre e trovare quell’immensa Gloria che porta dentro di sé. Lo Spirito lo chiama a riscoprire la divinità della sua chiamata come figlio di Dio. Questo è il compito dell’uomo e della donna che li ricondurrà al riposo di Dio, e si riposeranno solo quando scopriranno Dio dentro di sé.

1 Tessalonicesi 5:5 “Voi tutti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre”. Quelli che appartengono al “giorno” sono esseri umani in pienezza, completi, ai quali non viene nascosto nulla, perché lasciandosi guidare dallo Spirito, riescono a vedere tutto ricapitolato (redento, rinnovato, ricomposto) in Cristo. Questo dimorare nella Luce è come un risveglio alla capacità di trascendenza che l’umano porta in sé, di osare l’oltre se stesso, è integrare nella sua propria vita anche l’infinito mondo della Luce del Dio, del  Vivente, del Risorto e di una Creazione nuova e di ordine nuovo in Lui.

Nel secondo giorno della creazione Dio separa le acque e crea al di sopra "una distesa" (il cielo) e ne lasciò le acque al di sotto. Le acque rappresentano le persone nei Cieli, per cui, sappiamo che nel risveglio, siamo rapiti sulla “nuvola gloriosa”, che è una rappresentazione del corpo del Signore (1 Tessalonicesi 4:17).
Salmi 148:4 Lodatelo, voi cieli dei cieli, e voi acque al di sopra dei cieli.

Il terzo giorno Egli fa apparire l'asciutto e la vegetazione (Genesi 1:9-13). Crea gli alberi che danno frutta e semi (Genesi 1:11-12). Gli alberi rappresentano le piantagioni e gli alberi della vita che portano frutti in ogni stagione. Il frutto dello Spirito è:
L'amore sto amando? la mia attenzione è quasi sempre in­centrata su me o sugli altri?
La gioia provo la gioia intensa di Dio in me? porto gioia nel mio ambiente? so distinguere la gioia di Dio da quella del “mondo"? La pace ho una serenità di fondo che mi fa sentire amico di Dio?
La pazienza accetto i miei limiti e quelli degli altri? sento il bisogno di ricominciare sempre? accetto me stesso?
La benevolenza È la «volontà di bene» per essere comprensivi, aperti, generosi.
La bontà è coltivare un cuore buono, pronto a perdonare sempre, pronto a cam­biare il male col bene, generoso nel giudicare, desi­derosi del bene altrui.
La fedeltà a Dio, agli altri, ai doveri, agli impegni, alle promesse, ai doni di Dio. Fedeli all'amore, a ogni parola data, a Gesù Cristo e al suo Vangelo, ai poveri, alla Chiesa.
La mitezza L'autocontrollo delle parole, degli atteggiamenti esteriori e interiori, la prontezza al perdono, la paura di far del male, di violentare la libertà altrui.
Il dominio di sé padronanza degli istinti, capacità a comandarsi, il dominio dei pensieri, degli atti e delle parole, la capacità di dominare la volontà in tutte le cose, dirigerla al bene, sviarla dal male, sorvegliarla nei pericoli, frenarla nelle illusioni.

Solo camminando nello Spirito siamo in grado di portar frutti di Vita Nuova.

Questi primi tre giorni vedono così la creazione dell'ambiente in cui le susseguenti creature dovranno vivere. Gli ultimi tre giorni vengono posti in parallelo ai primi tre, in questi vengono creati gli abitanti delle rispettive sfere corrispondenti alla creazione degli ambienti.

Il quarto giorno è parallelo al primo: in esso vengono creati il sole, la luna e le stelle con la loro rispettiva luminosità (Genesi 1:14-19). Le stelle rappresentano i corpi di luce o corpi della resurrezione, quelli che entrano nella vita di Cristo. Tutti quelli che si risvegliano in questa distesa indossano gli attributi di luce che illumina e “della stella del mattino” (Apoc 2:28 ).
Salmi 148: 3 Lodatelo, sole e luna, lodatelo, voi tutte stelle lucenti.

Il quinto giorno è parallelo col secondo e in esso vediamo la creazione dei pesci e degli uccelli, i quali abitano le acque ed i cieli (Genesi 1:20-23). Questo rappresenta un’elevazione dell’umano, dal solo piano contingente e transitorio alla consapevolezza di un destino più alto, “aspirare ai carismi più alti” oltre questa vita c’è un destino comune con il Figlio dell’uomo, il Vivente.

Il sesto giorno è parallelo col terzo e riporta la creazione degli abitanti della terra asciutta (Genesi 1:24-31), la quale fu creata il terzo giorno. La terra è la nostra abitazione e il luogo dove possiamo vivere il rapporto con Dio, con gli altri e con tutti gli esseri creati.
Il linguaggio usato nel racconto della creazione si distingue nettamente, in tutte le affermazioni precedenti si diceva: "Dio disse... sia..." o "...che la terra produca..." (Genesi 1:3,6,24), mentre nel caso della creazione dell'uomo Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza". Come se ci fosse stata una consultazione prima della creazione dell'umano, già in questa affermazione plurale la nostra tradizione cristiana coglie il concetto di Dio Trinità, Dio comunità.

Noi, immagine del Dio-Relazione

L'umanità venne creata ad immagine e somiglianza di Dio. Che cos'è questa immagine? Alcuni hanno suggerito trattarsi dell'anima dell'uomo, altri del suo intelletto, altri della sua natura morale. La Bibbia suggerisce che l'intera persona  debba essere considerata ad immagine di Dio. Paolo dice che l'uomo/donna è "immagine e gloria di Dio" (1 Corinzi 11:7). Così l'umano proprio in quanto umano è all'immagine di Dio, non qualche particolare aspetto della sua natura.

Peccato: mancata somiglianza al Dio-Relazione

A causa del peccato, l’umanità ha perduto l’aspetto dell'immagine, dal quale essa proviene e questa somiglianza e similitudine devono essere rinnovate nel processo della nuova nascita e della santificazione (così Paolo in Efesini 4:24 e Colossesi 3:10).
L’aspetto della somiglianza sebbene abusata e sporcata, non fu perduta totalmente alla caduta - l'uomo rimane ancora uomo e pure come peccatore è diverso dal resto del creato. Il peccato non cancella nell’uomo la sua capacità e possibilità di rialzarsi, di rimettersi in cammino sempre e di “ricomporre” quella somiglianza perduta. Il “dominio” che l'uomo ha sul mondo, cioè la sua capacità di “prendersi cura”, di “farsi carico” non sono in sé stesse “l'immagine”, ma il risultato dell'essere stati fatti ad immagine di Dio.

Il settimo giorno
Dio si riposa, cessa di operare. La creazione è stata soprattutto un’opera di “separazione”, Dio “separa” il settimo giorno dagli altri sei. Il sabato viene poi “santificato”, cioè associato alla qualità propria divina dell’essere “santo”. Con questa separazione si vuole indicare che il mondo creato e l’uomo sono realtà aperte e in riferimento all’essere di Dio.
Il “riposo” è come quella condizione di  Dio, di bontà pura, di armonia, come quella condizione nella quale si trovò la prima umanità nel giardino, “in-nocente” incapace di nuocere, di portare squilibrio, inimicizia. 
Il lavoro di Dio consiste nel conformare ciò che è nel basso, terreno e naturale regno, in un regno superiore, celeste e spirituale, in quanto siamo tutti esseri di luce chiamati ad un destino trascendente, libero.  Noi non abbiamo “riposo” finché non restiamo in Lui, afferma S. Agostino, ma sembra che anche Dio non “aveva riposo” finché non ci rendeva partecipi della sua abbondante vita e finché non accomunava il nostro destino al Suo: libertà assoluta, felicità piena, armonia, shalôm .

Shalôm non è pace nel senso di assenza di conflitto, connota piuttosto uno stato o modo di essere: star-bene, felicità, sicurezza, totalità, condizione di tranquillità, di ordine, pienezza, perfezione, armonia, integrità, totalità, compiutezza, interezza. Shalôm comprende molti significati che abbracciano tutti gli elementi dell'armonia psico-fisica dell'uomo in sé, nei contatti con i suoi simili e nel suo rapporto con Dio. Nella sua forma verbale può assumere il significato di PAGARE-RIPAGARE, oppure il significato di ESSERE COMPLETO. Come sostantivo è usato per descrivere la situazione di CHI HA A SUFFICIENZA, CON MISURA TRABOCCANTE, SENZA AVERE NULLA DI MENO DEL MASSIMO. In questo senso esprime il riscatto della nostra in-nocenza operato da Gesù in Croce.
Così il termine biblico Shalôm descrive una dimensione originaria della vita umana caratterizzata dall'abbondanza e dalla pienezza di senso.
Dopo l’opera della Creazione, Dio si riposa, facendo Shalom, donando armonia al tempo e allo spazio dove l’umano abita.
Shalom riconcilia gli opposti: il giorno e la notte, l’acqua e il fuoco, il sole e la luna, il lavoro e il riposo, nell’armonia divina partecipata all’uomo e alla donna. 
La riconciliazione rimette insieme le parti che si sono allontanate e per mezzo della morte del Messia per noi possiamo essere riconciliati con Dio: ed è così che viene a noi Shalôm: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi." (Gv, 14,27), “Pace a voi” Shalôm viene da Dio: l’unità in noi stessi, con il cosmo, con gli altri, con Dio provoca Shalom e ci rende partecipi del suo riposo. È solo attraverso la fede in Gesù Risorto che possiamo trovare il vero riposo dello spirito, la vera pace.

In Genesi 20, 8-11
nel decalogo viene ordinato “ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è sabato in onore del Signore, tuo Dio. Non farai alcun lavoro, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bestiame, il forestiero che dimora presso di te, perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra il mare e tutto quello che è in essi, ma il settimo giorno si riposò: perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e l’ha santificato”.
La parola ebraica Shabbat proviene dal verbo ebraico Shabbat, che significa, letteralmente, “smettere”, “cessare”, inteso come smettere di compiere alcune azioni. 
Shabbat universalmente viene tradotto come "riposo" o "tempo del riposo, poiché è il giorno della cessazione del lavoro, sebbene il riposo ne sia un'implicazione, non è necessariamente una connotazione della parola stessa. Il termine diventa quasi intraducibile, perché la traduzione “riposo di sabato” o “riposo sabatico”, con cui viene generalmente tradotto, in pratica direbbe: “riposo di riposo” oppure “sabato sabatico”.

In Deuteronomio 5,15
leggiamo:  “Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato”.  Qui lo Shabbat si rifà alla liberazione dall’Egitto, sottolineando la gratuità dell’agire di Dio e la riconoscenza che il popolo deve manifestare.

In Esodo 20, 11
: “Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro”.
Questo shabbat è  collegato all’opera creatrice di Dio, sottolineando che il lavoro umano deve mantenere il suo riferimento al Creatore.

Ebrei 4:1-13Dobbiamo dunque temere che, mentre ancora rimane in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. Poiché anche a noi, al pari di quelli, è stata annunziata una buona novella: purtroppo però ad essi la parola udita non giovò in nulla, non essendo rimasti uniti nella fede a quelli che avevano ascoltato.
Infatti noi che abbiamo creduto possiamo entrare in quel riposo, secondo ciò che egli ha detto: Sicché ho giurato nella mia ira: Non entreranno nel mio riposo! (Sal 95)
Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. Si dice infatti in qualche luogo a proposito del settimo giorno: E Dio si riposò nel settimo giorno da tutte le opere sue. E ancora in questo passo: Non entreranno nel mio riposo! Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la buona novella non entrarono a causa della loro disobbedienza, egli fissa di nuovo un giorno, oggi, dicendo in Davide dopo tanto tempo:
Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori!
Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato, in seguito, di un altro giorno. È dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch’egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie.
Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.
Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere


L’autore della lettera agli Ebrei fa un forte invito ad essere vigilanti, consapevoli di una responsabilità, siamo custodi di una promessa: a noi è stato promesso di entrare nel riposo di Dio. Ora l’autore teme che noi, dopo aver ascoltato la buona novella, induriamo il cuore, la Parola udita non giovi a nulla e non rimaniamo nella fede. Così era successo ad alcuni israeliti nel deserto, dice il Salmo 95(94) Ascoltate oggi la sua voce: «Non indurite il cuore, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere. Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie; perciò ho giurato nel mio sdegno: Non entreranno nel mio riposo»

Sebbene il primo comandamento è quello di ascoltare la sua voce:  “Shemà Israele, Ascolta Israele” alcuni fecero proprio il contrario. “Disobbedire” significa propriamente “non sottomettersi all’ascolto”, non ascoltare, non chinare l’orecchio a Dio.

Deuteronomio 6, 4-9:  “Shemà, (ascolta), Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.

Condizione necessaria per entrare nel riposo di Dio è quindi l’ascolto attivo e affettivo della Parola di Dio. Amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, significa aderire con tutto l’essere a Dio stesso. Il Dio che Gesù ci ha rivelato: l’Abbà, è un Dio personale che ama, vuole in cambio un cuore di carne in cui si siano fissate bene le parole e i gesti di amore che Lui per primo ha pronunciato, “ti stiano fissi nel cuore”. Vuole che l’esperienza che noi facciamo di questo amore non sia una cosa intimista, che riguarda solo l’individuo, ma invece comanda di trasmetterla ai figli, ai vicini, a tutti coloro con i quali viviamo. Parlare di questo significa diventare testimoni, e non ci sono luoghi specifici dove fare questo, si può fare seduti, in casa, camminando per la strada, coricati o alzati, portare l’esperienza dell’amore di Dio è vivere già nel suo riposo, è portare nella propria carne i segni della sua stessa Passione-Morte-Risurrezione.  

La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”.
Gesù stesso ci invita al suo riposo e la sua Parola è vera Mt 11, 28-30:
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

Ecco il riposo che ci offre Gesù
: il riposo è la pienezza, il compimento dell’opera di Dio (Gesù è il settimo giorno), non è un riposo facile, significa accettare, assumere su di noi i dolori e le fatiche, le lotte vissute da Gesù nel suo stesso corpo e nella sua stessa storia, completamente obbediente al Padre. Obbedienza vuol dire “completamente sottomesso all’ascolto della volontà dell’Abbà”.  Dopo che Gesù porta a compimento nella sua stessa carne il riscatto di tutta l’umanità, allora entra anche Lui nel riposo, dove ricapitola tutto, tutti gli esseri del cielo e della terra, quelli visibili e quelli invisibili, dove i contrasti s’incontrano e si armonizzano, è lo Shalôm per eccellenza. Il corpo morto di Gesù è silenzio assordante, è morte-vera Vita, è tenebra-luce pura, è sconfitta-riscatto per tutti, è impotenza-elevazione dell’umano. È indescrivibile il riposo di Dio: è “riposo di riposo” è quasi “cessare di essere per essere veramente”.

A proposito del Riposo come dimensione del tempo

Nella nostra società viviamo oggi il grande paradosso del lavoro e del tempo. Molte persone sono a casa, hanno “cessato” di lavorare, non per uno Shabbat che è pienezza e compimento, ma piuttosto come conseguenza di un sistema economico-finanziario squilibrato, ingiusto, malato.
C’è chi non lavora e c’è paradossalmente chi non si ferma nemmeno di domenica, in alcuni casi i negozi rimangono aperti fino a tardi anche di domenica. Quando l’uomo perde il senso del sacro, perde anche il senso del tempo e del significato del lavoro, perde il suo riferimento ultimo che è Dio, colui che da sempre promette di accoglierci nel suo riposo. 

Scrive Abraham Joshua Heschel a proposito dello Shabbat:
 “Chi desidera entrare nella santità del giorno deve prima, deporre la profanità e il chiasso del commercio, il giogo della fatica. Deve allontanarsi dallo stridore dei giorni dissonanti, dal nervosismo e dalla furia dell’acquisire e dal tradimento perpetrato per prevaricare sulla sua stessa vita.
Deve prendere congedo dal lavoro normale e imparare a comprendere che il mondo è stato già creato e sopravvivrà anche senza l’aiuto dell’uomo.
Per sei giorni della settimana noi lottiamo con il mondo, spremendo profitto dalla terra, il sabato ci interessiamo con cura speciale dei semi dell’eternità piantati nella nostra anima.
Al mondo diamo le nostre mani, ma la nostra anima appartiene a Qualcun Altro.
Per sei giorni della settimana noi cerchiamo di dominare il mondo, nel settimo cerchiamo di dominare il nostro io
. 


“Buon giorno”, disse il piccolo principe. “buon giorno” disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete … Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba? Disse il piccolo principe. “E’una grossa economia di tempo”, disse il mercante. “Gli esperti  hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatrè minuti alla settimana”. “ E che cosa se ne fa di questi cinquantatrè minuti?” “Se ne fa quel che si vuole…”
“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquatatrè minuti da spendere, comminerei adagio adagio verso una fontana …” [A.de Saint Exuperie, Il piccolo principe]

Riflettiamo


1. A proposito del racconto della Creazione del mondo, che significato trovi al tuo essere in questo cosmo? Ti senti parte di “un’immensa vita” in armonia con il resto? o ti cogli come separato da esso?
2. Quali caratteristiche prende nella tua vita il “riposo” cristiano? Come vivi la tua adesione a Gesù?
3. Quale spazio ha la Parola di Dio oggi per te, nella tua vita?
Ti alleni ad essere un ascoltatore affettivo della Parola? O senti il cuore indurito? E se si, c’è qualcosa che potresti fare per allenarti ad essa?
4.  Ti senti un testimone? Bisognoso di raccontare, di annunciare le grandi opere che Dio opera in te?
5. Il “vivere da Risorto”, è un’esigenza che senti presente in te, nelle tue scelte concrete, nelle tue relazioni? O ti accontenti di rimanere come imbalsamato nella tomba con Gesù? 


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