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L'acqua viva che zampilla e trabocca

GIM 2 Padova

 

 

 

L’acqua viva che zampilla e trabocca

  

 

 

 

 


 

 

   

Incontro tra Gesù e la donna Samaritana

 

 

 

GIM2 Dicembre 2012

 

 

 

 

 

 

 

Gv 4, 5-30

 

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

 

Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».

 

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

 

Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna.

 

Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

 

 

 

Alcuni significati biblici

 

 

 

La scena ci mette da subito nel calore di un incontro-scontro tra Gesù e una donna. L'appellativo “donna” nel vangelo di Giovanni significa “sposa, moglie” e rappresenta la sposa di Dio, il rapporto tra Dio e il suo popolo era raffigurato come quello di un matrimonio. Dio era lo sposo e il popolo la sua sposa. Lo sposo va a riconquistare la sposa adultera, non attraverso le minacce, ma con un'offerta ancora più grande del suo amore: “se tu conoscessi questo dono e colui che ti dà da bere”

 

 Samaria era una terra considerata pericolosa per i giudei, vista l’inimicizia esistente tra i due popoli. I Giudei avevano distrutto il tempio che i samaritani avevano eretto sul monte Garizim, non tollerando che anche i loro rivali potessero adorare lo stesso Signore. Per rivalsa, i samaritani, una notte, avevano profanato il tempio di Gerusalemme, e questo aveva per sempre proibito loro l’accesso al tempio. I Giudei allora consideravano con disprezzo i Samaritani, ritenendoli una razza bastarda, nata dalla mescolanza tra la popolazione locale e i coloni Assiri. Per i rabbini samaritani erano reputati pagani e nemici di Dio, ma non così per Gesù, che invece“doveva “passare da lì..

 

 Donna samaritana, senza nome proprio, quando i personaggi sono anonimi significa che sono personaggi rappresentativi di una realtà che l'evangelista vuole presentare. Qui è la situazione della Samaria, terra scismatica e idolatra che il Signore vuole riconquistare con il suo amore.

 

 Giovanni distingue tra “sorgente” e “pozzo”, usando due termini grechi diversi. La sorgente è il luogo dove l’acqua sgorga generosa e può essere bevuta senza alcuno sforzo. Il pozzo, invece, tanto più è profondo, quanto più richiede fatica per attingere l’acqua. Sia per il pozzo che per la sorgente, l’elemento comune è l’acqua.  Il pozzo è l'immagine della Legge divina e l'acqua è quella che da la vita.

 

La donna parla di pozzo, che significa un luogo dove c'è l'acqua, ma l'acqua non è viva e, soprattutto, esige lo sforzo per attingere l'acqua,  cioè lei non conosce un dono gratuito. 

 

Gesù invece parla di sorgente, dove l'acqua è viva, abbondante e zampilla, e soprattutto non richiede nessuno sforzo da parte della donna che ha sete, se non quello di bere. Il suo messaggio, la sua persona, è la risposta di Dio al desiderio di pienezza che ogni persona si porta dentro.

 

L'amore di Dio, che attraverso Gesù viene comunicato all'uomo, nella misura in cui l'uomo lo accoglie e lo trasmette agli altri, in questo dinamismo di un amore ricevuto e di un amore comunicato, realizza, fa crescere e matura la sua esistenza per sempre. Rende la vita indistruttibile. Quindi non è un'esperienza di osservanza di una legge esterna all'uomo, ma l'esperienza di una forza interiore, perché Dio non governa gli uomini emanando leggi che questi devono osservare, ma comunicando loro la sua stessa capacità d'amore.

 

 L’anfora può essere simbolo della quotidianità, di una vita sempre uguale, senza grandi novità, “chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete”. Lei ogni giorno va al pozzo, attinge l’acqua, la beve, ha di nuovo sete, e così ritorna, sempre assettata. Una quotidianità insoddisfatta perché frutto del “merito” o del solo “sforzo personale”,. Una ricerca sempre inconclusa grazie ai “mariti” che non la soddisfano e così deve sempre averne uno nuovo. Questi “mariti” sono tutte le “false divinità” nelle quali depositiamo le nostre speranze, quei piaceri che ci donano gioie fugaci, ma poi ci lasciano peggio di prima.

 

L’amore vero è un amore fedele, costante, è questa l'urgenza del Padre di manifestarsi all’umanità. Il Padre cerca “veri adoratori”per realizzare il suo disegno d'amore. «Dio è spirito»; Spirito non è qualcosa di astratto, ma significa l'energia vitale creatrice, amore fedele, concreto. Quindi Dio è energia d'amore creatrice che chiede soltanto di essere accolto dall'uomo per prolungare il suo amore per tutta l'umanità. Questa è la novità apportata da Gesù.

 

 

 

 

 

Applicazione del testo al cammino di scoperta di se

 

 

 

Portatori sani di una sete insaziabile

 

 

 

 Questa scena ci conduce dentro una situazione relazionale particolare:

 

Un pozzo profondo, scoperchiato, luogo di “vita”, di incontro, di dialogo, di relazioni umane, di conversazioni che alludono a fatti della vita di ogni uomo e di ogni donna: presupposti, dubbi, domande, scoperte, lotte, ricerca.

 

Un acqua viva non così facilmente raggiungibile.

 

Un cuore, un’animo umano che affaticato, itinerante, si muove alla ricerca di vita, di verità, di sorgenti che zampillano. C’è una vita abbondante nascosta dentro di ognuno di noi. E noi, con le nostre anfore fragili, screpolate, ogni giorno usciamo alla ricerca di questa vita, utilizziamo mezzi, strumenti che ci aiutano ad attingere l’acqua viva per dissetarci al meno per quel che resta del giorno; ma sappiamo che anche domani dovremo uscire di nuovo perché la sete si fa sentire ancora.

 

 Il dialogo di Gesù con la Samaritana si svolge in un contesto di fatica intorno al pozzo: tutto avviene grazie alla sete di entrambi. Gesù è portatore sano di una sete di relazioni profonde; e così anche la donna. Gesù è affaticato, stanco, e così anche la donna. Gesù non disprezza la reale sete di questa donna stanca di andare ogni giorno al pozzo, stanca della sua insoddisfacente situazione affettiva, relazionale, esistenziale, delle sue mezze verità, dei suoi idoli … anzi, Dio ha sete proprio di lei!

 

 Sul cammino della vita tutti abbiamo sete, e disprezzare o ignorare la sete degli altri significa privarsi della possibilità d’instaurare dialoghi reali con l’umanità di oggi e con Dio. La sete può suscitare in noi una grande com-passione, cioè una passione comune; nella comune ricerca possiamo sempre creare dei legami con la sete degli altri e scoprire il meglio che l’umanità nasconde dentro di sé come un segreto.  

 

 In una società dove a stento ci guardiamo negli occhi, dove spesso rivolgiamo le spalle agli altri (segno di egocentrismo, di distrazione o di potere) come facciamo a capire la sete?. Nel dialogo con la samaritana il primo che dice “Dammi da bere” è Gesù che chiede perché lui ha guardato questa donna, ha colto la sua sete, si è interessato di lei, della sua storia, è andato oltre i pregiudizi culturali e ha guardato l’essenza della persona; non ha colto per prima cosa la sua vita superficiale dietro ai “mariti”, ma è andato oltre. Siamo dunque invitati anche noi ad essere persone che guardano, persone attente all’essenziale.

 

 

 

Nostalgia di Dio: sete di verità

 

 

 

“E l'uomo vuole lodarti, lui piccola parte di quanto hai creato; l'uomo che si porta attorno il suo essere mortale, l'uomo che viene accompagnato dalla testimonianza del suo peccato e dalla prova che tu resisti ai superbi. Nonostante ciò anche l'uomo, piccola parte di quanto hai creato, vuole lodarti. Tu lo spingi a trovare le sue delizie nel lodarti, perché ci hai creati per te e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te. Concedimi, o Signore, di conoscere e comprendere se prima si deve invocarti o lodarti, se prima conoscerti o invocarti. Ma chi ti può invocare se non ti conosce? Chi non conosce, non sa a chi dirigere la sua invocazione. Ma, per caso, non sarà necessario invocarti per conoscerti?” S. Agostino

 

Sant’Agostino ci parla della grande inquietudine del cuore umano che non può riposare finché non trova riposo in Dio. Senza Dio, per il quale siamo creati, siamo come pesci fuor d’acqua. Se non sperimentiamo l’agonia del pesce è solo perché uccidiamo la sofferenza con una gran quantità di altri desideri e piaceri, persino con problemi ai quali permettiamo di occupare la nostra mente, e sopprimiamo il desiderio di Dio e la sofferenza di non averlo ancora trovato.

 

Se non nutriamo questo tipo di desiderio di Dio, chiediamolo. È una grazia che il Signore concede a tutti coloro ai quali desidera rivelarsi.

 

Il bisogno di conoscere per invocare e invocare per conoscere è anche il nostro compito. Si rivela importante e doveroso conoscere noi stessi, sapendo però che solo in Dio siamo conosciuti pienamente e che è in Lui che possiamo giungere alla pienezza della nostra umanità, questa è la sete di verità che si porta dentro ogni cuore umano.

 

 

 

 

 

L’immagine di sé

 

 

 

 La donna samaritana appartiene ad una minoranza disprezzata e senza potere. Non è mai facile essere nei panni di questa categoria di persone, sentirsi respinti e senza valore può portare, nel gruppo, disperazione o rabbia. Lei incontra Gesù al pozzo, le sue relazioni fin’ora sono fallite, sono relazioni che non la soddisfano, che non le danno vita.

 

Questa donna non solo fa parte di una minoranza disprezzata, ma è anche rifiutata dalla sua stessa gente. È una donna con un’immagine di sé fallita, ferita, che ha profondi sentimenti di colpa e indegnità, che sente che nessuno potrà veramente amarla.

 

È perché si sente rifiutata e schernita dalla sua gente che viene a prender l’acqua tutta sola, a mezzogiorno, quando il sole è al culmine? La maggior parte delle donne vengono al pozzo la mattina presto, ma lei voleva forse evitare di incontrare le altre donne del villaggio. Chi non ama se stesso e non si sente di meritare l’amore degli altri spesso fugge!

 

 È in questa povertà più profonda e dolorosa dove solo Dio può entrare, e Lui entra in punta di piedi, e chiede: “dammi da bere”. Spesso pensiamo che Dio cerchi le nostre straordinarie capacità o carismi, ma Dio quello che cerca è la nostra stessa sete. Lui si aspetta che finalmente riconosciamo questa nostra precarietà, questo bisogno di Lui, di vita, di verità e con umiltà diciamo: dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.

 

Essere consapevoli dell’immagine reale che abbiamo di noi stessi può essere utile aprire la porta agli altri e a Dio per primo che non teme la nostra imperfezione. Spesso ci sentiamo così immeritevoli di amore, di felicità e di tutto che ci rinchiudiamo nei nostri meccanismi di difesa, ci costruiamo un mondo di false sicurezze, un mondo a misura personale, rassegnati, evitando gli altri e le occasioni d’incontro con altre “seti” solo per paura di rischiare l’incontro. Così perdiamo l’occasione di scoprire il bello che c’è in noi, negli altri e perdiamo anche l’opportunità di guardarci come ci Guarda Dio.

 

 

 

Vivere le domande della vita

 

 

 

Bisogna lasciare che la vita ci ponga delle domande.

 

Scrive il poeta Rainer Maria Rilke:

 

Sii paziente con tutto ciò che è insoluto nel tuo cuore...

 

Cerca di amare le domande in sé...

 

Non cercare adesso le risposte, che non possono essere date perché non saresti capace di viverle. E il punto è di vivere ogni cosa.

 

Vivi le domande ora.

 

Forse in futuro gradualmente, senza farci caso, un giorno lontano

 

ne vivrai le risposte.

 

Ci ricorda anche Dag Hammarskjöld: “il viaggio più lungo è quello interiore”

 

Anche la donna samaritana, nella sua quotidianità, con la sua vecchia anfora, attingeva tutti i giorni al pozzo (della legge), conviveva con le sue domande, tante domande senza risposta, aspettative di una promessa che si doveva avverare un giorno: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». La donna non sapeva di essere già nella risposta, in tanto viveva le domande ogni giorno, con costanza, con speranza, aspettava la sua liberazione. E ora lei è lì, davanti alla risposta, senza nemmeno accorgersi, grazie alla sua domanda: «Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua»

 

Lei è stata messa nella possibilità di essere liberata da tutto ciò che la opprimeva grazie alla sua capacità di far verità, ora può dire a tutti: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».

 

Alle risposte si arriva si, con lo sforzo umano, con la costante ricerca, ma anche chiedendo al Signore di donarci della sua acqua viva, del suo Spirito.

 

 

 

La verità vi renderà liberi

 

 

 

 La donna è ancora presa nei lacci della sua situazione di morte. Sente dentro di sé l’oscurità e l’angoscia profonda nascosta nel segreto della sua povera vita. Vorrebbe tanto liberarsene ed essere condotta alla luce!

 

Bere dell’acqua viva di Cristo significa credere in Lui, dar fiducia a un Amore che sconvolge e sorprende, perché viene a spezzare le catene, a tirarci fuori dai pozzi profondi della nostra storia.

 

 

 

“Hai detto il vero” Lei si lascia coinvolgere nel colloquio con Gesù e ha il coraggio di fare verità in se stessa. Comprende che Gesù vuole essere amico e non giudice, per questo gli confessa il suo disagio e i suoi dubbi. Gesù aiuta la donna a rendersi cosciente di quanto grande è la sete di amore e di felicità che ha in cuore. Nessun amore umano, infatti, è riuscito a dissetarla e anche il suo ultimo affetto non appaga la sua vita.

 

“lasciò la sua anfora”. Lei scopre di essere amata e sperimenta che il Profeta che l’ha ascoltata, la conosce personalmente … e non la condanna. Ritrova se stessa, il senso, l’entusiasmo della vita e la sua nuova missione: testimoniare la misericordia di Dio che si fa vicino in un rapporto di intimità e di vita nuova. La donna si è aperta al dono che la rende capace di riempire gli altri. Lascia l’anfora e corre ad annunciare la sorgente di quel dono.

 

 

 

“andò in città e disse alla gente”. La Samaritana, toccata dalla grazia, corre ad annunciare. È tempo di nuove relazioni! Quando il cuore è conquistato dalla Parola e dall’amore, allora non può tenere per sé il dono ricevuto, ma è sospinto a condividerlo con altri. Solo coloro che hanno fatto esperienza di Gesù possono aiutare gli altri a incontrarlo.

 

 

 

 

 

Lo Spirito di Dio: fonte di acqua fresca che zampilla

 

 

 

I processi di conoscenza di noi stessi possono essere molto positivi e liberanti, un vero aiuto ad una vera crescita al nostro processo di umanizzazione a condizione però di non voler trovare solo meraviglie in noi, noi siamo anche fragilità.

 

Non tutti forse sanno come si formano le perle preziose all’interno delle ostriche.  È sufficiente che un piccolo granello di sabbia s’introduca in un’ostrica; le provoca una tale irritazione che questa cerca immediatamente di sbarazzarsene, di espellere quel corpo estraneo. Non riuscendoci, lo neutralizza avvolgendolo di una sostanza vischiosa che poi col tempo s’indurisce. E’ così che si formano le perle.

 

 Riflettendo sulla fragilità possiamo provare a guardarle con altri occhi, cioè con il sospetto che esse non siano soltanto quei pesi inutili, quella zavorra, che abbiamo sempre pensato che fossero.

 

Ma resta un altro passo da fare, la nostra fragilità può essere considerata come risorsa, anzi, come dono addirittura. La metafora dell’ostrica è proprio questo che ci lascia intravedere: un limite, una fragilità magari anche irritante, può essere il pretesto che fa nascere qualcosa di estremamente prezioso: una perla di grande valore.

 

 Di ognuno di noi Dio dice “tu sei l’amato/a, è bello che tu esista. Così come sei, sei fatto proprio bene, sei bello ai miei occhi”.

 

Mentre una mentalità competitiva e consumistica produce voci del tipo: “tu non sei buono, sei brutto, sei indegno, sei da disprezzare, non sei nessuno, non meriti l’amore o la felicità, Gesù ci accetta volentieri così come siamo, per camminare con noi verso la persona che siamo chiamate a diventare in Lui. La trappola più terribile nella quale possiamo cadere è il rifiuto di noi stessi, il voler essere quelli che non siamo.  Gesù, chiedendo da bere, chiede di essere accolto, ma come uno può accogliere l’altro se rifiuta se stesso? Solo l’esperienza di un amore più grande rende questo possibile.

 

“l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” Lo Spirito di Gesù è la sorgente. Solo lo Spirito che da vita è capace di sfondare in noi le resistenze più forti e le paure più grandi. Solo quando la donna chiederà quest’acqua, allora si risveglia in lei una tensione tra il saper accogliere ed il saper donare, tra l’essere riempita e la capacità di riempire, tra l’essere conosciuta rivelando l’intimo di se stessa e il conoscere.

 

 Prima di poter accogliere il dono, la donna deve lasciarsi conoscere nella verità e imparare a dimenticare se stessa, il merito, deve aprirsi al dono gratuito che la renderà capace di riempire gli altri. Questa è opera dello Spirito che da vita.  

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