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Mc 1, 9-15 “Cambia vita e credi. Il Regno di Dio è già in te”

Il Battesimo, il deserto e l'inizio della predicazione

Catechesi del Gim di Padova - Novembre 2011

Marco 1[9]In quei giorni Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. [10]E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. [11]E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto». [12]Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto [13]e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano. [14]Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: [15]«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Il Gesù di Marco

Mentre Matteo narra la genealogia di Gesù e Luca racconta la straordinarietà del suo concepimento, in Marco Gesù appare semplicemente come uno che anonimamente, tra la folla, si avvicina a Giovanni per essere battezzato. Marco ci tiene a precisare che Gesù viene da Nazaret di Galilea, questo dettaglio intensifica la marginalità delle sue origini. Chiunque si aspetterebbe che un eroe, un Messia, avesse dei credenziali che legittimassero la sua condizione, tuttavia Marco accentua le “oscure” origini di Gesù (di Nazaret!!!) cioè da un luogo “sperduto” e “irrilevante” per alcuni.

La Galilea, d’altro canto, fu notoria; il confine nord della Palestina, era guardato con disprezzo e sospetto dalla maggior parte dei Giudei del Sud. La Galilea era stata circondata da città elleniste, pesantemente popolata da gentili (pagani), predominantemente poveri, e geopoliticamente tagliata fuori dalla Giudea essendoci in mezzo la Samaria. Già nei versetti precedenti (vv. 2 e 5) Marco fa presente una tensione spaziale tra centro e periferia implicitamente detta nell’opposizione Gerusalemme - deserto. 

Gesù Figlio Amato

Il punto di partenza della Missione di Gesù è l’esperienza di sentirsi Figlio fino in fondo … e Figlio amato dall’Abbà. Al racconto di Marco fanno eco le parole del Profeta Isaia (42,1)

“Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni”.

Sentirsi figlio amato è “sentirsi bene”, è assumersi qualsiasi impegno per difficile che sia, con la consapevolezza di non essere soli, di essere con e nell’Abbà … tutt’uno con Lui.

Oggi ricorre spesso la dicitura “stare bene”, si cercano molte cose per “stare bene”: c’è chi corre, c’è chi pratica yoga, c’è chi ascolta la canzone preferita, chi ancora guarda un film, o chi semplicemente cerca compagnia. “Sentirsi bene” è diverso dallo “stare bene” che è più limitativo. Il “sentirsi bene” è un fatto olistico, totalizzante, ampio e profondo che coinvolge tutto l’essere (come si suole dire: anima e corpo). Lo “stare bene” ha a che fare con la contingenza e la transitorietà; il “sentirsi bene” richiama un’idea di flusso, di scia, mentre lo “stare bene” è più simile ad un punto fisso, finito.

Possiamo dire che Gesù si “sentiva bene” nel suo essere Figlio e che l’Abbà si “sentiva bene” di avere un figlio come Gesù.

Generalmente un genitore manifesta orgoglio, compiacimento verso un figlio quando questo figlio ha “fatto” qualcosa d’importante, ha raggiunto una meta, o ha avuto qualche successo.

Nel racconto di Marco, Gesù non ha fatto ancora nulla per meritare una tale dichiarazione di amore. L’Abbà “ama per primo” e da questa scommessa di amore fa partire ogni storia umana, anche quella di Gesù. L’Abbà è compiaciuto, è felice per la vita di Gesù, per la sua presenza nel mondo, per il suo vivere la vita sentendosi Figlio, ancora prima di aver “fatto” qualcosa.

A questo riguardo ci può essere utile la conosciuta parabola del Padre misericordioso (Lc 15, 11-32), la quale mette a fuoco il dramma del “sentirsi” o no figlio e dello “stare bene” o “sentirsi bene”, di fatto il figlio maggiore era sempre “stato bene” a casa, senza mai sentirsi figlio, cioè, senza mai “sentirsi bene”.

Tutto parte dall’amore

L’amore è l’esperienza fondante della nostra personalità, delle nostre relazioni con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente che ci circonda, con la vita tutta nella sua complessità.

Il dramma della vita contemporanea nasce dal fatto che noi non siamo più abituati a percepire e a sentire questo flusso continuo, vivificante e auto generante dell’essere stati amati, di essere importanti per qualcuno, di interessare a qualcuno. Ci si abitua a quel senso di “non sentirci bene” che poi diventa abitudine, ci lasciamo incastrare nella routine e nella ripetitività. Viviamo vite affidate alla pigrizia, alla paura, ad una esistenza apparentemente sicura ma dominata dall’eccesso di codificazione e di negazione di qualsivoglia volontà creativa. E, così facendo, dimentichiamo la nostra preziosa originalità di creature dotate di un Dna unico ed irripetibile. Tutti, in misure diverse ci portiamo dentro questa nostalgia di un Amore più grande.

Se guardiamo la vita con occhi da “Figli amati”, ci accorgiamo che la nostra vita è immersa nei doni dell’Abbà. Il primo dono siamo noi stessi, pensati dall’eternità, voluti. E ci risuona nel cuore la parola del Salmo: “Ti lodo, Signore, perché mi hai fatto come un prodigio”.

Quando nasce un bambino, tutti si chiedono a chi assomigli, se alla mamma o al papà. Ma una cosa che nessuno pensa è “assomiglia a Dio!”. Infatti è scritto: “ facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”.

Nel nostro volto c’è il riflesso del volto di Dio, a volte questo volto è anche ferito e deformato.

Un prodigio, un miracolo. Dio fa le cose per bene, e così come siamo, siamo ben fatti.

In noi tutto è dono e tutto è chiamato a diventare dono, è questo il senso dell’esistenza nostra, far circolare il bene, il proprio dono è chiamato a diventare “bene comune”.

Fa pena incontrare persone con doni meravigliosi che vivono nella persuasione di non essere niente…

Eppure … solo se saranno amate e stimate da qualcuno, queste persone impareranno ad avere uno sguardo più positivo verso se stesse.

Alcune immagini di questa scena

Gesù (battezzato, Figlio amato, sospinto, tentato, predica il Vangelo, invita alla conversione e alla fede, Regno di Dio)

Nazaret (villaggio della Galilea)

Fiume Giordano (acqua)

Giovanni (arresto)

Cieli aperti (voce)

Spirito (colomba, sospinge )

Deserto (fiere, angeli)

Satana (tentazione)

Tempo compiuto

Abitare la vita tutta

Gesù entra nella vita cercando di abitarla tutta. Ekumene è il termine greco per indicare il mondo conosciuto e abitato, i rapporti, gli equilibri che si mantengono tra i diversi esseri che vi abitano. Nell’ekumene ci sono esseri visibili e invisibili, alcuni sono microscopici, ma non perché l’occhio non li vede sono assenti. 

Abitare la vita tutta è abitare il tempo presente senza scappare e senza volere eliminare la parte “meno bella” della vita: la fatica, la sofferenza, il male stesso, la minaccia, il mistero.

Gesù si trova in mezzo ad un mondo abitato: ci sono luoghi di periferia e luoghi di centro, c’è il fiume con l’acqua e c’è il deserto arido, c’è Gesù che predica in libertà e c’è Giovanni che è in prigione, ci sono i cieli e c’è la terra, c’è la colomba, le fiere, gli angeli, Satana, il compiacimento, la tentazione, c’è un tempo compiuto e un kairòs che inizia. È in questa vita, in questa realtà ambivalente e non perfettamente definita dove Gesù inizia la sua Missione, dove si assume il suo impegno con passione, sentendosi profondamente amato e sentendo a sua volta che senza far circolare questo grande amore nulla avrebbe senso.

Vivere il tempo presente significa che non esistono un prima e un dopo, ma che il tempo è continuo, che c’è un flusso di realtà chiamata alla trasformazione sempre, e all’interno di quella realtà ci siamo noi, e a noi l’invito antico e sempre nuovo: Convertitevi! Lasciatevi trasformare! Lasciati sconvolgere da una Bella Notizia: “sei la felicità dell’Abbà” in te si compiace il Papa, in te crede, su di te scommette, in te spera ... è ora del nuovo, un nuovo tempo inizia, è il Kairòs, il tempo di grazia, il tempo di vivere da figli, il tempo di far fruttare i doni e di mettere in circolo tutto per rinascere nella nuova umanità. Tutti i simboli che circondano il battesimo di Gesù hanno una funzione sociale che di fatto segnano la creazione di una nuova umanità.

Per te (Luigi Verdi) 

Per te che, invece di cercare Dio, hai saputo aspettarlo e nel silenzio lo hai sentito camminare.

Per te che nella solitudine hai allargato quello spazio facendoci entrare gli altri.

Per te, dimenticato lì dove non c’è crepa per nascondersi e ogni roccia incendia.

Accogli questo filo di speranza questo minimo di luce sufficiente per cercare.

Per te che prima di morire, hai fatto aprire la finestra, geloso del tuo spicchio di primavera.

Per te che hai conosciuto la pietà e gli affetti, il pudore e le poche parole che conviene venerare.

Per te che vedi un figlio correre dove sai di non poterlo seguire.

Per te che passi per la strada di fretta, il capo abbassato, e rientri dove nessuno ti aspetta.

Per te che cerchi un segno che va bene così, che non vivi inutilmente.

Per te che un dolore ti ha portato a gridare in faccia all’infinito.

Per te che lasci a volte in segreto scivolare una lacrima nel cavo della mano e poi la riponi nel tuo cuore lontano da ogni sguardo.

Per te che stai sempre in attesa di un po’ di gioia ad occhi terribilmente aperti.

Per te che hai un figlio che ha un incendio nel cuore, e non sa più dove rifugiarsi.

Per te straniero che porti sempre la tua patria fra le braccia come un’anfora da cui ogni tanto bevi.

Per te che non sai sopportare l’indifferenza della città, non c’è tempo per le sfumature.

Per te che hai visto sfiorire ad uno ad uno i sogni accarezzati in giovinezza.

Per te che avevi nel cuore una meta troppo bella per rischiare l’audacia di credervi.

Per te che una malattia o una tragedia ti ha portato nei binari morti dell’amarezza.

Per te che faresti pazzie per tornare indietro e ridare un’altra piega alla vita.

Per te che cambi affetti e sogni senza amarne mai neppure uno.

Per te che non sai liberarti dalla rassegnazione e vendi la tua dignità.

Per te che non ti sei fatto piegare dalle avversità, anzi le hai usate e sei salito più in alto.

Accogli questo filo di speranza questo minimo di luce sufficiente per cercare.

Vite improntate a quelle di Gesù

“Questa vita improntata a quella di Gesù potrà suscitare interrogativi, far nascere domande, così che ai cristiani verrà chiesto di “rendere conto della speranza che li abita” e della fonte del loro comportamento. Per questo servono uomini e donne che narrino con la loro esistenza stessa che la vita cristiana è “buona”: quale segno più grande di una vita abitata dalla carità, dal fare il bene, dall’amore gratuito che giunge ad abbracciare anche il nemico, una vita di servizio tra gli uomini, soprattutto i più poveri, gli ultimi, le vittime della storia? Teofilo di Antiochia, un vescovo del II secolo, ai pagani che gli chiedevano “mostrami il tuo Dio”, ribaltava la domanda: “mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il tuo Dio”, mostrami la tua umanità e noi cristiani, attraverso la nostra umanità, vi diremo chi è il nostro Dio. I cristiani del xxi secolo possono dire questo? Sanno mostrare una fede che plasma la loro vita a imitazione di quella di Gesù, fino a far apparire in loro la differenza cristiana? La loro vita propone una forma di uomo, un modo umano di vivere che racconti Dio, attraverso Gesù Cristo? “ (Cardinal Martini)

Riflettiamo :

· Mi sono sentito amato/a nella mia vita? Sento di vivere da figlia/o?

· Senti che vivi il momento presente con tutta l’intensità con la quale sei chiamato a vivere?

· Sui doni che Dio ha deposto in te e che costituiscono una grande responsabilità. Ti stanno spingendo alla riconoscenza ed al lavoro impegnativo per farli fruttificare?

· Cosa metti in circolo: i tuoi sogni, il tuo impegno ed entusiasmo, l’ostinata speranza di dare il tuo contributo a questa nuova umanità? Oppure la rassegnazione e il pessimismo?

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