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Cosa ci racconta l'episodio di Gesù con la donna siro-fenicia? Ce lo racconta p. Mariano Tibaldo nella sua catechesi per il fine settimana di febbraio del GIM di Roma.

Mc 7, 24-30: oltre i pregiudizi, per una vera condivisione

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Ci dice il Vangelo di Marco che Gesù si dirige verso la regione di Tiro e di Sidone e lì compie 2 miracoli: la guarigione di una bambina la cui madre era una siro-fenicia e quella di un sordomuto.

È una zona pagana, quella dove sta entrando Gesù, al di fuori, quindi, dei confini del popolo Israele; e i pagani, nella Bibbia, sono paragonati ai cani, animali impuri: con loro un Giudeo osservante non deve avere niente a che fare.

Nell’incontro di Gesù con la donna siro-fenicia, di cui il Vangelo non dice il nome – un’anonima pagana, appunto, il cui volto riflette quello di ciascuno di noi, cercatori angosciati di vita e di liberazione – in questo incontro emerge tutto il pregiudizio religioso e sociale di un pio Israelita, Gesù appunto, verso quelli ‘di fuori’, gli stranieri, i ‘diversi’. Magari ci saremmo aspettati un Gesù differente, uno più accondiscendente e comprensivo: una certa delusione per questo Gesù che si dimostra così ‘umano’ da condividere anche i sospetti e i pregiudizi etnocentrici del suo popolo ci sarà forse venuta.

E tanto più ci sorprende perché la Bibbia stessa aveva attestato, in diverse occasioni, come Dio non era solo ed esclusivamente il ‘Dio di Israele’ ma il Dio di tutti, pagani compresi: non era questo il messaggio del libro di Giona in cui Dio, parlando a Giona, lo aveva apostrofato per la sua insensibilità mentre Lui, Dio, aveva “pietà di Ninive, quella grande città dove ci sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la mano destra e la sinistra”? Il libro di Giona termina con questa domanda: una domanda rivolta ai fondamentalisti della purezza della razza e della religione, a quelli di ‘prima i nostri’ e, aggiungeremmo, una domanda rivolta a tutti noi quando perdiamo gli orizzonti infiniti di Dio e ci smarriamo nei nostri particolarismi e ristrettezze mentali. Il primo vero miracolo dell’incontro con la donna siro-fenicia non è la guarigione della figlia. Il fatto sorprendente è che quella pagana, quella ‘cagnolina’ (un diminutivo che a malapena stempera il disprezzo per quella ‘diversa’), quella donna, di fatto, fa cambiare opinione a Gesù e, in un certo modo, lo riporta nell’alveo della grande tradizione profetica di Israele.

È attraverso questa sconosciuta donna che Gesù accetta che anche i ‘cagnolini’, i ‘diversi’, gli ‘stranieri’ possano sedere a mensa con i figli… e, infatti, dopo questo racconto e l’altro della guarigione del sordomuto di Tiro, il Vangelo di Marco narra il miracolo della moltiplicazione dei pani: il preludio del banchetto dell’Eucarestia dove non esisteranno differenze di razza o ceto sociale, perché nella comunità cristiana, come dirà S. Paolo, non ci sarà più “giudeo né greco, schiavo o libero, uomo o donna perché siete uno in Cristo Gesù”.

In questo nostro mondo dominato dalla paura dell’altro, del diverso e del migrante, per cui si innalzano muri per difendere la nostra identità e stile di vita, noi vogliamo gridare che lo straniero, invece, è una risorsa che ci apre a nuovi orizzonti e a nuove ricchezze, e ci riconcilia con il sogno di Dio di una nuova società.

Come ha detto Papa Francesco ai giovani riuniti a Cracovia nel 2016: “La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Oggi noi adulti abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità: abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri! E tutti insieme chiediamo che esigiate da noi di percorrere le strade della fraternità.”

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