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Introduzione
 
Le parabole raccontano una storia immaginaria che doveva essere riconoscibile dagli uditori di Gersù. Questi racconti immaginari sono una testimonianza sull’esperienza umana ai tempi della nascita dei racconti su Gesù di Nazareth. Non vogliono descrivere un particolare evento storico, ma una struttura, ad esempio, la struttura del potere politico o quella del mondo del lavoro e dei rapporti sociali. Per comprendere

L'eroe è un altro Mt 25, 14-30

Padova, 18 febbraio 2018

Introduzione

 

Le parabole raccontano una storia immaginaria che doveva essere riconoscibile dagli uditori di Gersù. Questi racconti immaginari sono una testimonianza sull’esperienza umana ai tempi della nascita dei racconti su Gesù di Nazareth. Non vogliono descrivere un particolare evento storico, ma una struttura, ad esempio, la struttura del potere politico o quella del mondo del lavoro e dei rapporti sociali. Per comprendere questi racconti, occorre indagare il rapporto tra il racconto della parabola e il mondo sociale, di cui la parabola fornisce un’analisi critica. Inoltre, le parabole parlano del Regno di Dio ed hanno, per contrasto, un riferimento all’attesa del giudizio di Dio di fronte all’ingiustizia.La parabola dei talenti ha una storia interpretativa allegorica, in cui il padrone che parte per il viaggio viene visto come immagine di Dio, che affida dei talenti (una somma ingente, il talento è una misura d’oro che oscillava, secondo i tempi, tra i 26 e i 36 chili d’oro. Un talento corrispondeva a 6000 denari, che equivalevano a circa venti anni di salario di un operaio) ai suoi servi (coloro che sono chiamati a essere discepoli/e). Poi questi talenti sono variamente interpretati come le virtù, o le capacità o i punti di forza ricevuti in dono da Dio. Tanto che anche nel linguaggio comune si dice che “ha talento” chi è particolarmente capace in qualche ambito. L’applicazione morale di questa lettura è ben nota: bisogna coltivare i propri talenti, dono di Dio; vivere con responsabilità, usarli per il Regno… per non rammaricarsi amaramente poi. Eppure, a leggere bene questa parabola nei dettagli, questa lettura ci suscita diverse domande problematiche, che ci mettono a disagio. Rileggiamo il testo della parabola:

Mt 25, 14-304

Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: «Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque». 21«Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: «Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due». 23«Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». 24Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo». 26Il padrone gli rispose: «Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Una lettura difficile 

Se nella parabola la figura del padrone rappresenta Dio, ci domandiamo come possa essere l’immagine del Padre di Gesù, dato che il padrone stesso ammette di essere ingiusto e poi agisce con estrema ferocia e violenza. Sentiamo in noi, invece, una avversione, un rigetto di un dio così! Poi, in un mondo in cui i ricchi continuano ad arricchirsi sempre più a scapito della maggioranza, a cui viene tolto anche quel poco che ha, ci scandalizza che questo meccanismo economico sia “benedetto” da Dio. Ma come è possibile che il Dio di Gesù prenda una simile posizione? Chiaramente c’è qualcosa di serio che non va in questa interpretazione tradizionale della parabola!Per comprendere questa parabola bisogna recuperare il contesto a cui fa riferimento il racconto. Nella Palestina del I secolo, il sistema economico aveva due caratteristiche: era da un lato basato sulla produzione agricola, dall’altro aveva un forte connotazione di sfruttamento. In altre parole, era un sistema di strozzinaggio, in cui si estraevano risorse dai sudditi per l’arricchimento e l’opulenza dei potenti. Questo avveniva principalmente attraverso un sistema di tassazione esorbitante per le possibilità dell’economia di sussistenza del tempo. La conseguenza era anzitutto l’indebitamento, poi la perdita della proprietà della terra – che andava ad ingrossare i latifondi dei signori – ed infine la riduzione in servitù. C’erano quindi dei signori che non risiedevano nelle loro grandi fattorie, ma vivevano esibendo ricchezza e prestigio nelle città ed affidavano l’amministrazione delle loro proprietà ai propri servi o funzionari. Questi operavano per conto dei propri padroni e potevano mantenere la loro posizione di privilegio nella misura in cui facevano fruttare e moltiplicare il capitale che avevano in gestione. In un sistema di sfruttamento economico, queste “aziende agricole” dovevano adattarsi alle pratiche di sfruttamento per essere redditizie. Il risultato era scontato: arricchimento dei potenti, impoverimento degli altri. Gli ascoltatori della parabola erano ben consapevoli di questo sistema e nella parabola vedevano immediatamente la struttura economica e sociale del loro tempo. Il terzo servo dice la verità e rinfaccia al padrone di essere, lui, ladro. Ma il padrone non si sente nemmeno offeso, rimprovera il servo di non aver impiegato il denaro in modo tale da raddoppiarlo e di non averlo nemmeno affidato a una banca, per riscuotere gli interessi. Questo servo viene gettato nelle tenebre dove è pianto e stridore di denti.In un certo senso, è lui l’eroe della parabola, in quanto si è comportato come Gesù ha insegnato nel discorso della montagna. Non ha servito Mammona (Mt 6,24) e si è rifiutato di partecipare come gregario all’espropriazione dei piccoli contadini.

“L’impero colpisce ancora”

La parabola è molto pragmatica e ci mostra cosa accade quando non ci allineiamo con il sistema di sfruttamento. Anzitutto la ritorsione e la deterrenza. Viene immediatamente stigmatizzato il 3° servo come malvagio e pigro. Cioè, da un lato viene “criminalizzato”, rovesciando la percezione della realtà (chi è il vero ladro?) e disumanizzandolo. Questo accade anche oggi, basti pensare alla scorsa estate quando abbiamo assistito alla criminalizzazione delle ONG che salvavano vite nel Mediterraneo. Forze politiche, gruppi di pressione, opinionisti si sono scagliati contro queste organizzazioni accusandole di essere colluse con il traffico di esseri umani. Tutto questo per poi firmare un patto scellerato con le milizie libiche, spesso gli stessi trafficanti, per trattenere i migranti richiedenti asilo in Libia, dove sappiamo bene di quali torture, condizioni di non-vita ed estorsioni sono oggetto.Dall’altro lato quel servo renitente viene giudicato anche come un vizioso, un pigro… facendo leva su dei valori sociali apprezzati: la laboriosità, l’impegno, la fedeltà. Quindi un criminale anti-sociale, totalmente deplorevole.Poi il padrone passa a riaffermare la legittimità delle strutture di sfruttamento ed accumulo di denaro: dice al servo che se anche era un incapace (di sfruttamento!) poteva almeno affidare il talento alla banca che lo avrebbe fatto fruttare (o, meglio, “sfruttare”?). Sappiamo che non necessariamente una banca debba essere questo; può anche essere intesa come un vero servizio a sostegno di chi produce per il bene comune. Ma qui viene giustificata come struttura di mero profitto speculativo.Infine, viene giustificato l’accumulo esorbitante di ricchezza, come se fosse l’ordine naturale delle cose: a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E come deterrente per chi osi metterlo in dubbio, ecco la ritorsione e la lancinante pena comminata al servo non allineato con il sistema: gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

Quale alternativa?

Quel servo è stato “eroico” nel rifiutarsi di collaborare con il sistema, ma è rimasto facilmente stigmatizzato e vittimizzato per essere rimasto solo, isolato. Non ha colto la necessità di costruire assieme ad altri un’alternativa. Così il sistema lo ha facilmente spazzato via. Gesù, invece, con l’annuncio del vangelo, della buona notizia, invitava la gente ad entrare nel Regno di Dio, in uno stile di vita alternativo, fraterno, basato sulla giustizia di Dio, non quella del sistema. La parabola in sé non ci dà la soluzione, ma termina con la denuncia del sistema. L’alternativa la vediamo nell’altra parabola che segue a ruota (Mt 25, 31-46), che è il racconto del giudizio finale, rappresentazione della giustizia di Dio: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Questo significa scegliere Dio anziché Mammona, come invece nel caso della parabola dei talenti. La dignità, i diritti umani, la soddisfazione dei bisogni essenziali di tutti vengono prima della salvaguardia delle comodità, privilegi e ricchezza che il sistema garantisce a pochi a scapito degli impoveriti.Urge riconsiderare il modello economico finanziario-capitalistico oggi dominante. Papa Francesco lo ha denunciato: “Questa economia uccide” (EG 53). Ma, come scrive Paolo Cacciari, “non è facile immaginare un’economia che non sia basata sulla crescita permanente dei volumi delle merci commercializzate, che non esprima la propria forza in incrementi delle rese, degli utili e dalle plusvalenze generate dalle Borse. Il ricatto occupazionale e del reddito pesa sui lavoratori: se non accetti carichi di lavoro sempre più gravi sarai espulso dal ciclo produttivo e ti verrà a mancare il sostentamento. Non è facile immaginare un’economia che sia più rispettosa delle condizioni di lavoro e che non abbia ripercussione irreparabili sui cicli biologici del pianeta. Ma la grande sfida di civiltà è proprio la conversione ecologica e sociale dell’economia”.Eppure l’alternativa c’è. Stefano Zamagni e Luigino Bruni la chiamano “economia civile”, un’economia di mercato non capitalistico, basata su un modello cooperativo-comunitario, con la collaborazione tra tre soggetti: ente pubblico, imprese e società civile (o Terzo settore). È un tessuto economico strettamente legato al sociale, il cui scopo non è la massimizzazione dei profitti, ma la sostenibilità e l’equa distribuzione delle risorse economiche. Un’economia solidale, di comunità, del bene comune, di condivisione e collaborazione. Abbiamo tante espressioni diverse ed esperienze di questo tipo di economia: ad esempio le cooperative sociali che svolgono il compito di garantire la piena occupazione, orientate sull’offerta di beni comuni, beni pubblici e beni relazionali. O – come sottolinea ancora Paolo Cacciari – imprese sensibili ai temi sociali e ambientali che danno vita a consorzi per migliorare le loro attività; che “hanno scelto di non misurarsi sul mercato con il solo criterio del prezzo, ma stabilendo un rapporto di fiducia, trasparente, concordato con le persone che usufruiscono dei loro prodotti e servizi. I confini tra cliente, utente e produttore si intrecciano nell’autogestione compartecipata dell’impresa economica solidale. Non si cerca di praticare il prezzo più basso, ma il ‘prezzo giusto’”. 

Per la tua riflessione:

1. Quale parola, frase, immagine del vangelo di oggi ti ha toccato in modo particolare? Che cosa ha suscitato in te? Che messaggio ti comunica?

2. Come vivi il rapporto tra la tua fede e l’economia?

3. Come puoi attivarti per entrare a far parte di un’economia del bene comune? Da dove puoi cominciare? 

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