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Date loro voi stessi da mangiare!

Catechesi di gennaio 2018 del GIM di Venegono.

Il testo

13 Ora Gesù, avendo udito, si ritirò da lì in barca verso un luogo deserto, in privato. E, udito, le folle lo seguirono a piedi dalle città.

14 E, uscito, vide molta folla ed ebbe compassione di loro e curò i loro infermi.

15 Ora, giunta la sera, vennero innanzi a lui i discepoli dicendo: Deserto è il luogo e l'ora già è passata; congeda le folle, che vadano nei villaggi e si comprino cibi.

16 Ora Gesù disse loro: Non hanno bisogno di andare: date loro voi stessi da mangiare!

17 Ora gli dicono: Non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci.

18 Ora disse: Portateli qui a me!

19 E, ordinato alle folle di sdraiarsi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, benedisse, spezzò e diede i pani ai discepoli e i discepoli alle folle.

20 E mangiarono tutti e furono saziati, e levarono di ciò che sovrabbondò dei pezzi dodici ceste piene.

21 Ora quelli che mangiarono erano circa cinquemila uomini, senza le donne e i bambini.  

 

Il Contesto

Giovanni il grande profeta è morto, o meglio è stato levato di torno. Questo evento importante per tutto Israele lo è in modo unico per Gesù: è giunta la Sua ora. Previsto o non previsto quest’evento forza Gesù a chiarirsi nella sua missione.

È interessante come in questo capitolo già si sia parlato di cibo: l’uccisione di Giovanni è infatti decisa in un contesto di banchetto e di festa; dove il cibo è buonissimo e abbondante, ma non nutre e non dà vita. Se è vero che si è ciò che si mangia, la festa (e i manicaretti) di Erode è idolatra, puzza del servilismo di pochi. C’è contrasto pieno col banchetto (messianico) di Gesù che nutre creando fraternità, familiarità, nuova umanità.

Giovanni dunque scompare dal Vangelo? Sì e no. Anche lui è seme che muore e che germoglia più vigoroso. Visitando il Battistero di Firenze durante i campi GIM abbiam visto quanto la vita di Giovanni sia un parallelo incredibile alla vita di Gesù!

 

Leggiamo il testo

Gesù allora ricerca solitudine. Anche se il testo non lo dice, Lui ha un cuore e soffre profondamente per la barbarie che ha ucciso suo cugino Giovanni, uomo buono.

Gesù uomo ha le Sue esigenze. Gli servono chiarezza sulla sua vocazione e intimità col Papà; esce così nel deserto, dove lo attende la morte perché Lui è Pane donato!

Ma con Lui anche la gente deve fare un nuovo esodo: lo fa dal palazzo, dove apparentemente ci sono vita e ricchezza, al deserto, apparentemente luogo di morte, e invece luogo dove Dio offre il Suo dono.

E lo si fa con determinazione: Lui che prende la barca, ma anche i tanti che si incamminano a piedi. Anzi… arrivano prima loro: quanta fame hanno!!!

v. 14: In questo versetto troviamo come la Compassione- patire con- sia il motore costante di ogni decisione e azione di Gesù e viene da dire che ogni azione che non è misericordia sia come l’orgia di Erode. La parola greca per compassione richiama “viscere”, l’utero materno, è cioè il sentimento che nasce dall’utero di Dio Madre. La misericordia di Gesù si manifesta nel guarire “i loro” infermi (accenno al fatto che le viscere di Gesù hanno misericordia di chi non ha con lui legami di sangue, bensì un legame addirittura più forte del sangue). Di loro Egli ha cura, delicata attenzione verso gli in-fermi, coloro che non stanno in piedi da soli. Visitando il presepe dei Comboniani di Venegono il nuovo arcivescovo di Milano diceva che “Natale è prendersi cura di chi non può prendersi cura di se stesso”. Coloro che sono sempre e solo sfruttati perché deboli diventano destinatari di predilezione. EG 197

Nonostante il SUO bisogno di solitudine Gesù è qui disponibile alle esigenze degli altri mostrando compassione per la sofferenza di tutti e le malattie di alcuni. E Gesù li incontra nella solitudine, lontano da Dio che non vive nella sinagoga.

v. 15: giunta la sera: Luogo teologico più che clausola temporale (clausole così comuni e a volte fuorvianti nella liturgia). La sera è il tempo dell’incontro tra Dio e l’umanità nell’Eden. È però anche la fine del giorno e del tempo disponibile all’uomo. È il tempo dello smarrimento, della non chiarezza e del timore. Inizia la notte, e tutto ritorna al caos primitivo come nell’ultima sera, nella quale Gesù ci diede il suo pane (Mt 26,20), per consegnare poi il suo corpo al cuore della terra (Mt 27,57). La presenza di Gesù ci rimanda invece al giorno ottavo, giorno senza tramonto dove non c’è oscurità. Purtroppo però i discepoli non han fatto ancora esperienza della Resurrezione e sono disorientati, sopraffatti dalla solitudine e dal timore dell’oscurità: deserto il luogo e l’ora è già passata. Luogo e tempo in cui non si può più fare niente, non si può più vivere. Interessante che nel computo del tempo delle società tradizionali il tramonto è il tempo dell’ora prima; col tramonto inizia un nuovo giorno o meglio… un giorno termina.

I discepoli non son di grande aiuto né alla gente né a Gesù: “che si arrangino! Facciano quello che vogliono” ma fondamentalmente si tolgano dai piedi. Un po’ come oggi al tempo di Papa Francesco dove tutti vedono che le cose non funzionano e chiedono: cosa dobbiamo fare? Dove però poi tutti fanno fatica a seguire la strada tracciata da lui e optano per la via più comoda, quella del compromesso e del si è sempre fatto così!

Dunque: “congeda le folle perché vadano nei villaggi” e si facciano un panino! La tentazione costante è di tornare alle certezze, di fare Esodo al contrario perché a parte il trascurabile particolare che in Egitto si era schiavi, in fondo… si stava anche bene. L’atteggiamento dei discepoli smaschera la nostra ipocrisia! Non capiscono ancora che invece il pane di Gesù è gratuito (beh, al solo trascurabile prezzo del suo sangue in realtà…) e non commerciabile. E purtroppo Lui stesso sarà “commerciato” per 30 miseri denari!

Interessante che non si faccia altro accenno che al cibo, mentre evidentemente anche il riparo per la notte costituiva un’esigenza concreta. Evidentemente ciò che è in gioco qui è ben altro che… cibo!

v. 16: E Gesù spiazza, come tante volte anche Francesco, per la “logicità” di ciò che dice, che non sembra logico affatto: non hanno bisogno di andare. Perché dovrebbero? E’ tanto semplice: date loro voi stessi da mangiare! Gesù ci aiuta a capire dunque che la soluzione non è da cercare nel conosciuto. Occorre rendersi conto del nuovo che inizia qui e adesso.

Dicendo voi stessi date loro da mangiare Gesù afferma che i discepoli hanno già quello che serve ed è strano che non se ne rendan conto. E vien da chiedersi: perché siamo Chiesa? A cosa (noi e la Chiesa) siamo chiamati? Certamente a sfamare, lavare e vestire, ma anche ad altro, a rispondere ai bisogni veri della gente. Si dice che un giorno nel Metrò di New York sia apparsa chiara la scritta: Jesus is the answer. A cui poco dopo fu aggiunto: Which was the question? Di questo parla anche spesso papa Francesco (cfr EG 155): troppo spesso la Chiesa è ininfluente perché parla un linguaggio altro da quello della gente, mentre non sa riconoscere ed affrontare le fami e le seti più devastanti che affliggono l’umanità! EG 86 Anzi talvolta la Chiesa diventa un fardello ulteriore… posto sulle spalle della gente EG 150

Come potremo essere sfamati se non ci rendiamo conto di ciò che abbiamo? Stupisce allora che Gesù cambi le carte in tavola di chi va da Lui come al Dio distributore aspettandosi tutto e subito: Date voi loro da mangiare. Ma anche date loro voi stessi come cibo. Parole assurde? Gesù si impegna qui e sempre a fare la Sua parte, ma non a fare la nostra. Avete voi quanto serve per voi e agli altri. Cos’è allora che hanno i discepoli?

v. 17: Non abbiamo qui se non cinque pani e due pesci. I discepoli hanno una risposta perché qualcosa c’è, e alla fine cinque pani e due pesci potrebbero anche bastare per il loro piccolo gruppo, a loro stessi. Rispondono così pensando di evitare la brutta figura… e facendone invece una peggiore perché risulta chiaro che loro per primi non credono in quello che dicono. Giovanni fa capire nel quarto vangelo che un ragazzo si era fatto avanti con l’ingenuità (o la saggezza) dei giovani che possono ancora avere fiducia e credere; questo ragazzo credeva veramente che quel poco che aveva potesse servire. E gli adulti l’avranno deriso col consueto ritornello: beata gioventù! Come a dire: non sanno ancora cos’è la vita, ma impareranno presto. E così “imparando” si diventa incapaci di sognare e si apprende solo come affogare nella maleodorante palude dello scetticismo che intrappola.

Dovrebbe invece balzarci agli occhi un’altra evidenza che cioè 5 + 2 = 7 che in matematica non è un granché mentre nel linguaggio biblico è un numero divino, una figata. Ma già… i discepoli non vedevano oltre l’evidenza del Gesù… (buon) uomo. Con Giovanni allora diciamo: Bravo ragazzo!

v. 18: Gesù continua col suo fare indisponente: portateli qui a me, e non credo che i discepoli la presero troppo bene. E assieme a del buon cibo ricevettero anche una bella lezione quel giorno - lezione che ahimè non sarebbe bastata! - non è importante cosa o quanto si abbia perché tutto sovrabbonda quando è condiviso. Più che moltiplicazione dei pani sarebbe più bello dire…. condivisione dei pani? E pensate che c’erano anche i pesci…!

v. 19: Gesù è Parola fatta carne, Parola eternamente creatrice. Gesù dice, ordina, e crea quello che dice! La folla viene fatta sedere; che banchetto diverso da quello del primo esodo consumato in piedi e in fretta. Una festa coi fiocchi. E cominciarono a far festa è il bellissimo motto dei preti 2018 della diocesi di Milano. Motto sibillino a prima vista ma ricchissimo.

Sedere sull’erba, non nella scomodità dell’Egitto o del deserto, ma sulla ricchezza e accoglienza della terra divinamente promessa e data. E la festa comincia con le sue regole, che Gesù accoglie dalla liturgia ebraica e che poi saranno perpetuate nella liturgia Eucaristica.

Gesù prese. Il Figlio che riceve dal Padre tutto ciò che ha ed è, non come rapina ma, a differenza di Adamo, come puro dono. Ogni mano chiusa avvelena il dono mentre se aperta ne fa comunione di vita col Padre e con gli altri. Prende i cinque pani: non il grano, ma il pane, frutto di lavoro e relazioni. Per Agostino i 5 pani sono anche in relazione ai cinque libri della legge, per significare che “ l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3). E i due pesci, simbolo forte di Cristo sia nell’acronimo greco ἰχθύς, sia nelle apparizioni del risorto (Gv 21,9) perché anche Gesù, come il pesce, diventa commestibile solo se tolto dal suo ambiente, fatto morire e “cucinato”.

Gesù alzò gli occhi al cielo. Non come Adamo che prese ma non alzò gli occhi verso il volto del Padre bensì fuggì da lui. E poi benedisse, fa una berakà. Riconosce così sia il dono sia il Donatore. E riconoscendo tutto come dono, dona e si fa dono, infatti spezzò e diede ai discepoli e i discepoli alle folle perché impara dal Padre a donar-si e come a Lui è stato mostrato così insegna ai suoi. Provate ad immaginare questa incredibile sequenza del pane che si muove di mano in mano, come il Padre avrebbe voluto che fosse e che Adamo ha interrotto. Nonostante oggigiorno nessuna ASL avrebbe permesso una simile kermesse, l’evento è di fatto stupefacente.

Gesù si situa nella tradizione superandola dato che il capofamiglia era il sacerdote della cena ebraica anche se talvolta un maestro compiva questi gesti coi suoi discepoli. Nel nuovo patto, invece, dove anche i legami di carne sono trascesi, Gesù maestro è sacerdote ma fa porgere il pane dai suoi discepoli, sacerdoti di un’alleanza nuova. E non possiamo limitarci qui a pensare solo che Gesù vuol sempre avere bisogno di noi, che già non è poco. In ogni liturgia Eucaristica ripetiamo: Ti rendiamo grazie per averci ammessi alla tua presenza a compiere il servizio sacerdotale (preti e laici, ciascuno a suo modo). Gesù ci fa andare oltre visioni superate e troppo ristrette…; nelle quali purtroppo ancor oggi invece ci racchiudiamo!

v. 20: mangiarono tutti e furono saziati. Questo pane è vita e sazietà per tutti, a differenza del pane del “club esclusivo” di Erode. Davvero i poveri mangiano e sono sazi (Sal 22,27) perché Dio ha dato abbastanza per tutti ed è solo l’ingordigia che porta morte sia a chi si soffoca di cibo sia a chi è privo del necessario. Del primo pane non si è mai pieni, del pane spezzato ci si sazia! Anzi, ne avanza pure. Chissà che faccia avranno fatto i poveri discepoli. E ne avanzano ceste intere! E Tante: dodici, che non è numero ma lo trascende: 12 come le tribù di Israele e come i mesi dell’anno, dunque ce n’è per tutti e per ogni giorno! (EG 191)

v. 21: cinquemila uomini. Ops… politically incorrect! Si parla solo di uomini maschi. E’ invece di importanza vitale che si faccia menzione anche delle donne e dei bambini, per dirci ad alta voce che qui anche chi non conta mangia tanto quanto gli altri. Dunque..ognuno conta per un coperto, eccome! E non dimentichiamo che 5.000 è il numero dei membri della prima comunità di Gerusalemme secondo Luca (cf. At 4,4), che vivevano l’insegnamento di Gesù mettendo in comune i beni, spezzando il pane e pregando con gioia (At 2,42). E non possedendo niente di proprio!

Questa universalità, sazietà e totale abbondanza senza spreco, son segni di messianicità. Gesù e la sua comunità SONO il tempo nuovo.

Tutti noi missionari abbiamo partecipato in mezzo alle genti che il Signore ci ha donato queste liturgie di vita; declinandolo in modo diverso abbiamo conosciuto questa liturgia di moltiplicazione del cibo, della vita e della gioia che tanto impattano chi di solito partecipa a banchetti ben più raffinati ma non certo così succulenti e traboccanti di vita e di gioia!

Alziamoci dunque da questo soffice prato con stupore e riconoscenza. Ma anche con la consapevolezza e bisogno del volersi dare! Date loro voi stessi da mangiare!

 

Per la vita:   

1. Riconosco di aver fame di verità e di vita? Quali le mie fami? Quali le paure? E… quali fami son chiamato a saziare?

2. Di cosa sono abbastanza ricc@ da poter condividere? Pensa al portafoglio ma… non solo!

3. Quanto sono bloccato dal giudizio degli altri, dei benpensanti. Quanto intrappolato da una cultura o sub cultura che non dà vita?

4. Siamo popolo sacerdotale, uomini e donne. Cosa significa questo per te oggi?  

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