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Vivere è vedere la nuova creazione

Catechesi dell'incontro di novembre del GIM2 di Padova.

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Si dice spesso che la fede è cieca; la fede cristiana, invece, è essenzialmente un “vedere”. Non si tratta di avere visioni strane, ma semplicemente di aprire gli occhi sulla realtà.      

   

La cecità e le opere di Dio (9,1-5)

Passando Gesù vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono,dicendo: "Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?" Gesù rispose: "Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui. Bisogna che io compia le opere di colui che mi ha mandato mentre è giorno; la notte viene in cui nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo".  

La creazione dell'uomo nuovo (9,6-7)

Detto questo, sputò in terra, fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco, e gli disse: "Va', lavati nella vasca di Siloe" (che significa: mandato). Egli dunque andò, si lavò, e tornò che ci vedeva.  

La nuova identità del cieco (9,8-12)

Perciò i vicini e quelli che l'avevano visto prima, perché era mendicante, dicevano: "Non è questo colui che stava seduto a chiedere l'elemosina?" Alcuni dicevano: "È lui". Altri dicevano: "No, ma gli somiglia". Egli diceva: "Sono io". Allora essi gli domandarono: "Com'è che ti sono stati aperti gli occhi?" Egli rispose: "Quell'uomo che si chiama Gesù fece del fango, me ne spalmò gli occhi e mi disse: "Va' a Siloe e lavati". Io quindi sono andato, mi sono lavato e ho ricuperato la vista". Ed essi gli dissero: "Dov'è costui?" Egli rispose: "Non lo so".  

Primo interrogatorio da parte dei farisei (9,13-17)

Condussero dai farisei colui che era stato cieco. Ora, era in giorno di sabato che Gesù aveva fatto il fango e gli aveva aperto gli occhi. I farisei dunque gli domandarono di nuovo come egli avesse ricuperato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo". Perciò alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non è da Dio perché non osserva il sabato". Ma altri dicevano: "Come può un peccatore fare tali miracoli?" E vi era disaccordo tra di loro. Essi dunque dissero di nuovo al cieco: "Tu, che dici di lui, poiché ti ha aperto gli occhi?" Egli rispose: "È un profeta".

Interrogatorio dei genitori da parte dei Giudei (9,18-23)

I Giudei però non credettero che lui fosse stato cieco e avesse ricuperato la vista, finché non ebbero chiamato i genitori di colui che aveva ricuperato la vista e li ebbero interrogati così: "È questo vostro figlio che dite esser nato cieco? Com'è dunque che ora ci vede?" I suoi genitori risposero: "Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda, non sappiamo, né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi; domandatelo a lui; egli è adulto, parlerà lui di sé". Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che se uno riconoscesse Gesù come Cristo, fosse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: "Egli è adulto, domandatelo a lui".  

Secondo interrogatorio dell'uomo da parte dei Giudei: il primato della coscienza (9,24-34)

Essi dunque chiamarono per la seconda volta l'uomo che era stato cieco, e gli dissero: "Dà gloria a Dio!

Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore". Egli rispose: "Se egli sia un peccatore, non lo so; una cosa so, che ero cieco e ora ci vedo". Essi allora gli dissero: "Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi. Egli rispose loro: "Ve l'ho già detto e voi non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventar suoi discepoli anche voi?" Essi lo insultarono e dissero: "Sei tu discepolo di costui! Noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che a Mosè Dio ha parlato; ma in quanto a costui, non sappiamo di dove sia".

L'uomo rispose loro: "Questo poi è strano: che voi non sappiate di dove sia; eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non esaudisce i peccatori; ma se uno è pio e fa la volontà di Dio, egli lo esaudisce. Da che mondo è mondo non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a uno nato cieco. Se quest'uomo non venisse da Dio, non potrebbe far nulla". Essi gli risposero: "Tu sei nato nel peccato e insegni a noi?" E lo cacciarono fuori.  

L’incontro di Gesù con l'uomo e la professione di fede del cieco guarito (9,35-38)

Gesù udì che lo avevano cacciato fuori; e, trovatolo, gli disse: "Credi nel Figlio dell'uomo?" Quegli rispose: "Chi è, Signore, perché io creda in lui?" Gesù gli disse: "Tu l'hai già visto; è colui che parla con te, è lui". Egli disse: "Signore, io credo". E gli si prostrò dinanzi.  

Controversia con i farisei: i veri ciechi (9,39-41)

Gesù disse: "Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi". Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste cose e gli dissero: "Siamo ciechi anche noi?" Gesù rispose loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane.    

         

IL CONTESTO

Il capitolo 9 del vangelo di Giovanni contiene un severo atto di accusa contro la cecità di un'istituzione religiosa, per la quale il bene della dottrina è più importante del bene dell'uomo.

Vediamo allora, che Gesù esce (scappando) dal tempio (Gv 8,59), dopo un tentativo di lapidazione; ma uscendo da lì incontra le persone che non possono entrare nel tempio, gli esclusi.

Dalle prime battute del Prologo, Giovanni ha presentato il “Verbo” come “luce” e Cristo stesso ha poi solennemente proclamato: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12). Ma, come risulta dal serrato dibattito con i capi giudei (cfr. capp. 7 e 8), Gesù viene rifiutato da molti. L’episodio del cieco nato, un capolavoro di straordinaria bellezza, umanissimo, toccante e drammatico al tempo stesso, ribadisce che Gesù è “la luce vera”, verità a cui il "cieco nato" arriverà attraverso un itinerario lento e laborioso (come era avvenuto per la samaritana in Gv 4,1-42).

     

IL TESTO

Passando, vide un uomo cieco dalla nascita…”: così viene introdotto Gesù, senza alcuna indicazione di tempo e di luogo, ma semplicemente sottolineandone l’iniziativa (“vide”). Non è il cieco che prega Gesù, ma è Gesù che lo vede; l’iniziativa è di Gesù, e questo ci dice che non è l’uomo che vede Dio, ma è Dio che vede l’uomo. E Gesù vede, vede lo scarto della città, l’ultimo della fila, un mendicante cieco: un uomo reso invisibile. Per Gesù, però, ogni incontro è una meta, e il suo sguardo non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona».

Con la domanda: “chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”, i discepoli si fanno portavoce di una mentalità comune e diffusa. Si riteneva, infatti, che la sofferenza fisica fosse originata dal peccato, che Dio puniva, in base alla gravità del male fatto o personalmente o dai propri genitori, fino alla terza o quarta generazione. Addirittura, secondo la teologia rabbinica, si credeva che l’uomo già nel ventre della madre potesse peccare. I ciechi, poi, per un editto del re Davide, non potevano entrare dentro il tempio di Gerusalemme; erano considerati impuri, e quindi esclusi dal luogo sacro.

Bisogna dire che, ancora oggi, sebbene siano passati tanti secoli, e ci sia stata una certa crescita di liberazione che il messaggio di Gesù ha portato, dentro di noi c’è ancora l’idea che quando si presentano cose difficili da accettare come una malattia, un lutto, o una disgrazia, ecco che in molte persone che si dicono cristiane, affiora la domanda: “cosa ho fatto per meritarmi questo castigo?”  

La risposta di Gesù condanna senza appello questa mentalità: “Né lui né i suoi genitori…ma è così perché si manifestino le opere di Dio” (e opera di Dio è lo stesso che segnale di Dio).

Gesù cambia la direzione della domanda: non più una curiosità sulla causa della disgrazia, ma una parola sul fatto che la malattia può diventare un luogo in cui si manifestano le opere di Dio. E le opere che Gesù e i suoi devono compiere senza indugio - finché è giorno - corrispondono alla missione che Egli ha ricevuto: liberare l’uomo dalla sua cecità per riportarlo alla luce di Dio; ma più in generale la sua missione è comunicare vita ad ogni persona.

È, in pratica, l’azione creatrice del Padre che non è finita con i 6 giorni famosi della Genesi, ma che continua in ogni persona e in ogni realtà che viene al mondo. E a questa missione sono invitati a collaborare tutte quelle persone che desiderano seguire Gesù, affinché la sua attività creatrice continui e arrivi ad ogni persona. E come si partecipa a questa missione? Comunicando vita agli altri, restituendo vita agli altri, arricchendo la vita degli altri.

Gesù guarisce il cieco con gesti semplici ma significativi, sull’esempio dei profeti dell’Antico Testamento: “sputò per terra, fece del fango con la saliva e lo spalmò sugli occhi del cieco”. Per gli ebrei osservanti, l’azione di fare del fango era una di quelle proibite in giorno di sabato. “Per Gesù questo gesto simbolico, che richiama quello della creazione del primo uomo, ha un suo significato specifico: Dio continua la sua azione creatrice, e quest’uomo che era stato escluso da questa azione creatrice, adesso ne diventa il protagonista.

La realizzazione di questo progetto d’amore, però, è posta nelle mani dell’uomo. Egli liberamente potrà andare a lavarsi o meno alla piscina per riacquistare la luce. Gesù lo dice espressamente: “Va’, lavati alla piscina di Siloe (che significa inviato)”; Gesù, lo manda verso l'Inviato del Padre, lui stesso, inviato per dare luce a coloro che sono nelle tenebre. Quindi, il cambio sarà possibile nel momento in cui quest’uomo accetta di camminare verso Gesù, l’inviato, colui che deve diventare modello della sua vita.

Tutto il racconto, però, intende sottolineare in modo molto accentuato due atteggiamenti contrapposti davanti alla persona di Gesù.

Da una parte c'è l'atteggiamento del cieco che, guarito fisicamente, giunge lentamente all'illuminazione totale, che è la luce della fede in Gesù. L'evangelista descrive, appunto, l'itinerario della fede cristiana nel suo progressivo chiarificarsi: per il cieco Gesù è dapprima "l'uomo che si chiama Gesù" (v.11) e che lo ha guarito; un uomo, cioè, che si è interessato di lui e gli ha voluto bene concretamente.

In un secondo momento lo riconosce come "un profeta" (v.17); quindi uno che viene da Dio, cioè un suo inviato (v.33). Infine (è l'ultima tappa), in un incontro personale, Gesù gli si rivela come il "Figlio dell'uomo", cioè come colui che viene per radunare tutti gli esseri umani e renderli partecipi della vita di Dio (Gv 1,51; 3, 14-15; 6, 62-63).

Allora, prostrato a terra, il cieco guarito professa la sua fede piena: "Credo, Signore!" (vv.35-38). Questa è una fede che è cresciuta in un contesto di ostilità; difatti, per questo individuo cominciano i problemi; non viene riconosciuto dai vicini; alcuni dicono: è lui, e altri affermano: non è lui. Ma come fanno a non riconoscerlo? Non è che gli siano stati cambiati i connotati! L’unica cosa è che prima non aveva la luce degli occhi, ma ora è tornato a vedere, ha recuperato la vista. Perché non viene riconosciuto?...

L’evangelista vuole mostrarci la differenza tra l’uomo sottomesso alla Legge, incapace di vedere, incapace di autonomia e libertà, dall’uomo che, quando accoglie il messaggio di Gesù, si trasforma; fiorisce in lui una realtà nuova, fatta di pienezza di libertà, fatta di audacia e creatività. Così è quando ci s’incontra con Gesù, la nostra vita acquista una libertà, una dignità tale che si è come prima, ma si è completamente diversi. Fisicamente si è lo stessi, però ci si scopre amati e rivestiti con la dignità dei figli e figlie di Dio.

E lui, l'ex cieco, risponde io sono!” (vedi Esodo 3,14), rivendicando così, per sé, il nome divino, il nome esclusivo che, nella Bibbia, è adoperato da Dio, e, nei vangeli, da Gesù. Perché? La ragione la incontriamo nel prologo di Giovanni dove si dice che: “A quanti lo hanno accolto (a Gesù), ha dato la capacità di diventare figli di Dio (Gv 1,12). Figli e figlie di Dio non si nasce, ma si diventa, quando si accoglie nella propria esistenza Gesù e il suo messaggio, e si cambia radicalmente direzione, vivendo non più per se stessi, ma per gli altri. Per cui, quella persona che era ritenuta maledetta e castigata da Dio, all’incontrarsi con Gesù e all’accogliere la sua parola, ha la stessa condizione divina di Gesù.

Allora incomincia una serie di interrogatori, e, per ben sette volte gli sarà chiesto: “In che modo ti sono stati aperti gli occhi?”            

Che Gesù avesse restituito la vista a un cieco, questo non era un grande problema per l’istituzione religiosa. Ma se Gesù apre gli occhi alla gente che l’istituzione religiosa ha tenuto nelle tenebre, allora diventa un pericolo. Le autorità religiose possono spadroneggiare sulla gente fintanto che restano abbagliate dai riti e dalla suntuosità delle cerimonie liturgiche; ma quando la gente vede, e vede la sua dignità, per l’istituzione religiosa è finita. E questo è sicuramente il tema di questo brano: aprire gli occhi era un segno della liberazione che il Messia avrebbe portato contro l'oppressione del popolo.  

Allora lo portano dai farisei, leader spirituali del popolo, quello che era stato cieco, ed ecco il problema: era di sabato.

Di sabato bisognava osservare quello che è considerato il comandamento più importante; ben 1521 azioni che erano proibite, tra cui fare del fango e curare gli ammalati. Quindi qui c'è stata una trasgressione, una violazione del sabato; per cui i farisei determinano che “quest'uomo”(Gesù) “non viene da Dio, perché non osserva il sabato”. Per loro venire o no da Dio, dipende dall'osservanza o meno della legge. Invece, per Gesù, venire o no da Dio, dipenderà dall'atteggiamento che si ha nei confronti della persona umana

Secondo l'evangelista, nel corso della storia si svolge un grande processo dove l'imputato è Gesù e ogni uomo è chiamato a prendere posizione, a scegliere se stare con Gesù oppure contro di Lui. Non è possibile rimanere neutrali. Il cieco guarito si schiera dalla parte di Gesù e per questo si espone alla persecuzione. Ma nelle difficoltà la sua fede matura e la sua testimonianza si fa più decisa. La fede può esigere una rottura violenta col mondo e con la sua logica. Può comportare l'esclusione dalla comunità: il cieco, infatti, viene espulso dalla comunità come peccatore (v.34). Perfino i suoi genitori si rifiutano di appoggiarlo. Una fede senza complessi, coraggiosa: il cieco si trova praticamente solo e contro tutti nel difendere Gesù, nel testimoniare in suo favore. Una fede, quindi, che espone alla solitudine. Ma questa solitudine è riempita dall'incontro permanente con Cristo; così l’emarginato va incontro all’emarginato, a colui che il sistema mette fuori; e mentre il cieco vede sempre più, fino al punto da prostrarsi (gesto senza precedenti in questo vangelo) e fare la sua professione di fede - "io credo Signore" (v.38), dall'altra parte gli avversari diventano sempre più ciechi (vv.39-41). Questo ci fa capire che la persona umana, se da un lato ha la possibilità di aprirsi alla fede, dall’altro porta anche in sé il terribile potere di accecarsi, cioè di fabbricarsi delle buone ragioni per non vedere, di crearsi delle false evidenze, di rifiutarsi di aprire gli occhi dicendo che "vede".

È una tragica tentazione in continuo agguato nella nostra vita: in ogni azione che compiamo siamo noi che decidiamo se sbarrare porte e finestre o se aprirle all'invasione della luce. Non c’è dubbio che nell’episodio del cieco nato si evidenzia l’aspetto centrale della liberazione che Gesù porta a compimento nella persona umana, che consiste nel rendergli la coscienza del proprio valore e, di conseguenza, del valore di ogni persona.

Inoltre, l’incontro con Gesù è un incontro con Dio nella persona. Questa esperienza sposta il culto dal tempio alla persona umana (Gesù), che ora è il luogo della manifestazione di Dio. Vivere, allora, è imparare a vedere la nuova creazione dell’essere umano, cosciente della sua propria dignità e libertà, e soprattutto della sua condizione di figlio di Dio, a differenza di chi, mentre era cieco, era avvolto nel buio, incosciente della sua condizione di oppresso.      

 

LA SITUAZIONE CONCRETA DI OPPRESSIONE: LE DUE CECITÀ DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI  

In questo ci può aiutare la riflessione di un grande educatore Paulo Freire, che nel suo libro la Pedagogia degli oppressi, evidenzia che l'umanità ha un urgente bisogno di aprire gli occhi per vedere e sradicare le varie forme di oppressione che rendono schiavi sia gli oppressi che gli oppressori.

Il dramma degli oppressi

Gli oppressi, lui dice, accomodati ed adattati, immersi nell'ingranaggio della struttura dominante, temono la libertà, perché non si sentono capaci di correre il rischio di assumerla. E la temono anche perché lottare per essa costituisce una minaccia, non solo per gli oppressori che la usano come “proprietari” esclusivi, ma anche per i compagni oppressi, che si spaventano all'idea di maggiori repressioni.

Quando scoprono in sé l'aspirazione a liberarsi, si accorgono che questa aspirazione diventa una situazione concreta solo quando altre aspirazioni diventano situazioni concrete. Finché sono influenzati dalla paura della libertà, si rifiutano di rivolgersi ad altri e di ascoltarne l'appello, preferendo essere “aggregati” piuttosto che compagni in una convivenza autentica. Subiscono un dualismo che si installa nell'intimo del loro essere. Scoprono che, non essendo liberi, non arrivano ad essere autenticamente se stessi. Vorrebbero “essere”, ma hanno paura; sono se stessi e a un tempo sono altro, che si è introiettato in loro, come coscienza oppressiva.

La trama della loro lotta si delinea tra l'essere se stessi o l'essere duplici; tra l'espellere o no l'oppressore che sta dentro di loro; tra il superare l'alienazione o rimanere alienati; tra seguire prescrizioni o fare delle scelte; tra essere spettatori o attori; tra agire o avere l'illusione di agire, mentre sono gli oppressori che agiscono. È questo il tragico dilemma degli oppressi, che la loro pedagogia deve affrontare. Perciò la liberazione è un parto, un parto doloroso. L'uomo che nasce da questo parto è un uomo nuovo, che diviene tale attraverso il superamento della contraddizione oppressori/oppressi, che è poi l'umanizzazione di tutti.  

 

GLI "OCCHI" APERTI DI DANIELE COMBONI  

Anche Daniele Comboni ha lottato per aprire gli occhi dei suoi contemporanei, egli illuminato dal "puro raggio della fede" vedeva nel popolo dell'Africa un'umanità non solo abbandonata e lasciata nell'oscurità senza la luce del vangelo, ma anche in preda alla feroce violenza della tratta degli schiavi, dove gli oppressori opprimevano le popolazioni in modo indisturbato. Da qui vediamo il suo impegno per illuminare le coscienze e agire per una rigenerazione del popolo africano. Ciò avveniva se si aveva una vera confidenza in Dio, rara anche allora.

Daniele amava dire a coloro che desideravano seguire il suo esempio: "miei cari missionari\e tenete sempre gli occhi fissi su Gesù crocefisso", amandolo teneramente, per comprendere ciò che lui vuole da te. Egli sosteneva che quando il missionario\a ha caldo il cuore di puro amore di Dio e con fede guarda la sua opera...,anche la morte e il martirio non fanno paura...

Nella sua vita Daniele notò che è necessario riconoscere le esperienze di luce interiori che vengono dall'alto e aprono uno sguardo nuovo su se stessi, su Dio e sul mondo. Il Comboni infatti riconosce che l'esperienza in S. Pietro in occasione di un triduo a S. Margherita Maria Alacoque – mistica del XVII secolo - Dio lo abbia illuminato sulla sua missione e sul suo modo di agire. Allora se Dio lo ha fatto con lui, perché non lo può fare anche con te?  

       

Piste di Riflessione

  • “Chi ha peccato lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” Come mai il male nel mondo? A chi si deve l’origine del male? Qual è la risposta e la saggia prospettiva indicata da Gesù agli apostoli?
  • Che immagine abbiamo di Dio e di noi stessi?
  • Paul Claudel in una sua opera mette in bocca a un cieco questa domanda: "Voi che ci vedete, che ne fate della luce?" E' una domanda che milioni di ciechi spirituali rivolgono oggi ai cristiani: "Voi che credete in Cristo che ne fate della vostra fede?"
  • Più si crede e più si testimonia. Ma anche, più si testimonia e più cresce la fede. "La fede si rafforza donandola". (Giovanni Paolo II)
  • Com'è la mia testimonianza? Timida? Superficiale? Convinta? Entusiasta?
  • Siamo disposti ad assumere il rischio di una fede professata pubblicamente?
  • L’ex cieco non ha verità da dichiarare, ma ha una novità, quella di aver incontrato Gesù da dimostrare con la sua esperienza. Lo è anche per te? Come lo dimostri?         

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