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OrmeGiovani - maggio 2017

OrmeGiovani scritto da padre Saverio Paolillo e pubblicato nel numero di Nigrizia di maggio 2017

Valdênia, Mariza, Nazinha, Dilma, Verônica, Odete, Katiana, Rosa... Sono solo alcune delle centinaia di donne che ho incontrato nel mio lavoro missionario. Al di là delle caratteristiche di ognuna di loro, tutte hanno un punto in comune: la generosa dedicazione all’annuncio del Vangelo attraverso la testimonianza della vita. Sono loro che insieme ad altre donne animano le comunità ecclesiali di base e coordinano coraggiosamente progetti a servizio dei più poveri. Sono ostinate nell’affrontare il maschilismo che contamina la società e perdura in alcuni settori della Chiesa. Sono impareggiabili nel prendersi cura delle comunità, delle singole persone e degli stessi sacerdoti impregnando le strutture della Chiesa, ancora marcate da eccessivo rigore e da freddi formalismi, di quella divina tenerezza che tanto manca nelle persone e nelle relazioni interpersonali. Allo stesso tempo rivelano un grande coraggio quando si tratta di affrontare tutto ciò che minaccia la Vita e squalifica i valori del Vangelo.

In omaggio a tutte loro voglio ricordare specialmente Marta Falqueto della Parrocchia San Giuseppe Lavoratore di Carapina, quartiere del comune di Serra nello Sato dello Spirito Santo nel sud-est brasiliano. È un grande esempio di vita. La sua è sempre stata una presenza decisiva nel lavoro pastorale. Da anni è segretaria esecutiva del locale Centro di Difesa dei Diritti Umani. Coordina il Programma di Protezione ai Difensori dei Diritti Umani minacciati di morte di cui anch’io sono stato beneficiario. Le sue energie sembrano interminabili. Dove avviene una violazione ai diritti umani, là c’è lei, come un instacabile cireneo, pronta ad aiutare gli altri a caricare la croce. Lei conosce bene la sofferenza, perché da anni si prende cura con amorevolezza di Marina, la sua figlia primogenita diversamente abile, bisognosa di attenzioni speciali. Avrebbe potuto restarsene chiusa in casa, abbandonarsi alla depressione e consegnarsi alla lamentazione per “la croce ricevuta”, ma ha reagito. Ha preferito il cammino del servizio e della solidarietà con quelli che soffrono. Non ha mai perduto una riunione in parrocchia. Arriva con la figlia in braccio o sulla sedia a rotelle per non lasciarla sola in casa. Nelle manifestazioni in difesa della vita Marta e Marina sono sempre in prima fila. Ormai sono diventate l’icona della chiesa samaritana. La sua esperienza l’ha fatta diventare maestra della carità. Per la sua competenza e la sua generosità spesso è stata invitata a coprire cariche pubbliche, ma lei ha sempre rifiutato per paura di contaminarsi con la corruzione e di perdere il contatto con i più poveri. Marta è una delle tante donne di cui la Chiesa deve aver orgoglio. È ad esse che la Chiesa deve ancora buona parte della sua credibilità nel mondo come segno della fedeltà al Vangelo di Gesù.

Ma la visione maschilista che ancora resiste in settori della gerarchia impedisce che le donne assumano maggiori responsabilità all´interno della Chiesa.

Eppure le donne hanno sempre avuto un ruolo importante nel processo di evangelizzazione. Basta leggere gli Atti degli Apostoli per arricchirci con le storie della loro intensa partecipazione nella costituzione delle prime comunità cristiane.

Le donne erano presenti nel giorno di Pentecoste. Nel cenacolo ce n’era un folto gruppo con Maria (1,14). Luca ci tiene a dire che il giorno in cui nasce la chiesa c’erano le donne che seguivano Gesù sin dall’inizio della sua missione pubblica dimostrando che nelle prime comunità non c’era nessuna discriminazione tra uomini e donne. Tutti erano corresponsabili nel portare avanti la missione di Gesù. La discriminazione contro le donne è una perversa invenzione umana che non ha niente a che vedere con il Vangelo.

In altre occasioni Luca sottolinea che nelle comunità cristiane entrava un numero significativo di uomini e donne e che, sin dall’inizio, il Battesimo fu concesso a tutti, senza distinzione di sesso (5,14; 8,12). Anche quando la chiesa era perseguitata, a soffrire non erano soltanto gli uomini, ma anche le donne (9,1-2). Anch’esse pagavano un alto prezzo per aver aderito alla proposta di Gesù.

In Atti 9,36-43 incontriamo Tabità, una discepola che praticava opere buone e dava l’elemosina ai poveri. Doveva essere una brava sarta, visto che cuciva i vestiti delle vedove (9,39). Quando si ammalò e morì la comunità si appressò a chiamare Pietro che “le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i fedeli e le vedove e la presentò loro viva” (9,41).

In atti 12,12 si dice che nella casa di Maria, madre di Giovanni detto Marco, si riuniva una comunità. È là che trova rifugio Pietro quando esce miracolosamente dalla prigione. In Tessalonica sono le donne ad abbracciare la fede dopo la testimonianza di Paolo e Sila (At 17,4.12). Alla stessa maniera sappiamo che, in Atene, una donna chiamata Dàmaris cambia vita a partire dalla predicazione di Paolo (17,34). Edificante è anche la testimonianza de Priscilla e Aquila. Sono missionari itineranti che, dopo essere stati espulsi da Roma (18,2), continuano a realizzare il loro apostolato passando di città in città, finchè fanno ritorno alla città eterna dove costituiscono una comunità che si riunisce nella loro casa. Paolo, spesso, fa riferimento a loro nelle sue lettere ringraziandoli, soprattutto per aver avuto il coraggio di rischiare la propria vita per metterlo in salvo (Rm 16,3).

Ma meritevole di un'attenzione speciale è Lidia (At 16,11-15), una commerciante di porpora della città di Tiatira. Abitava a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Fu la prima città europea a ricevere l’annuncio del Vangelo grazie all’apostolo Paolo. Lidia era responsabile di un gruppo di donne che si riuniva per pregare sulla riva del fiume (At 16,13). Un giorno ricevette la visita di Paolo. Rimase colpita dalla testimonianza dell’apostolo. Aprì il cuore alla Parola e chiese il battesimo. Da quel momento divenne coordinatrice della nuova comunità cristiana che fece della sua casa il punto di incontro (16,40).

L’apertura alle donne e la valorizzazione del loro protagonismo non furono scelte facili. Crearono scompiglio tra i Giudei ortodossi dell’epoca. Secondo i loro costumi, per fondare una sinagoga c’era bisogno di almeno dieci maschi. Le donne non contavano. Paolo, confermando la nuova comunità cristiana costituita solo da donne, trasgredisce la tradizione. Nella logica del Vangelo con c’è spazio per la discriminazione sessuale. Sull’esempio di Lidia, Priscilla, Tabita e Maria, in Brasile sono molte le donne che riuniscono persone nelle loro case e formano comunità, soprattutto nei posti più lontani dove il prete arriva raramente e la chiesa si fa presente soltanto grazie al loro generoso impegno. Nelle comunità ecclesiali di base sono proprio loro la principale forza. Esse occupano vari ministeri ed esercitano i più variati servizi. Sono ministre dell’Eucarestia, del Battesimo, della Parola e del Matrimonio. Lavorano molto nell’assistenza ai bambini, agli ammalati, agli anziani e ai più poveri. La loro presenza attiva è frutto dello Spirito che ancora agisce nelle nostre comunità. Purtroppo questo dinamismo femminle è minacciato da una nuova onda di clericalismo maschilista che pretende spingere le donne verso la sacrestia limitandole a compiti servili. “Io soffro, dico la verità – afferma papa Francesco – quando vedo nella Chiesa o in alcune organizzazioni, che il ruolo di servizio, che tutti noi abbiamo e dobbiamo avere, il ruolo di servizio della donna scivola verso un ruolo di servitù... La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile... È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva”.

Tra i nuovi fronti aperti da papa Francesco questo è uno dei più importanti. Come Maria aiutò la comunità apotolica a rimanere fedele al Figlio, così la donna è in grado di scuotere la Chiesa a aiutarla a crescere al ritmo del Vangelo.

Nella storia della Chiesa – disse il cardinale Walter Kasper in una conferenza – le donne hanno già mosso molto. Hanno mosso vescovi e papi e sono certamente in grado di farlo anche con le conferenze episcopali. Molte grandi sante sono riuscite a fare questo nella storia della Chiesa sull’esempio di Maria di Magdala, apostola apostolorum, che la mattina di Pasqua ha svegliato gli apostoli dal loro letargo e li ha messi in moto”.  

 

P. Saverio Paolillo

Missionario Comboniano  

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