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Con lo Spirito di Gesù… sali sul “carro” dell’altro (Atti, 8,26-40)

OrmeGiovani scritto da padre Saverio Paolillo e pubblicato nel numero di Nigrizia di febbraio 2017

Quando ero giovane spesso viaggiavo facendo l’autostop. Non avevo motivi particolari. C’era solo la voglia di dare al viaggio il sapore dell’avventura. Il look era convenzionale: lo zaino sulle spalle, un cartello apesso al collo con la destinazione e il pollice teso verso l’asfalto. Mi è andata quasi sempre bene. Dopo qualche istante di imbarazzo, c’era sempre qualcuno in macchina che rompeva il ghiaccio. Si cominciava sempre con le domande banali, ma poi il dialogo diventava sempre più profondo, soprattutto quando mi chiedevano che cosa facevo nella vita. All’epoca ero già seminarista. C’era chi faceva i complimenti per la scelta, ma c’erano anche quelli che approfittavano dell’occasione per questionare il mio progetto di vita, per criticare la Chiesa o per condividere i dubbi di fede. In un’occasione il dibattito divenne accalorato. L’autista, ferito da una brutta esperienza parrocchiale, approfittò della mia presenza per esternare la sua rabbia con la chiesa. Dopo anni de dedicazione gratuita alla comunità, era stato messo da parte perché, affetto da depressione, aveva cominciato a bere. Si aspettava comprensione e sostegno per venirne fuori, ma “l’unica risposta fu un calcio nel sedere” (sic). Era così arrabbiato che immaginavo di essere scaricato da un momento all’altro sul ciglio della strada, ma una breve pausa divenne l’opportunità per intervenire e proporgli alcuni spunti di riflessione. Il monologo rabbioso del mio interlocutore si trasformò in un dialogo intenso. Alla fine, ci ringraziammo reciprocamente, ma una sua frase finale mi fece pensare: “Nella Chiesa manca il rapporto interpersonale. La relazione tra le persone è fredda. Perfino nel momento dello scambio della pace, non ci si guarda neanche in faccia. I preti sembrano degli impiegati che amministrano burocraticamente i sacramenti senza sapere quello che accade nella vita delle persone. Quando ho avuto bisogno mi hanno girato le spalle. Il mio problema personale fu liquidato con un silenzioso ma eloquente atto di espulsione. Se avessi avuto prima questa opportunità di essere ascoltato e accolto dal parroco e dalla comunità, non avrei accumulato tutta questa rabbia per tanto tempo. Parlarne con te mi ha fatto bene e mi ha aiutato a riaccendere la passione per il Vangelo”. Arrivati a destinazione, ci salutammo con la promessa che avrebbe cercato la sua comunità parrocchiale per riprendere il cammino di fede.

Un semplice autostop diventa icona di una Chiesa che deve sbarcare dalla sua arroganza istituzionale e uscire per strada per avvicinarsi a qualsiasi persona. “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze”, ripete insistentemente Papa Francesco. Non si tratta più di una Chiesa che aspetta dall’alto della sua “autorità morale” chi vuole imbarcare nelle sue strutture liberandone l’accesso soltanto a chi è in regola con la dottrina, le norme canoniche e i principi morali, ma di una comunità missionaria che con semplictà esce all’incontro della gente e aspetta sul ciglio della strada l’opportunità di chiedere di salire a bordo della vita delle persone per camminare insieme, ascoltarle, comprenderle e condividere la propria esperienza di Dio, non solo a parole, ma soprattutto attraverso la testimonianza dell’accoglienza e dell’amore.

Questo metodo missionario non è una novità. Ha l’impronta digitale di Gesù. Il Maestro non costruì chiese. Fece della strada la sua “basilica maggiore”. Pellegrino instancabile, viveva perennemente in uscita per incontrare la gente. Laddove c’erano le persone, soprattutto gli emarginati, si faceva presente non per fare la predica, ma per cammminare insieme, consolare, illuminare, accogliere, incoraggiare, perdonare e liberare. Era allergico alle istituzioni. Non emanava profumo d’incenso, ma “l’odore delle pecore”. Una mangiatoia in una stalla, un rifugio di pastori, un pozzo, una piazza, una strada malfamata come quella che da Gerusalemme portava a Gerico, le viuzze della periferia della Gallilea, il percorso marcato dalla delusione in direzione a Emmaus e perfino la via della croce diventarono terra santa dove fissò l’appuntamento con l’umanità. Lui sognava comunità di amore, senza frontiere, aperte all’accoglienza di tutti. Alla fine dei conti soltanto l’esperienza di essere amati è la miccia che fa detonare il processo di conversione.

Questo metodo missionario di Gesù si consolidò nelle prime comunità cristiane. Gli Atti degli Apostoli costituiscono il diario di bordo dei “missionari di strada”. Emblematica è l’esperienza del diacono Filippo, l’uomo che sa andare oltre, oltrepassa i limiti e apre nuovi orizzonti. Incalzato dalla persecuzione che scoppia in Gerusalemme contro la comunità cristiana, supera la prima frontiera e si reca in Samaria per annunciare il Vangelo agli “eretici” (At 8,1-25). Cade così la barriera religiosa. Poi, spinto dalla voce del Signore, si alza, lascia dietro di sé i territori noti e si mette in cammino verso il deserto, non per evangelizzare grandi moltitudini, ma per incontrare una sola persona, un africano originario dell’Etiopia, ministro della regina Candace, che tornava a bordo del suo carro da un pellegrinaggio a Gerusalemme leggendo la Bibbia ad alta voce senza capirci niente (At 8,26-40). Si disintegrano le barriere etniche e culturali in nome dell’apertura universale. Infine, avvicinandosi ad un eunuco e offrendogli il dono del battesimo, demolisce tutte le prescrizioni legali che approfondiscono la discriminazione. È la soppressione dei divieti di accesso a chi non ha le carte in regola, per dare spazio alla logica dell’amore e dell’accoglienza. Il Vangelo è per tutti, dai più lontani agli esclusi. Nella comunità di Gesù l’entrata è franca.

Ma tutto ciò non basta. Lo Spirito incalza ancora una volta Filippo e gli ordina: "Và avanti e raggiungi quel carro" (8,29). Avvicinati. Ascolta attentamente. Presta attenzione alle sue necessità. Accogli con rispetto i suoi dubbi. Abbevera la sua sete di Dio. Non fare lo schizzinoso. Sali a bordo del suo carro e siediti accanto. Spiega le scritture non con il tono severo del predicatore che usa la parola per dare lezioni di morale, ma come un compagno di viaggio che condivide con gioia la sua esperienza di fede. Ricordati che il contenuto dell’annuncio non è una fredda dottrina, ma l’incontro personale con Gesù di Nazaret, non un Gesù qualunque, ma il giusto sofferente, il crocifisso e il risorto, che viene per servire e per dare la vita perché tutti, senza distinzioni, l’abbiano in abbondanza.

Questo è il modo migliore per annunciare il Vangelo. Filippo parte dal problema reale di quell’uomo schiavo e castrato e gli propone la storia di un Dio il cui amore non conosce frontiere, dandogli così l’opportunità di conoscere un progetto, quello di Gesù, che può rendere feconda e libera la sua vita. Accettare di fare di sé un dono gratuito agli altri è l’unica condizione per ricevere il Battesimo. È un grande ribaltamento. Basta legggere che cosa diceva la legge in vigore: “Non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato”, cioè castrato (Dt 23,2).

Filippo non solo apre le porte all’etiope, eunuco e schiavo, ma si immerge nell’acqua con lui. Le differenze non possono essere motivo di separazione ed esclusione. Siamo tutti figli di Dio, fratelli e sorelle tra di noi, liberi da ogni tipo di schiavitù e al sicuro da ogni forma di discriminazione. Nessuno è migliore degli altri. Siamo tutti immersi nella stessa acqua, alle prese con la stessa storia di peccato da cui possiamo risorgere insieme a vita nuova.

Il metodo missionario di Filippo, insomma, dà spazio all’incontro e all’attenzione con le persone. È una bella provocazione per chi insiste a costruire piani pastorali che danno troppa importanza alle strutture e all'organizzazione che alla fine dei conti non servono all’annuncio del Vangelo, ma ad alimentare l’autoreferenzialità degli esecutori.

 

P. Saverio Paolillo

Missionario Comboniano

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