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Con lo Spirito di Gesù… una comunità che sa a chi (dis)obbedire. (Atti 4,7-31)

OrmeGiovani scritto da padre Saverio Paolillo e pubblicato nel numero di Nigrizia di dicembre 2016

L’8 ottobre 2003, verso le 10 del mattino, il telefonino cominciò a squllare. Ero occupato in quel momento. Stavo scrivendo un rapporto su una rivolta in un carcere minorile nello stato dello Spirito Santo (Brasile) che era avvenuta il giorno prima. Ero stato chiamato per aiutare nelle trattative per la liberazione degli ostaggi. I ragazzi rilasciarono gli ostaggi e si arresero. Ma, una volta terminata la rivolta, la polizia entrò con violenza e cominciò a picchiare tutti. Cercai di fermarla, ma non ci fu verso. Mi minacciarono con un cane. Dovetti indietreggiare. Cominciarono a lanciare bombe di effetto morale e gas lacrimogeno. In quel momento non vidi più niente. Mi ritrovai fuori. Protestai duramente, ma il comandante mi ordinò di tacere. Feci contatto con alcuni avvocati del movimento di diritti umani. Varie persone accorsero in aiuto. Solo così riuscimmo a porre fine a quell’azione brutale della polizia. Ma, mentre si ritiravano, vari poliziotti mi dissero che l’avrei pagata.

Mentre cercavo di ricostruire questi fatti, il telefonino continuava a suonare. Non conoscevo il numero che appariva sul display. Ma, davanti all’insistenza, risposi: “Buongiorno, Padre Saverio! – mi disse una voce maschile. - Stai bene?”. Risposi affermativamente. “Sono preoccupato per te. – Continuò il misterioso interlocutore. -  Perchè non ti fai i fatti tuoi e non la smetti di difendere delinquenti? So tutto di te. Conosco la tua macchina. È bianca, ma diventerà rossa per tutto il sangue che strapperò dal tuo corpo. Ti riempirò la faccia di proiettili”. Rimasi attonito. Non era la prima volta che ricevevo minacce, ma non così esplicitamente. Chiesi aiuto ancora una volta agli amici. La notizia si sparse e arrivò alle orecchie dell’arcivescovo che sollecitò un’udienza con il governatore. Questi non mi sopportava perché denunciavo le violazioni ai diritti umani che avvenivano nelle carceri. Voleva che cucissi la bocca e tornassi in Italia. L’arcivescovo gli rispose a tono: “Non siamo mercenari che scappano davanti ai pericoli. Siamo una comunità impegnata a rialzare le persone cadute e ad aiutarle a riconquistare la propria dignità. Vogliamo che padre Saverio abbia le condizioni per continuare il suo lavoro pastorale nella difesa e promozione dei diritti umani”. Il governatore a malincuore, per paura della reazione della gente, mi impose la scorta per due anni. Non fu facile, ma non potevo obbedire alle autorità locali e abbandonare la gente. Fuggire significava firmare un patto di complicità con un sistema disumano e piegarsi alla cultura del disprezzo con la vita. Il Dio di Gesù Cristo, incontrato nella periferia, ai margini dei centri di potere, mi chiedeva di rompere il silenzio e di denunciare un sistema brutalmente accanito contro i più poveri. Era disumano quello che avveniva nelle carceri dove erano rinchiusi per lo più giovani, poveri e neri. Torture erano applicate con normalità. Mi accusavano di difendere banditi. È opinione comune, anche tra molti cristiani, che i detenuti vanno trattati come scorie dell’umanità e che debbano essere banditi dalla società. È considerato un sacrilegio aiutare questi ragazzi a rialzarsi e stimolare le comunità ad aprire le porte per accoglierli con amore. Paradossalmente, nella società brasiliana, dove la maggior parte della gente si vanta di essere cristiana, non c’è perdono per chi sbaglia. Chi commette un reato resta marcato per sempre ed è condannato a mendicare alle porte delle istituzioni politiche, amministrative e religiose. Per questa gente non c’è posto nel “loro tempio”, nel “loro palazzo” e nei “loro affari”. Rialzare i poveri e gli emarginati, rimetterli in piedi nel nome di Gesù liberatore è un reato.

Nella vita ho imparato sulla mia pelle che una comunità che si mette a servizio del progetto di Dio sicuramente conoscerà la dura esperienza della persecuzione. Non c’è da sorprendersi. Gesù aveva avvisato i suoi amici (Lc 12,4-12; 21,12-19). L’evangelista Luca ce ne parla negli Atti degli Apostoli. Pietro e Giovanni, mentre annunciano il Vangelo al popolo nel portico del tempio, vengono arrestati dai sacerdoti, dai capi e dai sadducei e trascinati davanti al grande Consiglio per essere sottoposti a un processo sommario (At 4,1-22).

La scena è impressionante: da una parte siedono i potenti che rappresentano le istituzioni politiche, economiche e religiose di Israele. Dall'altra parte, in piedi e al centro, ci sono Pietro e Giovanni, uomini semplici, destituiti di qualsiasi ambizione, processati sommariamente senza diritto di difesa. Il capo di imputazione è grottesco: hanno fatto del bene ad uno storpio dalla nascita. Lo hanno rimesso in piedi e gli hanno restituito il diritto alla convivenza comunitaria senza il timbro della loro approvazione (At 3,1-11). E, come se non bastasse, c’è un’aggravante: stanno dicendo all’interno del tempio che lo hanno fatto nel nome di Gesù di Nazareth (At 3,12-26). Roba da matti. Il “fantasma” di Gesù torna a minacciare gli interessi dei potenti. Sembrava tutto finito sul Calvario. Invece Gesù è vivo. Dio lo ha risuscitato e lo Spirito lo rende presente attraverso la testimonianza coraggiosa dei suoi discepoli. Bisogna metterli a tacere prima che agitino le folle. I potenti non possono tollerare la libertà di espressione, soprattutto quando è usata per dire cose che non sono a servizio dei loro interessi. La parola degli apostoli va censurata perché ribalta tutto: rimette in piedi lo storpio e fa tremare tutto ciò che mantiene in piedi i potenti. Alla fine dei conti, i padroni sono loro. Perfino Dio è monopolio loro. Spetta soltanto ad essi garantirne l’accesso e intepretarne la volontà. Questa prerogativa su Dio deve essere preservata a qualsiasi costo per strumentalizzarlo a beneficio dei loro interessi, soprattutto per mantenere la gente sottomessa ai loro capricci. Pietro e Giovanni sono sovversivi. Attentano contro l’ordine imposto dal sistema. Bisogna costringerli all’obbedienza cieca. La verità e il bene, paradossalmente, scatenano il male.

Normalmente le persone umili abbassano la testa e se ne stanno zitte. Al massimo possono pronunciare un “sì, signore!”. Sono state (dis)educate così. Anche se non sono d’accordo, devono sottostare. Sin da piccoli hanno imparato che “chi comanda fa legge”. Qui succede l’imprevedibile: gli imputati si mantengono in piedi e si trasformano in testimoni di accusa. Pieni di Spirito Santo, obbediscono al Dio della vita collocandosi a servizio della verità. Tocca a Pietro tenere l’arringa della difesa. La cura dello storpio non è avvenuta per merito loro, ma nel nome di Gesù, quello stesso nazareno che è stato scartato e inchiodato sulla Croce come malfattore proprio da coloro che ora si scagliano contro i suoi discepoli. Lo storpio, condannato all’immobilità, obbligato a vivere ai margini e a dipendere dall’elemosina degli altri, ora può rialzarsi, camminare, vivere, saltare di goia, inserirsi pienamente nella comunità ed essere trattato come persona grazie a Colui che ha saputo dare la vita per noi. È il Vangelo che gli ha cambiato la vita. In Gesù è stato liberato da tutto ciò che l’opprimeva. Lo storpio è simbolo dell’umanità afflitta sotto il peso delle ingiustizie che desidera ardentemente la sua liberazione. Questa non verrà mai dalle mani dei potenti, ma soltanto dal Vangelo di Gesù vissuto autenticamente da coloro che si mettono al suo servizio. Gesù ha un’autorità diversa da quella contesa dai potenti del mondo. Ha il potere di dare la vita in pienezza. L’unica autorità che merita obbedienza è quella che sta a servizio del bene, della crescita dell’altro e della verità. In questo contesto, la perscuzione diventa un segno della fedeltà al Vangelo.

Luca conclude questo episodio con la comunità riunita in preghiera. Pietro e Giovanni condividono con gli altri quello che hanno vissuto e interpretano i fatti alla luce della fede. La comunità non se la svigna. Non chiede neanche che Dio scaraventi i suoi fulmini sui persecutori, ma suplica l’obbedienza al progetto di Dio, la libertà di continuare ad annunciare il Vangelo con coraggio e la forza di realizzare “prodigi” che promuovano la liberazione integrale delle persone.

 

P. Saverio Paolillo

Missionario Comboniano  

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