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Marzo 2016: La grandezza dell'essere piccoli

OrmeGiovani ComboniFem - Monica De Spirito

Nell’estate del 2010 ho avuto la fortuna di trascorre un mese in Cambogia per svolgere delle ricerche per la mia tesi di laurea. Gli oggetti del mio lavoro, in particolare, erano la musica e le danze di tradizione orale cambogiane andate praticamente perdute a causa del genocidio avvenuto nel Paese tra il 1975 ed il 1979, durante il regime di Pol Pot.
Sotto l’egida dei Khmer Rouges persero la vita 3.400.000 persone su una popolazione di 12.000.000, di cui il 95% dei medici, il 99% degli insegnanti e dei professori, l’85% dei farmacisti, il 55% degli infermieri, il 42% delle ostetriche, il 90% degli artisti. Furono distrutte 6200 scuole, 2100 pagode, 1100 ospedali e cliniche, l’infrastruttura stradale, energetica e delle comunicazioni. Il 1998, a due anni dalla firma dell’accordo per la cessazione delle ostilità su tutto il territorio, fu il primo anno di pace per il Paese. 
Decisi, dunque, di fare ricerca su questa storia ed in particolare sui “Vecchi Maestri” ancora presenti nel Paese: anziani insegnanti di danza e arti performative sopravvissuti al genocidio e riconosciuti oggi Living Human Treasure dall’UNESCO. Così partì per Siem Reap, la città vicina ai templi di Angkor, per andare a conoscere due di questi tesori viventi: Mrs. Luong Sokham e Mrs. Kim Boran, rispettivamente direttrice delle Danze Folk e direttrice delle Danze Classiche alla scuola d’arte di Siem Reap. Entrambi ballerine di corte a Phnom Penh prima della guerra, vengono sfollate con le loro famiglie a nord, a Battambang dove furono costrette a lavorare (in condizioni di schiavitù) nelle risaie. Dovettero mentire sulla loro identità in quanto artiste e tutte e due persero l’intera famiglia a causa del lavoro troppo duro e della fame. Tornate a Phnom Pen, dopo la guerra, cercarono conoscenti alla scuola di arte dove erano solite lavorare e, grazie anche alla specifica volontà dei vecchi professori di ritrovarsi, cominciarono nuovamente a danzare ed insegnare. Mrs. Sokham in particolare, è una delle 3 persone tuttora viventi a ricordare 30 danze folk che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Io ricordo che guardavo a queste donne con profondissima ammirazione e con un po’ di timore reverenziale. Il regime dei Khmer rossi è stato uno dei più brutali del ‘900, sebbene quasi sconosciuto per gran parte dell’occidente. Queste donne, come altri uomini che ho incontrato laggiù, conservavano nello sguardo la paura ed il dolore nel raccontarmi le loro storie ma anche e, forse soprattutto, l’orgoglio e la fierezza di essere andate avanti, di essere lì ed avere l’opportunità di insegnare e trasmettere la loro cultura e l’amore per il loro paese alle giovani 
generazioni. Mrs. Sokham mi disse “Io voglio trasmettere tutta la mia vita alle nuove generazioni. Per me questa è la cosa più importante perchè non vivrò ancora a lungo e voglio trasmettere tutto”; mentre Mrs. Boran disse “Se io morissi senza trasmettere ai giovani ciò che so, non sarei per nulla una vera cambogiana. Io amo la mia nazione e lavoro per la mia nazione. Qui ho lavorato gratis il primo anno, ma l’ho fatto volentieri perchè trasmettevo le mie conoscenze ai Khmer e non a turisti”. Tutte e due hanno avuto lutti gravissimi e sofferto in maniera indicibile, come d’altra parte quasi tutti i cambogiani sotto il regime di Pol Pot. Eppure queste piccole donne dalla pelle rossastra come la terra della Kampuchea, preservano in loro un animo di pace e perdono, senza il quale, mi dissero, non 
sarebbero sopravvissute alla distruzione dei campi di lavoro e alla perdita dell’intera famiglia. Il perdono e la cultura, queste le due grandi armi che la popolazione cambogiana ha usato per andare avanti. Il direttore della scuola un giorno mi disse “I Khmer rossi hanno cercato di distruggere tutto mettendoci gli uni contro gli altri. Distruggendo la cultura hanno fatto in modo che la gente non si riconoscesse più, che non ci fossero più relazioni tra le persone dello stesso villaggio. E’ per questo che noi dobbiamo lavorare per salvaguardare il nostro patrimonio, è lavorando sulle relazioni, e con piccole attività nelle comunicazioni che inizia la pace. Dobbiamo lavorare su questo per assicurarci 
che non accada di nuovo ciò che è accaduto”. Mi sentivo così piccole di fronte a cuori tanto grandi. Erano e sono donne profondamente umili, animate da un amore verso la loro professione davvero ammirevole. Veri tesori umani e non soltanto per le conoscenze che entrambi hanno, ma soprattutto per la forza ed il desiderio che nessun uomo torni ad odiarne un altro così intensamente da pianificarne la distruzione. Grazie al loro lavoro ed in parte alle mie, negli anni successivi la mia visita a Siem Reap, la scuola d’arte ha ottenuto un importante riconoscimento dall’UNESCO come strumento di trasmissione di patrimonio culturale mondiale. Con i fondi ottenuti, si è riusciti a far 
nascere un’associazione, la Tlai Tno, che offre borse di studio e lavoro agli studenti diplomati alla scuola, assicurando così un futuro lontano dalle risaie e soprattutto dalla prostituzione. La Cambogia è un piccolo paese, troppo lontano da noi per entrare nei nostri telegiornali, ed i suoi abitanti sono ancora più piccoli, eppure queste due donne, oltre ad avermi insegnato davvero tanto, sono parte di un patrimonio culturale che appartiene al mondo intero. Non è necessario essere “grandi” per cambiare il mondo, basta essere veri e appassionati in ciò che facciamo tutti i giorni.

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