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Dicembre 2015: LA GIOIA CI ABITA - Lc 1,1-20

OrmeGiovani Nigrizia - padre Diego dalle Carbonare

LA GIOIA CI ABITA

Lc 1,1-20 

1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. 

8C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: 14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

15Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 20I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

 

 

Carissimi amici di OrmeGiovani, da questo mese vi scrivo dal Sudan, la “terra promessa” alla quale sono arrivato da qualche settimana, dopo anni di attesa. Per me sono settimane di grande entusiasmo, visto che sono tornato in una terra tanto amata da Comboni e tanto cara anche a me. Come disse San Daniele Comboni nella sua famosissima omelia di Khartum, tornando qui ritrovo il mio cuore, mi sento a casa. C’è un senso di appartenenza a questa terra che difficilmente riesco a descrivere e sicuramente non riesco a spiegare; forse è un innamoramento.
Nel suo famosissimo libro “Il profeta”, Gibran scrisse che quando amiamo non dovremmo dire che abbiamo Dio nel cuore, ma piuttosto che siamo noi ad essere nel cuore di Dio. Dio diventa così la nostra casa, la nostra terra, la nostra dimora. In un modo simile, anche la Bibbia chiama numerose volte Dio come “la porzione di terra” di chi lo serve. C'è un senso di appartenenza al contrario, quando si parla del regno di Dio: non è lui che appartiene a noi, ma noi che apparteniamo a lui. 

L'illusione degli imperatorucci 
I grandi della terra questo non lo capiscono. Augusto imperatore che ordina il censimento degli abitanti del suo impero si inserisce in un’infelice tradizione di potenti maledetti dalla loro stessa cieca logica di potere. Contare i figli è peccato in molte antropologie africane, perché la vita è dono di Dio, e contare i figli - o la gente - è come voler misurare la generosità e la sapienza di chi ce li ha donati. Un peccato di superbia, una riedizione del primo peccato, in cui l'uomo e la donna si son messi a sostituire Dio. 
Agli occhi di Dio, questi scimmiottamenti dei potenti sono ridicoli (v. salmo 2), perché sono pateticamente illusori.
Purtroppo, questo stesso atteggiamento lo assumiamo noi tutti, compresi io che sto scrivendo e tu che stai leggendo. Non solo ogni volta che pensiamo al mondo come ad una partita di Risiko o di Monopoli, ma ancor di più ogni volta che ci arroghiamo il diritto di avere soluzioni in tasca (chissà come mai, ma abbiamo sempre soluzioni semplici a problemi complessi, e non ci sorprende il fatto che siamo gli unici ad avere tali illuminazioni). Ci pensiamo grandi e onnipotenti, onniscienti, quando invece facciamo fatica a capire e governare quello che ci portiamo nel cuore. L'arroganza di chi comanda o crede di comandare è superata solo dall'ingenuità di chi vorrebbe comandare e cambiare la storia a suo piacimento. 

L'accoglienza dei semplici
Chi guarda la storia dalla periferia, invece, ha molte meno pretese, e ci vede meglio. I pastori di Betlemme vedono molto più in là del loro naso quando l'angelo porta loro la buona notizia. La buona notizia non è solo per loro, ma per tutti. Infatti l’angelo della notte di Natale proclama: “Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”. C'è qualcosa di profondo in questa nota dell'annuncio natalizio: la gioia non è tale se non è condivisa. È categoricamente impossibile la gioia da soli. Questo i potenti e chi vorrebbe essere come loro non riescono mai a capirlo. Da una parte il giovane ricco che cerca di “possedere” la vita eterna, Davide che mentre i suoi soldati lottano se ne sta solo e ozioso nel suo palazzo, il figlio prodigo che cerca di farsi la “sua” vita con i “suoi” beni, la samaritana che se ne va al pozzo quando nessuno dovrebbe incontrarla, etc.; dall'altra parte, invece, i poveri in spirito che accolgono la buona novella: il ladrone che si accontenta di una parola di bontà, Abramo che si abbandona alla promessa di una voce misteriosa nella notte, Maria che si lascia trasformare da un messaggio bizzarro. Poveraccio è chi cerca la propria felicità nei suoi piani; povero in spirito è chi si lascia sorprendere e sprogrammare dallo sconosciuto. 

La casa della gioia
A coronare la storia della natività troviamo Maria, che conserva e medita tutte quelle cose nel suo cuore. Lei che è stata per nove mesi l'arca della nuova alleanza nel suo corpo, continua la sua missione conservando il miracolo del dio-uomo nel suo cuore. La sua accoglienza della presenza di Dio ricorda tanto quella dei pastori che si sono precipitati a Betlemme per vedere l'accaduto, ma è ancor più profonda. Il silenzio non le si impone: è lei stessa a sceglierlo. Il silenzio, non accade, non “si osserva” come se fosse un incidente: lo si sceglie, lo si celebra. Davanti alla Parola fatta carne, Maria non se la sente di aggiungere altro. 
Personalmente, in queste mie primissime settimane in Sudan mi colpisce la calma e il silenzio della gente. Verrebbe quasi da dire che più che in altri Paesi qui l'incontro è fatto più di sguardi e strette di mano e un po’ meno di parole. La presenza è in sé il messaggio, e il silenzio ne potenzia la capacità di ascolto. Il silenzio diventa segno di profondità e dignità, più di tante altre parole, che lasciano il tempo che trovano.
Mentre ci avviciniamo alla festa dell’incarnazione dell’uomo-dio, il mio augurio è che impariamo tutti ad ascoltare un po’ di più, e a fare spazio a quell’unica Parola che cambia il mondo. La parola creatrice che ci trasforma, perché per la prima volta ci mette a nudo con noi stessi. Auguro a tutti, allora, e a me stesso per primo, di imparare a riempire il nostro silenzio d’ascolto con il sorriso dell’accoglienza, e della speranza. Quello stesso sorriso che incontro in tante, tantissime persone in questo Paese amato. Lo stesso sorriso della madre che accoglie fra le sue braccia il figlio appena nato.
Buon Natale a tutti.

padre Diego Dalle Carbonare

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