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Giugno 2015 - A TAVOLA! PANE PER TUTTI!

Mc 6, 35-42 - fr. Alberto Parise

A tavola! Pane per tutti!

 Mc 6, 35-42

35Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; 36congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». 37Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». 38Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». 39E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull'erba verde. 40E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. 41Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. 42Tutti mangiarono a sazietà.

 

La pioggia, qui in Kenya, viene vista come una benedizione. E' una coincidenza interessante che con la stagione delle piogge celebriamo anche il conferimento dei diplomi dei nostri studenti al Tangaza University College. Proprio una bella festa, con la gioia di vivere e di celebrare propria dell'Africa. Non si tratta solo di riconoscere i meriti accademici degli studenti: la cerimonia include anche un mandato missionario per gli ormai ex-studenti. La comunità di Tangaza, le loro famiglie e comunità li inviano a servire, a facilitare la trasformazione sociale e la crescita di un mondo più fraterno. 

Anche quest'anno ci sono studenti provenienti da popoli di pastori. Negli ultimi 15 anni abbiamo fatto grandi sforzi per promuovere queste comunità: Maasai, Samburu, Turkana, Pokot, Gabra, Rendille e Borana tra le altre. Ancora oggi questi popoli sono soggetti a forme di esclusione e marginalizzazione. Non c'è un gran interesse nel contributo che possono dare alla crescita del paese. Non vengono considerati come attori importanti per la creazione di una società più prospera ed umanizzata. Anche dal punto di vista della pastorale della Chiesa, i pastoralisti rimangono una sfida. Gli agenti pastorali che troviamo tra di loro sono molto pochi e comunque l'evangelizzazione avviene di solito in concomitanza con processi di sedentarizzazione, di cambiamento dello stile di vita con l'assimilazione ad altri popoli ed alla società capitalistica. Natruralmente ci sono fattori di transformazione come la crescita della popolazione, il cambiamento climatico ed il modello economico dominante che spingono fortemente in quella direzione. Ma le trasformazioni in atto non comprendono il contributo che questi popoli possono dare all'umanità: il senso di vivere costantemente alla presenza di Dio; la loro resilienza e capacità di sopravvivere con solo l'essenziale in ambienti al limite dell'impossibile ed il senso che una persona dovrebbe desiderare solo ciò di cui ha realmente bisogno. Tutto ciò porta un messaggio profetico in un mondo che si sta globalizzando secondo una cultura materialista e consumistica. 

Al termine dei loro studi, gli studenti pastoralisti tornano nelle loro comunità, con il sogno di contribuire ad un cambiamento diverso da quello che sta prendendo piede. Alcuni, da comunità diverse, affascinati dal loro mondo e sensibili alla sofferenza in terre in cui la sopravvivenza è ardua, scelgono di inserirsi e lavorare con queste comunità, tipicamente nell nord del Kenya. Così ha fatto per esempio una mia allieva, Kanini, entrata in contatto con le comunità Rendille e Borana, attraverso la commissione di giustizia e pace degli studenti di Tangaza. Al termine degli studi di social ministry, ha deciso di fare qualcosa per migliore la situazione di conflitto tra Rendille e Borana nella zona attorno a Marsabit. Una situazione caratterizzata da scontri per il controllo di risorse limitate (pascoli, acqua, bestiame) e una lunga storia di ostilità e violenza. Ho continuato ad accompagnare Kanini a distanza, mentre si inseriva in una realtà completamente diversa dalla sua, senza risorse né organizzazioni alle spalle a sostenerla. Ha cominciato con la comunità Rendille, partecipando alle attività pastorali dei missionari del luogo. Così si è fatta conoscere ed ha costruito relazioni di fiducia con la comunità locale. Quella è stata una fase di profondo ascolto per cercare di capire la gente, la loro vita, le loro preoccupazioni e gioie, la loro mentalità e percezione della realtà. Non una cosa facile per una persona estranea alla comunità, soprattutto se donna in una società partriarcale in cui le donne non hanno autorità e prestigio sociale. Ma ci è riuscita, soprattutto quando è andata a vivere presso una comuità Rendille confinata in un campo di sfollati per gli scontri inter-etnici. Nella zona c'era una scuola, ma quasi tutti gli insegnanti se ne erano andati per il pericolo costante. Ne rimanevano tre soltanto, di cui uno malato di mente. Così Kanini ha fatto un patto con la comunità: “se mi date un posto dove stare e mi aiutate per il mangiare, io posso fare scuola ai vostri figli”. E così col tempo – dopo che gli anziani hanno studiato il suo comportamento e carattere – è diventata parte integrante della comunità, tanto che gli anziani le hanno dato un nome locale. Alla sera sedeva fuori della sua capanna attorniata da bambini che non potevano andare a scuola, pastorelli incaricati di prendersi cura delle capre della famiglia. Così è nata la scuola serale, che a poco a poco si è diffusa anche in altri villaggi della zona. E siccome tra gli alunni c'erano diverse ragazzine che per tradizione partecipano ai balli con i moran (guerrieri), a poco a poco è riuscita a stabilire un buon rapporto anche con questi e ad organizzare un corso di alfabetizzazione con loro. Come insegnava Paulo Freire, imparare a leggere la parola può andare di pari passo con l'imparare a leggere la realtà, a capirla e trasformarla. Così Kanini è riuscita a stabilire un rapporto di fiducia e di dialogo aperto con i primi responsabili dei conflitti e li ha aiutati a riflettere sulla realtà di violenza. A quel punto, la sfida più grande era inserirsi anche nella comunità Borana, senza essere percipata come una traditrice dai Rendille. Essendo i Borana prevalentemente musulmani, non poteva appoggiarsi alla Chiesa per il suo inserimento. E' però riuscita nel suo intento prima atteaverso l'apparato statale presente nella zona e poi ancora attraverso le scuole. Anche in questa comunità alla fine è riuscita a costruire un rapporto di fiducia con gli anziani, anzitutto, e con i moran. Al punto che – straordinariamente – in una regione caratterizzata da grande insicurezza poteva spostarsi senza timori da una comunità all'altra, scortata dai moran di entrambi i gruppi. Da lì a far incontrare e dialogare i moran delle due comunità, il passo è stato breve. Ad uno di questi incontri, combattenti rivali si sono riconosciuti, dopo che si erano scontrati sul campo di battaglia. In questo nuovo contesto, le relazioni si sono trasformate. Al punto che i due gruppi si sono impegnati a prevenire razzie di bestiame e vendette, cosa a cui hanno mantenuto fede nel tempo. 

Kanini è risucita a realizzare una bella architettura: la progettazione e la cura di spazio e tempo in cui nuove relazioni, attività, senso di identità e significati delle vicende della vita vengono costruiti e condivisi. Con coraggio, dedizione senza fare calcoli, e fede, per affrontare situazioni di fronte alle quali umanamente ci si sente inadeguati. Ma sapendo che non siamo mai soli. Come nel racconto della moltiplicazione dei pani (Mc 6: 35-42). Gesù ha compassione della folla che lo cercava; erano come pecore senza pastore, smarrite, confuse, senza un senso di direzione nella vita. Quando si fa tardi, i discepoli suggeriscono a Gesù di congedare la gente, perché possa andare a procurarsi da mangiare. Che dire? Avevano buon senso: intanto è bene responsabilizzare la persone (e non creare dipendenze) e poi anche dal punto di vista pratico non potevano certo nurtirle loro cinque mila persone. Ma Gesù vede le cose diversamente. Non gli chiede di risolvere un problema, ma di credere che possono diventare parte del piano di Dio nella storia: “date loro voi stessi da mangiare”. Con la condivisione dei pani e dei pesci, fanno esperienza del miracolo della fraternità. La meraviglia e la gioia sono indescrivibili: sono la meraviglia e la gioia del missionario.

fratel Alberto Parise 


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