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Novembre 2014 - AL CENTRO LA VITA

Mc 3, 1-6 - fr. Alberto Parise

 

  AL CENTRO LA VITA 

(Mc 3, 1-6)

1 Poi entrò di nuovo nella sinagoga; là stava un uomo che aveva la mano paralizzata. 2 E l'osservavano per vedere se lo avrebbe guarito in giorno di sabato, per poterlo accusare. 3 Egli disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: «Alzati là nel mezzo!» 4 Poi domandò loro: «È permesso, in un giorno di sabato, fare del bene o fare del male? Salvare una persona o ucciderla?» Ma quelli tacevano. 5 Allora Gesù, guardatili tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore, disse all'uomo: «Stendi la mano!» Egli la stese, e la sua mano tornò sana. 6 I farisei, usciti, tennero subito consiglio con gli erodiani contro di lui, per farlo morire.   

 

All’istituto del Social Ministry a Nairobi riceviamo studenti che hanno già acquisito una certa esperienza di vita e di impegno nella comunità. Ne valutiamo le motivazioni ed aspirazioni per aiutarli a scoprire la propria vocazione nel sociale ed a realizzare la loro missione. Oltre all’aspetto affettivo motivazionale, gli studenti hanno l’opportunità di sviluppare competenze nell’ambito delle scienze umane e sociali e di fare pratica sul campo. In diversi casi stabiliamo dei partenariati con delle comunità svantaggiate: queste identificano e mandano un loro rappresentante a formarsi per aiutare la comunità nel proprio cammino di crescita; lo studente sviluppa un progetto con la comunità, lo avvia e presta servizio per il bene comune.  Ad esempio, Munuve viene da Kyanzasu, un piccolo villaggio non lontano dalla città di Machakos. Da diversi anni si adopera per la giustizia sociale nella sua regione. I rapidi cambiamenti socio-culturali che stanno prendendo piede creano emarginazione ed isolamento. Tra gli Akamba, queste trasformazioni hanno colpito un’istituzione sociale tradizionale, la madri maweto, che sono venute a trovarsi in un una situazione di esclusione e stigmatizzazione da parte della società. L’iweto è un struttura sociale che ha fatto il suo tempo e si sta estinguendo, ma il problema è come queste madri e i loro figli vengono considerati e trattati oggi. 

 “La tradizione dell’iweto – spiega Munuve – di recente è diventata controversa nella contea di Machakos. È una forma di matrimonio tra due donne che è esistita per lunghissimo tempo tra gli Akamba. Comporta una relazione permanente, non sessuale tra due donne, con lo scopo di far crescere una discendenza e trasmettere le proprietà di famiglia lungo la linea femminile, condividendo la maternità. Una donna sposata con un uomo ma incapace di avere figli, poteva sposare un’altra donna – divenendo ritualmente il marito – che potesse dare alla luce dei figli e formare una famiglia lungo la sua linea di discendenza. Questa è una nuova famiglia, distinta da quella rappresentata dall’unione della donna senza figli con il marito. Maweto è il nome dato alle donne in quel tipo di unione matrimoniale. 

Nel passato, le madri maweto erano molto rispettate nella comunità e nelle loro famiglie. Avevano la libertà di scegliersi l’uomo con cui avrebbero avuto i figli e a volte decidevano anche che questo venisse unto dalla comunità per questo ruolo. Ma il ruolo di tale persona rimaneva solo sul piano biologico, mentre la paternità dei figli spettava alle donne nel ruolo di marito. Assolutamente non poteva esserci nessuna relazione tra il marito della madre maweto e la donna che le dava i figli. La famiglia formata dall’unione delle due donne provvedeva sicurezza e benessere ai figli e status e diritti alle due donne.  Inoltre, potevano ereditare terra e proprietà di famiglia, cosa di non poco conto in una società patriarcale. Ma ora, con il cambiamento socio-culturale in atto, le madri maweto e i lori figli sono rigettate dalla società. L’influenza religiosa e culturale dell’occidente ha cambiato l’idea di famiglia. Sommato alla paura che le madri maweto possano avere relazioni con mariti di altre donne, il risultato è lo spingere queste famiglie al margine della comunità”. 

Con un paziente lavoro di inserzione e mappatura delle famiglie delle maweto, Munuve ha organizzato gruppi di solidarietà e sensibilizzazione sul territorio. Ha facilitato la formazione di piccole cooperative per promuovere la loro sussistenza e iniziativa e, con il crescere della loro autostima e autonomia, ha aiutato le madri maweto a riportarsi al centro della comunità. Organizzano iniziative e forum in cui i villaggi possono avere informazioni e capire la storia e le situazioni delle madri maweto, e soprattutto dialogare, confrontarsi, e ricucire relazioni. Con la loro partecipazione nella vita comunitaria e le nuove interazioni, queste madri si sono gradualmente reintegrate. Ora sono in grado di far sentire la loro voce e condividere le loro preoccupazioni con la comunità senza timore di essere disprezzate od ostracizzate.  

Al centro la vita: è il messaggio che la stessa istituzione dell’iweto testimonia, in una visione del mondo africana che apprezza e dà grande valore alla trasmissione della vita. Anzi, nella tradizione il dare la vita è addirittura un dovere morale, come il mantenere relazioni armoniche nella famiglia, nella società e nel creato. Paradossalmente, il nostro senso della moralità – specie se condito con la paura – può indurci a giudicare e condannare altre persone, per di più in blocco, come categoria, spesso senza nemmeno conoscerle. Il risultato è l’isolamento, la vita che si secca, che si rattrappisce, tanto che gli emarginati stessi finiscono per ritirarsi, allontanarsi ed auto escludersi. Così non è facile per loro rimettersi al centro, mobilitarsi e prendere iniziative per trasformare la loro condizione. Ma Gesù ci rimette al centro, ci invita a destarci, ci richiama alla nostra dignità e bisogni, perché riusciamo a stendere la mano e accogliere la vita. L’esclusione e l’isolamento delle famiglie maweto non è che l’immagine dell’inaridimento del cuore della società, ostaggio dei pregiudizi e della paura. Il dono della reintegrazione di queste donne e dei loro figli è un dono a tutta la comunità: significa un cuore nuovo e una vita che rifiorisce per tutti.

fratel Alberto Parise 


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