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Febbraio 2014 - Co(i)n volti trasfigurati

Mt 17, 1-13 - p. Daniele Zarantonello

CO(I)N VOLTI TRASFIGURATI

(Mt 17, 1-13)

 1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
10Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». 11Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. 12Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». 13Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

 

A Tumaco stiamo cercando di riorganizzare piano piano la pastorale giovanile della diocesi, con l’aiuto di Uli, volontaria che da due anni lavora con noi con una tenerezza e una professionalità bellissime. E’ davvero bello lavorare con lei. Ha 37 anni, è tedesca, figlia di un pastore luterano, ha studiato per vari anni in Salvador nell’università dei gesuiti, la UCA. Amica di Jon Sobrino, ha un dottorato in storia della chiesa latinoamericana. Da anni lavora con la chiesa cattolica, in particolare con quella parte di chiesa che si è schierata dalla parte dei poveri e con i poveri legge la storia e la Parola. E’ rimasta affascinata – come tutti noi che serviamo il Regno di Dio a Tumaco -  dalla vita e dalla morte di mons. Romero, e sempre esce la persona di questo straordinario profeta del XX secolo nelle sue riflessioni. Arrivata a Tumaco, come noi ha fatto la scelta di vivere in un quartiere marginale – Nuevo Milenio -, a fianco della gente, dentro la precarietà, dentro il conflitto. C’è grande sintonia tra di noi, dal punto di vita della spiritualità, della prassi pastorale.
Nella nostra parrocchia Uli coordina il Centro Afro, una struttura che ha poco più di due anni e che abbiamo pensato comunitariamente come risposta al bisogno grande che sentivano i giovani del quartiere di riunirsi, di avere uno spazio loro, neutrale al conflitto, dove poter crescere, confrontarsi, celebrare la vita e l’amicizia, e impegnarsi. Con i giovani abbiamo organizzato un piccolo campo di calcetto, una biblioteca, una sala di internet, una microimpresa di magliette stampate. Con loro animiamo il quartiere, con campionati di calcio, manifestazioni per la pace, teatro, alcune attività economiche di raccolta fondi. Nel Centro Afro si realizza pure la catechesi sacramentale, e la messa ogni domenica mattina.
Soprattutto Uli ed io sentiamo con forza la necessità di uscire dalla nostra parrocchia e coinvolgere la  Diocesi, per arrivare ad altri giovani, metterli in rete tra di loro, dar loro strumenti di formazione e una opportuna collaborazione perché siano dentro la Chiesa soggetti attivi, pensanti, creativi. Per questo oltre alla pastorale giovanile parrocchiale stiamo animando la pastorale giovanile diocesana. Regolarmente organizziamo ritiri di tre giorni per giovani che manifestano caratteristiche di leaders, perché si mettano a confronto con il messaggio di Gesù, e con la realtà concreta che li circonda, per cercare con loro di mettere in piedi cammini comunitari giovanili che siano aderenti alla realtà e che siano profetici, attivi, stimolanti. É una sfida, difficile.
Nell’ultimo ritiro abbiamo ascoltato nella notte degli spari. Pochi minuti dopo suona un telefono: “Paola, hanno ammazzato tuo fratello”. Finisce improvvisamente il ritiro. Scendono le lacrime, si cerca di abbracciare l’inconsolabile, cerchiamo di rimanere accanto al dolore. La notte si fa lunga, e tutte le parole, le riflessioni, i tentativi di rispondere alla realtà con il Vangelo vanno in frantumi. Come parlare di pace, impegno politico, solidarietà, speranza, quando continuamente si è bombardati dalla violenza, così insensata, così imprevedibile? Tutti sognamo un mondo diverso, sognamo con un futuro di pace, armonia, i giovani sognano tantissimo ... ma la realtà, quella vera, è troppo spietata. Non facciamo lo sforzo di capire come si sentano i nostri giovani, sarebbe ingiusto, quasi sarcastico, facciamo piuttosto lo sforzo di esserci, di metterci a fianco e ricominciare. Il fratello di Paola è morto con un suo amico perché non si sono fermati a un posto di blocco dell’esercito. Sembra avessero alzato un po’ il gomito. Era appena successo un attentato ad un negozio del centro della città e le forze armate erano in allerta. Quella moto correva troppo ed è stata abbattuta. Fa parte della guerra che viviamo qua. Si vive, si muore, si cerca di sopravvivere.
Però questo non è il nostro destino. Siamo nati per risorgere!
L’evangelista Matteo nel testo della Trasfigurazione che troviamo in Mt 17,1-13 vuole comunicare proprio questo. Troppo spesso leggiamo la resurrezione al futuro, speriamo di risorgere. Matteo vuole far capire alla sua comunità che si risorge nel presente: chi accoglie la vita di Gesù nella sua vita, chi decide di amare come ama Dio in questa vita, vive da risorto, vive la vita in pienezza, la vita indistruttibile. Anche Paolo nelle sue lettere lo ripete varie volte: “noi che siamo già risuscitati” (cfr. Col 3,1; Ef 2,6). Però vivere la risurrezione di Gesù nella storia non è una questione di isolamento spirituale, di pace dei sensi, di gioia astratta, non c’è da cercare un posto dove piantare delle tende. C’è da passare attraverso la morte, il dolore, la consegna di se stessi ad un mondo che spesso non comprende. Mosé ed Elia non parlavano con Gesù del campionato di calcio, parlavano della sua imminente morte. Detto così sembra un po’ esagerato, o addirittura masochistico. Ma è la vita che è così. Una vita che non affronti la sfida del dolore, che non abbia un prezzo alto da pagare, che non faccia piangere, non esiste, non è vita, è apparenza. La vita è dura, ed è cosí per la maggior parte delle persone del Pianeta.
Le prime comunità cristiane cercavano di vivere da risorte in un contesto di morte, oppressione, ingiustizia, che credo sia abbastanza simile a quello che stiamo viviendo qui. Dentro questa realtà, dentro le lacrime dei giovani che accompagnamo, davanti al muro della povertà e dell’emarginazione che impedisce ai nostri giovani di vedere oltre le loro necessità basiche, dobbiamo vivere da risorti. Sarà possibile?
Semplicemente osservo. Questi giovani, con i loro 18, 19 anni, con una vita super precaria, tutti i giorni aprono il Centro Afro, gestendo la biblioteca, l’internet, la microimpresa, tutte le settimane provano e riprovano con il teatro le opere che drammatizzano per far riflettere la gente sulla realtà che si sta vivendo, iniziano nuovi gruppi giovanili, vanno in missione nelle comunità rurali tornando appassionati e bellissimi, danzano, celebrano, pregano che è una meraviglia. Con tutti i loro limiti, con tutte le loro ferite, vivono da risorti.
E’ una sfida per noi missionari vivere lo stesso, contagiando altri giovani, credendo in loro, amandoli così come sono. Il cammino è imparare da loro e convertirsi quotidianamente.    

         p. Daniele Zarantonello



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