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MAGGIO 2013

L’altro in noi - Annunciare e vivere il Vangelo come comunità... è contagiare gli altri (At 2,42-47)

 L’altro in noi


Annunciare e vivere il Vangelo come comunità... è contagiare gli altri
     


At 2,42-47  


42  Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere.

43  Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.

44  Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune;

45  chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

46  Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore,


47  lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.

48  Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati

 

          Il libro degli Atti ci catapulta nella storia tosta delle prime comunità cristiane che, dentro la persecuzione dell’impero romano e dei giudei, cercano un alternativa radicale di vita fondata sulla economia di eguaglianza, sulla politica di giustizia e una spiritualità liberante (il contrario del dio funzionale al sistema!). Si tratta di piccole fraternità alternative alla mentalità e alla prassi dell’impero, per sovvertirlo dal basso.

          I primi discepoli, dopo l’evento passione-morte-resurrezione del loro maestro di Galilea sono completamente persi. Lui parla loro del Regno di Dio (At 1,3), quello delle beatitudini fondato su pace, giustizia e fratellanza universale (Mt 5,1-12; Lc 6,20-26). E loro ambiscono al Regno di Israele, quello forte, glorioso, che si vendica contro i romani (At 1,6). Gesù di Nazaret deve addirittura ordinare loro di restare nella crisi e promettere il dono dello Spirito perché tutti vogliono scappare, delusi, con le gambe levate (At 1,4). Come i due di Emmaus (Lc 24,13-35). Lui li invita ad essere suoi testimoni in tutto il mondo (At 1,8) come ben ha colto un gruppo di catechisti in Benin: “Siamo noi i piedi di Cristo, le sue gambe, le sue braccia”. E loro restano con la testa tra le nuvole (At 1,11) a cercare il dio delle loro (e forse nostre?) attese di potere, successo e accumulo. Che non c’è.

          Dei tipi così potevano forse praticare la comunità ideale raccontata in At 2,42-47? La narrazione di Luca (gli Atti sono il proseguo del suo Vangelo) non è altro che un invito a mirare alto. Con piedi bene a terra.

          Il cammino è infatti tutto in salita e pieno di sfide. Nel lutto serve restare uniti, come si fa in fondo al Ciad alla place mortuaire (il luogo della morte). Tre-quattro giorni tutti assieme per essere solidali con la famiglia nel tempo del dolore. Uniti si trova la forza di andare avanti. Si dorme insieme sulle stuoie sotto gli alberi, si mangia, si prega, si piange, si canta e si danza. Morte e resurrezione che si prendono per mano…e la vita rinasce. Insieme.

          Così fanno i discepoli in crisi, ritrovandosi in un luogo clandestino, in dialogo incessante con il Padre (At 1,13-14) per riprendere in mano la speranza e rinnovare il posto del “fratello Giuda” (direbbe Don Primo Mazzolari!), che è in ognuno di noi, e che si è rovinato con le sue stesse mani (At 1,18).

          Serve un altro testimone, uno che ha vissuto fianco a fianco tutte le vicende con il maestro nel suo cammino di liberazione (At 1,21-22). Serve soprattutto lo Spirito, il soffio di vita che ridà speranza, cambia il passo della comunità, libera la paura (At 1,5.8; 2,1-12). Così la comunicazione della Buona Notizia del Regno si diffonde (At 2,4), la denuncia dell’assassinio irrompe (At 2,23.36) e l’annuncio della Resurrezione esplode (At 2,24.32). Non resta che un pugno allo stomaco (At 2,37), chiederci cosa possiamo fare e cambiare radicalmente rotta! (At 2,38). Per cambiare il mondo.

          Ecco allora il mondo nuovo, urgente e sempre più necessario che nasce dal basso. Da me e da te. Quello che i primi cristiani rischiano sulla pelle:      

  •     Ascoltare l’insegnamento degli apostoli: l’ascolto, lo Shemà (Dt 6,4), è il primo atteggiamento di un credente. Si ascolta innanzitutto la Parola ma anche quanto hanno da raccontare coloro che hanno sudato, camminato, rischiato con Gesù di Nazaret. Hanno da narrare la sua vita e il sogno del Regno. Qui in Africa oggi andrebbero riascoltate le parole profetiche del cardinal Malula, unico nello Zaire di Mobutu a tener testa al dittatore, dei vescovi Munzhiriwa, ucciso in Congo RD nel 1996 per aver denunciato le ingiustizie strutturali e i responsabili della guerra, Kalilombe, espulso dalla dittutura in Malawi nel 1979 in seguito alla sua riflessione sul ruolo delle CEBs (comunità ecclesiali di base) per contrastare gli abusi del potere e Henry Coudray che si spende oggi senza sosta nel nord del Ciad nel dialogo con i fratelli e sorelle musulmani.  

  •     Unione fraterna, stare insieme, prendere pasti con letizia: non basta stare insieme. I discepoli osano un modo di condividere la vita che và molto oltre la paura di restare soli. Colgono che l’altro è in ognuno di loro. “Il volto dell’altro mi interpella sempre”, ripeteva Levinas, filosofo ebreo dell’alterità. “Ognuno è i volti di coloro che ha incontrato nella vita”, mi confidò un giorno p. Alex Zanotelli. I primi cristiani tentano la fraternità, una sfida che mira alto. La nostra gente in fondo al Ciad ha una paura terribile di restare sola. Si cercano in continuazione, ma siamo lontani dal trattarci come fratelli. E’ vero che la comunità viene prima del singolo, ma questo a volte strozza l’intraprendenza, la libertà personale e la differenza che arricchisce. Tutti si chiamano fratelli. Poi, di nascosto, si fanno le scarpe. Negli incontri con le comunità dei villaggi mangiamo rigorosamente insieme la polenta con le mani nello stesso piattone, ridendo e raccontandoci la vita. Uomini e donne insieme (alla faccia della tradizione maschilista!). Poi ci azzuffiamo se si tratta di mettere in comune qualche moneta.

  •     I beni in comune: finalmente la pratica che rende credibile la teoria. Privarsi di qualcosa perché il gruppo possa trarne beneficio. Sempre più difficile nel mondo dell’individualismo sfrenato. Anche l’Africa e sempre più, zoppica, ormai lontana dal proverbiale comunitarismo. Da noi ciò che è di tutti finisce per non essere più di nessuno e ognuno, poco alla volta si riappropria di ciò che nessuno sente suo.

  •     Frazione del pane, preghiera, lode di Dio: il gesto sovversivo di Gesù di Nazaret che si fa alimento spezzando la sua vita per l’umanità diventa un invito rivoluzionario a spendersi fino in fondo, perché c’è qualcosa di più prezioso ancora della vita. Si tratta dell’amore, l’unico che può portare a perderla con e per gli altri. E solo così c’è resurrezione e vita piena per sempre. Vuoi che la tua vita sia al massimo? Perdila! Cioè fai di tutto perché gli altri siano davvero felici, fino a pagare le estreme conseguenze. Per Gesù di Nazaret e il Vangelo. Ma le nostre Eucarestie hanno ancora il sapore della farina e del pane diviso perché tutti sulla terra abbiano da mangiare? Le nostre vite sono davvero eucaristiche, pane spezzato, farina macinata per e con gli altri? Continuiamo solo a frequentare chiese (sempre più vuote!) e celebriamo dei culti o anche pratichiamo la giustizia e sappiamo riconoscere il Cristo nei rom, negli immigrati, nelle prostitute, nei disprezzati del mondo (Mt 25,31-46)?


          Al resto, che non è poco, ci pensa Dio. Perché la missione è sua. Quindi è Lui che chiama a libertà. E le comunità aumentano. Sempre nuove persone in fondo al Ciad chiedono di diventare cristiani dopo una lungo cammino di preparazione di 4 anni!   

          Comunità ideale?

          Certo che no. Ieri come oggi siamo tutti sulla stessa barca. L’ideale ci spinge a osare il futuro di una comunità umana davvero nuova. In Africa Daniele Comboni sognava che i suoi missionari vivessero in “Cenacoli di Apostoli”. Ci guardiamo dentro e attorno e non ci resta che ringraziare Dio chiedendogli perdono…

 


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