giovaniemissione.it

MARZO 2013

Per ospitare Dio - Perseverare nella lotta e nell'impegno (Ef 6,10-20)

 

Per ospitare Dio

 

Perseverare nella lotta e nell’impegno.

 

Ef 6,10-20

 

10   Per il resto rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza.

11  Rivestitevi dell'armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo.

12  La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebra,
contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.

13  Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove.

14  State saldi dunque: attorno ai fianchi, la verità, indosso la corazza della giustizia,
 
15  i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. 

 

16  Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno;

17  prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio.

18  Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi,

19  e pregate anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo,

20  per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con la franchezza con la quale devo parlare.

Lettera carica di passione per Dio e per i fratelli, quella alla comunità di Efeso, fondata da Paolo missionario (At 19-20). Probabilmente redatta da un suo discepolo in catene, che prende il nome del maestro per rafforzare l’autorità dello scritto. Al punto da diventare lettera circolare per tutte le comunità cristiane del mondo in ogni epoca storica. Per noi oggi! La Buona Notizia del Regno prende forza proprio perché annunciata dalla prigione. Chi è libero davvero, lo è anche dietro le sbarre. Vedi “Madiba”, Nelson Mandela, che, dopo ventisette anni dentro per le sue idee, esce e non incita alla violenza. Chiede soltanto la riconciliazione del suo popolo nella verità.

 

Pagine toste, di profondo spessore teologico e antropologico, dove Dio e l’uomo si toccano con mano. L’autore presenta il disegno d’amore di Dio sull’umanità (Ef 1,5), il progetto della famiglia universale, fondata sul Padre e sui figli-eredi (1,5;1,11). Sogno da vivere nell’interdipendenza fino alla fusione, pieni di Dio (3,19;4,13). Abitati da Lui (2,22;3,17) e chiamati a costruire l’edificio della propria esistenza sulla pietra angolare Gesù Cristo (2,20; At 4,11). Parole che tolgono il fiato e che ci sorpassano dentro il marasma della banalità dell’oggi. Come ci sorpassa l’amore di Gesù di Nazaret fino alle estreme conseguenze (3,19). Oltre ogni conoscenza e verità.

 

Scritto che detta il passo di chi ha cambiato rotta, ha incontrato Gesù di Nazaret e si è lasciato ribaltare la storia. Perché non si volti indietro e non ricada nel passato. Si tratta infatti di gente che ha alle spalle generazioni e generazioni di valori, riferimenti, ideali, messaggi che si sono andati coagulando nella coscienza, che si sono oggettivati nelle istituzioni sociali nel corso dei secoli. Questo riflusso nel paganesimo neoliberista è una minaccia grave e anche una realtà dell’Occidente che, piegato al dio-mercato, si guarda l’ombelico.

 

Serve soprattutto prendere coscienza che chi era morto è stato rimesso in strada (2,5), lontano ed ora è vicino (2,13), uomo vecchio trasformato in nuovo (4,23-24), dalle tenebre alla luce (5,8), da straniero a concittadino e familiare di Dio (2,19). Un lasciarsi davvero rimettere in piedi! Come la Chiesa in Africa, che nel secondo Sinodo a Roma nel 2009, ha preso come simbolo il paralitico invitato da Gesù a rialzarsi: “Risorgi e cammina” (Mc 2,11). Dopo l’immagine tragica dell’uomo bastonato e lasciato mezzo morto (Lc 10,30) sulla strada del 1994 (al tempo del primo Sinodo speciale per l’Africa e del genocidio in Ruanda!) finalmente un'icona significativa di una comunità cristiana dritta, in piedi. Che ha finalmente colto la centralità del Regno di Dio e il suo proprio ruolo a servizio della pace, della riconciliazione e della giustizia nel continente e nel mondo.

 

Per compiere questo itinerario serve una lotta senza sosta, all’ultimo fiato. Nonviolenta, quotidiana, ostinata contro l’Impero che è in noi (2,2) e che prende forma anche all’esterno, si istituzionalizza, prende le sembianze dell’idolatria del mercato e affama la terra. Oggi più che mai le multinazionali e grandi corporations della finanza, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione mondiale del Commercio. Contro di loro si scaglia Jean Marc Ela, teologo camerunese della liberazione, nel suo capolavoro “Ripensare la Teologia Africana”: “I Paesi africani sono colpiti da una crisi senza precedenti. Dalla fine degli anni ’80, lo Stato deve imparare e applicare il catechismo economico della Banca Mondiale, che, con il FMI, è uno dei grandi attori della globalizzazione neoliberista”.

 

La forza per tale impegno e tale lotta va cercata solo in Lui, il Dio della vita. Come ha fatto Julius Nyerere, padre dell’Africa libera, che a vent’anni si è fatto battezzare perché ha trovato in Gesù di Nazaret il motore del suo incontenibile impegno per l’indipendenza e la dignità della Tanzania e del continente. In Lui si è rafforzato ed è andato fino in fondo.

 

Ma la lotta ha bisogno anche di allenamento e di arnesi del mestiere:

  • l’armatura di Dio": Dio non ha difese, la sua forza è l’amore radicale che lo rende vulnerabile e impotente. La croce che vince il mondo (Gv 16,33). Così l’hanno rivestita Anoarite, suora congolese martire per non sottostare alla volontà di un militare di violentarla, e Bakhita, giovane ragazza sudanese rapita in Darfur all’età di nove anni, fatta schiava, venduta e comprata cinque volte, fino alla librazione e alla scelta di servire Dio  e i fratelli nella vita religiosa.

  • la “verità ai fianchi”: quella che rende liberi (Gv 8,32). Come la Commissione Verità  e Riconciliazione istituita nel Sudafrica del dopo apartheid e presieduta dal vescovo anglicano Desmond Tutu. Organismo che ha permesso di fare luce sugli abomini della segregazione razziale e di avviare il processo di perdono collettivo.

  • la “corazza della giustizia”: il piedistallo dell’amore. Quella per cui ha pagato con la vita, Floribert Chebeya, direttore della radio “Voce dei senza voce” in Congo RD. Fatto fuori nel 2010 per il suo instancabile impegno a favore della giustizia e dei diritti umani.

  • I “piedi calzati per propagare il Vangelo”: quelli “belli” del messaggero che sui monti annuncia la buona novella della pace (Is 52,7). Piedi callosi e impolverati come quelli di Emmanuel Nerbé, catechista da 45 anni nella comunità cristiana di Moissala in fondo al Ciad, che non si risparmia di passare di villaggio in villaggio per tenere alta la speranza.

  • lo “scudo della fede”: il fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede (Eb 11,1). Quella che vive sulla sua pelle il pastore protestante Jerome, stimato da tutti a Moissala, autentico uomo di Dio, appassionato della Parola, del dialogo tra religioni e dell’ecumenismo.

  • l’”elmo della salvezza”: quello che Francois Ngartamadji, martire ciadiano, ha indossato nella sua vita di responsabile del centro dei catechisti di Rakina, nella diocesi di Sarh.

  • la “spada dello Spirito”, la Parola di Dio: ascoltata, meditata e interpretata nel suo preciso contesto. Come fa il biblista congolese Paulin Pacouta, convinto di quanto sia necessario e provvidenziale il rapporto tra la Bibbia e una terra, un paese, un popolo, una civiltà.

  • la “preghiera incessante”: quella che diventa vita (Lc 18,1; 21,36; 1Ts 5,17) e ritma il quotidiano dei Monaci di Thibirine, capaci di entrare nel cuore dei musulmani in terra di Algeria, fino al loro rapimento e massacro nel 1996.

 

Solo allora avremo una profonda conoscenza di lui (1,17), sapremo comprendere la speranza cui siamo chiamati (1,18) e saremo rafforzati nell’uomo interiore mediante lo Spirito (3,16). Solo allora saremo casa di Dio (Eb 3,6), pronti alla lotta e all’impegno.

 

Solo allora sarà vita piena per tutti. Siete pronti?
 

 

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter