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Marzo 2011: La fede e il portafoglio (Mt 5,20.6,19-34)

di p. Alberto Maggi

LA FEDE E IL PORTAFOGLIO
(Mt 5,20.6,19-34)


Quali sono i parametri per verificare la fede, per sapere se si è credenti o no? Per molti, i criteri di giudizio riguardano la pratica religiosa. Ma questi sono criteri poco obiettivi. Come si fa a misurare il grado di fede di una persona dalla sua partecipazione alle cerimonie liturgiche o dalle sue devozioni?

Nella Chiesa si è sempre stati unanimi nell’individuare, come fondamento della fede del credente, la risurrezione di Gesù, perché, “Se Cristo non è risorto, vuota allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1 Cor 15,14).

Ma testimoniare la fede nella risurrezione del Cristo è arduo. Come è possibile essere i garanti di una realtà che non può essere mostrata? Eppure, negli Atti degli Apostoli si legge che la testimonianza della risurrezione del Cristo si doveva a una realtà che tutti potevano toccare con mano, e non esigeva pericolose acrobazie teologiche o violenze dell’intelletto: “Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù… Nessuno infatti tra loro era bisognoso…” (At 4,34). La prova che il Cristo non solo è risorto, ma è vivo e operante all’interno della sua comunità, è che nessuno dei suoi componenti è bisognoso, perché ciascuno si sente responsabile non solo del bene, ma anche del benessere del fratello. Una comunità dove nessuno è bisognoso, dove non esistono creditori e debitori, è la prova evidente che in essa c’è qualcosa di speciale: la presenza viva e vivificante del Signore.
L’indicatore della propria fede è il portafoglio. Non certo per quel che contiene, ma per quel che è capace di dispensare. Avere fede significa fidarsi talmente del Padre da non preoccuparsi più per i propri bisogni, ed essere liberi di occuparsi delle necessità dei fratelli, certi che nel momento della necessità il Padre provvederà in maniera più abbondante di quel che si può desiderare, perché il Signore regala vita a chi comunica vita e, con chi è generoso, il Padre sarà abbondantemente generoso (Mt 10,8; Lc 6,38).
Ma l’insegnamento di Gesù sull’importanza del fare della propria vita un dono generoso, condividendo non solo quel che si è, ma anche quel che si ha, sembra essere disatteso proprio da quanti pretendono di essere suoi seguaci. Per questo Gesù ammonisce che “Nessuno può servire due padroni… non si può servire Dio e mammona” (Mt 6,24). Ma il più delle volte sono proprio le persone religiose quelle che riescono a servire Dio e i propri interessi (Lc 16,14), arrivando a usare Dio per il proprio lucro, come gli scribi, denunciati da Gesù come coloro che, con il pretesto delle preghiere, “divorano le case delle vedove” (Mc 12,40).
Gesù è molto chiaro: la fede nel Padre non si vede da ortodossi attestati di fedeltà alla dottrina, e neanche dal rispetto delle regole religiose, ma dalla capacità di essere generosi, di donare senza calcolo.
Quanti accumulano ricchezze, quanti speculano, quanti agiscono in base alla loro convenienza non credono in Dio, ma confidano nel suo rivale, mammona (vocabolo aramaico che indica il patrimonio, ed è passato a significare la ricchezza come base per la sicurezza dell’uomo). L’istinto  alla sopravvivenza, fa sì che l’uomo pensi di assicurare la sua esistenza mediante l’accumulo di beni. Ma Gesù avverte i suoi che la sete di possesso anziché portare serenità è causa di ansia, fonte inesauribile di inquietudine che divora l’animo della persona, così come le tarme e la ruggine consumano i tesori ammassati. La ricchezza infatti è paradossalmente fattore di apprensione, sia perché non sembra mai sufficiente, sia perché si teme il suo calo e la sua perdita (le tarme,  la ruggine e i ladri, che minacciano il capitale, oggi hanno il nome di inflazione, di banche, di borsa). E comunque, anche se un uomo riuscisse ad accumulare e a conservare tutto quel che è riuscito ad ammassare, a che gli serve? A che giova, ammonisce Gesù, “guadagnare il mondo intero” e poi smarrire se stessi? (Mt 16,26; Lc 12,20). Per Gesù il valore della persona sta nella sua generosità: “La lampada del corpo è l’occhio; perciò se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso: ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso” (Mt 6,22-23). Nel linguaggio dell’epoca l’occhio limpido indicava la generosità della persona, in contrapposizione all’occhio cattivo, immagine della sua taccagneria (Dt 15,9; Mt 20,15). Nel rapporto che  ha con il denaro si gioca l’esistenza dell'uomo: la generosità, espressa nella condivisione, lo porta a essere luce, l'egoismo che si manifesta nell'avarizia a essere tenebre.
Gesù dà molta importanza alla capacità dell’uomo di essere generoso, perché è da questo atteggiamento che dipendono la sua felicità o l’infelicità, la sua riuscita o il suo fallimento. Perché ciò sia ben compreso, Gesù lo insegna con argomenti a tutti accessibili: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,25). Di tutti gli animali che nel Talmud venivano benedetti dagli uomini, gli uccelli erano esclusi, perché ritenuti insignificanti oltreché nocivi. Eppure, dichiara Gesù, anche gli elementi irrilevanti della creazione sono oggetto della premura del Creatore amante della vita. L’altro esempio Gesù lo prende dalla bellezza dei “gigli del campo”, e arriva a dichiarare che neanche l’ambizioso re Salomone, con tutta la sua boria, “vestiva come uno di loro” (Mt 6,28-30).
L’assicurazione di Gesù, che il Padre si occupa degli uccelli, che non “seminano, non mietono e non raccolgono nei granai” (Mt 6,26), e dei fiori, che “non faticano né filano” (Mt 6,28), non è un invito al fatalismo e all’inattività, ma alla fede nell’azione provvidenziale del Signore, che sarà ancora tanto più efficace negli uomini, che seminano e mietono, filano e faticano. Gesù non invita a non occuparsi, ma a non preoccuparsi. È questo che per Gesù differenzia il credente dal pagano. Quanti sono sempre in ansia per la loro vita (Che mangeremo? Che berremo?) e cercano nell’accumulo dei beni la risposta alla loro inquietudine sono la chiara dimostrazione che non credono nel Padre, ma negli idoli, nelle false divinità che, come mammona, ingannano, promettendo quel che non possono dare e, non avendo la capacità di trasmettere vita, comunicano solo morte.
Gesù offre un’alternativa a questo comportamento che è causa di rovina per l’uomo e di ingiustizia nella società. E invita gli uomini a sostituire l’affanno dell’accumulo dei beni con la scoperta gioiosa del dare (“Si è più beati nel dare che nel ricevere”, At 20,35). Per Gesù si possiede veramente solo quel che si dona. La vera ricchezza, quella che rimane per sempre e non può essere distrutta, consiste in quel che si è donato, e il bene fatto è l’unico bagaglio che l’uomo porta con sé entrando nella vita definitiva (Ap 14,13).
Quel che si trattiene non si possiede, ma possiede l’uomo, come insegna l’episodio del ricco, che ha rifiutato l’invito di Gesù a sbarazzarsi dei suoi beni perché “possedeva molte ricchezze” (Mt 19,22). Credeva di possedere le ricchezze, in realtà erano queste a possederlo. E per questo era triste. Quel che doveva dargli serenità era invece causa di afflizione.
L’invito di Gesù è di porre nella propria vita, come valore prioritario, “il regno e la sua giustizia” (Mt 6,33). Scegliere il regno significa aderire al programma di Gesù di cambiare le basi stesse della società e offrirle un’alternativa. Si tratta di rinunciare alla bramosia di possedere e scoprire la gioia del condividere. Questa è la scelta del regno, quella che può cambiare radicalmente la vita della persona e farle sperimentare che, quando si vive per il bene degli altri, si permette al Padre di prendersi cura del bene dei suoi figli. Allora, all’ansia per il domani si sostituisce la profonda fiducia nel presente, sperimentando che sarà “il domani a preoccuparsi di se stesso”, togliendo dalla vita del credente ogni ansia, inquietudine e aprendolo a una fiducia sempre più grande nel Padre.

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