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Gennaio 2011: La pace è la strada (Mt 5,23-48)

di p. Alberto Maggi

LA PACE È LA STRADA
(Mt 5,28-48)


“Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo” (Lv 19,2). È questo l’imperativo che cadenza il Levitico (Lv 11,44.45; 19,2; 20,7.26), libro nel quale sono elencate tutte le regole e le norme da praticare per scalare i gradini della santità che avvicinano a colui che è tre volte Santo (Is 6,3). Quanti praticano i precetti e osservano i minuziosi dettagli della Legge, si santificano, ovvero si separano dal resto del popolo che non può (o non vuole) vivere applicando alla propria vita tutti i dettami del Levitico.

La scalata alla santità verso un Dio “Altissimo” (Gen 14,18), lontanissimo e inaccessibile agli umani, nell’illusoria utopia di raggiungere la comunione con un Signore che si mostrava sempre più distante e nascosto (Sal 10,1), di fatto allontanava i “santi” dal resto del popolo.
Gesù nel suo insegnamento non fa suo questo imperativo della santità, mai.
Il Cristo non invita mai a essere santi, perché, di fatto, questa santità separava e divideva gli uomini tra loro, anzi, dall’alto della loro scalata alla santità, i pii e i devoti si permettevano di giudicare quelli che non vivevano come loro, giudizio che sfociava inevitabilmente nel disprezzo, come viene magistralmente espresso da Luca nella parabola del fariseo (il santo) e il pubblicano (il peccatore): “O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano” (Lc 18,11).
Gesù non invita mai a essere santi, ma a essere compassionevoli e misericordiosi come il Padre è misericordioso e compassionevole (Mt 5,48; Lc 6,36).
Mentre la santità, intesa come scrupolosa osservanza di regole e precetti, allontana dagli altri, la compassione e la misericordia avvicinano a tutti. Per questo nel discorso della montagna, dove Gesù annuncia il suo programma per la realizzazione del regno, il Cristo invita a essere “perfetti come è perfetto il Padre vostro” (Mt 5,48).
Per Gesù la perfezione non consiste nell’osservanza di regole e di prescrizioni di una legge religiosa, ma nell’assomiglianza al Padre.    Quella di Gesù può sembrare un’esigenza impraticabile, una strada impercorribile, quasi un ardire dell’uomo che intende uguagliare Dio (e si sa bene come va a finire quando lo tenta, come scrive con ironia Isaia (Is 14,12-15) sulla fine del re di Babilonia, l’uomo che voleva salire in cielo per rendersi uguale a Dio… ed era finito “negli inferi, nelle profondità dell’abisso”). Ma Gesù non chiede di essere perfetti come Dio, che non solo è invisibile (Col 1,15), ma “abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo” (1 Tm 6,16; Gv 1,18), ma anzi la sua perfezione può essere tanto astratta e irraggiungibile quanto è vaga e confusa è l’immagine di Dio che l’uomo ha.  
Gesù non invita a essere perfetti come Dio, ma come il Padre, e la perfezione del Padre è quella dell’amore, capacità che è nelle possibilità di ogni uomo.
Gesù non chiede di salire in cielo, ma di abbassarsi verso ogni uomo e verso ogni miseria umana, non lasciando condizionare la propria offerta d’amore dal comportamento o dalle risposte altrui. Questa è la perfezione del Padre, che Gesù illustra non con complicate disquisizioni teologiche o acrobazie scritturistiche, ma con esempi e immagini a tutti comprensibili. La perfezione del Padre consiste infatti nel far “sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e far piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45).
Questo comportamento della divinità era contrario a quel che si credeva e insegnava nella tradizione religiosa del tempo. Dio premiava sì i buoni, ma castigava i malvagi, e uno dei modi era proprio quello di rifiutare la pioggia al popolo infedele (“Vi ho pure rifiutato la pioggia tre mesi prima della mietitura, facevo piovere su una città e non sopra l’altra; un campo era bagnato di pioggia, mentre l’altro, su cui non pioveva, si seccava”, Am 4,7). Un Dio che amava sì i buoni, i meritevoli, ma detestava i peccatori, considerata gentaglia da sterminare (Is 13,9).
È molto importante l’immagine del Dio in cui si crede.
Chi crede in un Dio giudice, si sentirà in dovere di giudicare.
Chi crede in un Dio che castiga, si riterrà legittimato a castigare.
Chi crede in un Dio sbagliato, avrà la sua vita devastata (Mt 25,24-30).
Chi crede in un Dio che è solo Amore, non potrà che amare.
Ecco perché Gesù, invitando a essere perfetti come il Padre lo è, chiede un cambio radicale dell’immagine di Dio, e conseguentemente di comportamento nei confronti degli altri.
Se il pio israelita, in assoluta buona fede, poteva pregare con in mano una spada e nella bocca la lode al suo Signore (Sal 149,6), e dire: “Quanto odio, Signore, quelli che ti odiano! Quanto detesto quelli che si oppongono a te! Li odio con odio implacabile, li considero miei nemici” (Sal 139,21-22), Gesù affermerà: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Mt 5,43-44).
E proprio l’amore verso il nemico è la straordinaria novità portata da Gesù. Per questo Gesù ha fatto conoscere, nelle parole e nelle opere, un Dio nuovo, chiamato Padre, che a tutti, indipendentemente dal loro comportamento e dalle loro risposte, offre  il  suo amore non come premio per i meriti degli uomini, ma come un regalo per i loro bisogni. Il Padre di Gesù non è un Dio buono, ma esclusivamente buono, un Padre che ama perché vuole comunicare vita e questa si trasmette solo attraverso continue, incessanti e crescenti offerte d’amore.
Quello di Gesù è pertanto un invito a una qualità d’amore che superi le cortesie e le convenienze della società, dove l’amore viene ricambiato (“Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?”, Mt 5,46).
L’amore corrisposto non ha nulla di straordinario. Anche le categorie più basse della società, quali erano considerati i pubblicani, e perfino i pagani idolatri, sanno rispondere alle attenzioni che ricevono da amici e conoscenti. Ma Gesù ai suoi discepoli chiede qualcosa di più, una qualità d’amore che, anche se sembra impossibile, è in realtà all’interno delle capacità dell’uomo: amare il nemico e pregare per i persecutori (Mt 5,44), arrivando persino a benedire “coloro che vi maledicono” (Lc 6,28).
Gesù chiede ai suoi di accrescere la loro capacità d’amore per metterla in sintonia con l’onda d’amore che dal Padre continuamente raggiunge ogni uomo, in modo da fondere l’amore di Dio con quello dell’uomo e dilatare le capacità di dono generoso della sua vita.
All’amore Gesù unisce il saluto. Nell’ambiente palestinese il saluto non è un semplice convenevole, né solo una norma di buona educazione. Il saluto, augurato con l’ebraico shalôm, ha un ricco significato (che viene ristretto traducendolo con pace), e esprime tutto quel che concorre al benessere, alla felicità dell’altro. Per questo il saluto non è mai una semplice espressione verbale, ma è sempre accompagnato da un dono: si augura pace (benessere) e nel contempo si contribuisce con un piccolo regalo a rendere l’altro più felice: mediante gesti concreti i discepoli di Gesù sono invitati a dimostrare la qualità d’amore che appartiene alla comunità di quanti credono nel Padre e gli assomigliano nel comportamento.  

Alberto Maggi

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