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APRILE 2010 - E' morendo che si vive!

padre Domenico Guarino

E’ morendo che si vive...”
(Lc 23, 33-49; 24, 1-12)

"Se mi uccideranno risorgerò nella vita del popolo salvadoregno"
(Mons. Oscar A. Romero)

Per chi è stato in America Latina, soprattutto nei Paesi andini, sa che le sue chiese sono piene di statue e immagini. Molto particolare e che attira l'attenzione delle persone, è quella di Gesù seduto su un trono, spogliato dalle vesti, con il corpo coperto di ferite e sulla testa la corona di spine. E' il "justo juez" -giusto giudice-, colui che giudica la storia e l'umanità non come un re glorioso, ma dalla sua condizione di umiliato, spogliato e torturato.

 

L'immagine così drammatica riporta a un momento importante della vita di Gesù divenuto poi centrale del mistero della salvezza: la sua passione e morte sulla croce. Intorno a questo avvenimento si è sviluppata tutta una devozione che ha esaltato la disposizione alla sofferenza come una virtù. Il venerdì santo è comune vedere persone che si flagellano, oppure gruppi che piantano croci un po' dovunque come un esercizio della propria pietà. Spesso, a chi è spossato dal dolore, viene chiesto di offrire la propria sofferenza unendola a quella di Gesù per la salvezza degli uomini. Naturalmente questa interpretazione suppone che l'uomo si trovi in una situazione di disgrazia e di perdizione che è dovuta alla propria condizione umana. Nemmeno si fa domande sull'origine della sofferenza, da chi e come è provocata; solo mette in risalto il suo valore salvifico.

Partendo da un altro contesto le comunità ecclesiali di base, nella loro riflessione teologica, non esitano nel riconoscere nei poveri il popolo crocifisso come Gesù. Sono "i volti di contadini senza terra, oltraggiati e uccisi dalla violenza del potere. Volti di operai licenziati senza motivo, senza paga sufficiente per mantenere le proprie famiglie. Volti di anziani, di emarginati, volti di abitanti di tuguri, di bambini che già dall'infanzia cominciano a sentire il morso crudele dell'ingiustizia sociale" (Doc. di Puebla, 1979). La crocifissione vissuta per il popolo così come la morte in croce di Gesù, hanno cause storiche ben precise e quindi, per loro, anche la salvezza deve avere una verifica storica. La resurrezione annunciata non può essere astratta o idealista, ma necessariamente deve trasformarsi in una risposta concreta di speranza nella vita delle persone crocifisse.

Queste interpretazioni sulla passione e morte di Gesù devono portarci a interrogarci non solo sul senso della morte di Gesù, ma anche sul perché della sua morte e su cosa significhi vivere la risurrezione in un tempo marcato dalla sofferenza e dalla morte di tantissima gente.

La morte di Gesù sulla croce, non è stato un sacrificio voluto da Dio per la salvezza dell'umanità, ma la conseguenza di una vita vissuta con amore. E' il risultato finale dell'impegno di Dio di rendere presente nella storia il suo Regno. La predicazione di questo Regno attraverso gesti e parole, finisce in un fallimento: il messaggio di Gesù non viene accettato se non da alcuni suoi discepoli che, nei giorni tragici dlla sua morte, scappano in Galilea. Con lui rimangono solo alcune donne, che da lontano vedono quello che succede.

La passione e morte di Gesù sono il risultato del conflitto che provocò con la sua vita; un conflitto aperto costantemente, soprattutto con le autorità e i dirigenti del suo tempo. Luca, nel suo vangelo, mette in primo piano la dimensione politica della morte di Gesù scoprendo i giochi di potere che si realizzano tra la casta sacerdotale e l'impero. Gesù muore crocifisso; da qui si deduce che l'autorità romana, stimolata dalla classe sacerdotale, pronunciò o confermò la condanna a morte perché la crocifissione era una pena capitale esclusivamente romana. Per questo la morte di Gesù è perpretata con una violenza imaudita. E' la manifestazione del potere con i suoi desideri di "essere" e di "possedere" sempre di più. La morte in croce non era soltanto un tormento crudele, ma una pena sommamente umiliante: era il castigo degli schiavi. Nonostante l'aureola con la quale abbiamo adornato e sacralizzato le nostre croci, era la morte più denigrante. Allora forse possiamo capire come il grido di Gesù sulla croce prima di morire è forte e profondo. E' il grido degli impoveriti di oggi. Il grito che si sente per le strade, le tante strade della nostra storia. Sono grida di disperazione, di sofferenza... di morte

E' quello che continua a succedere oggi. Uomini, donne e bambini portano sul proprio corpo i segni del dolore e della morte, creando una relazione, profonda ed esistenziale, tra questo dolore e quello di Gesù. E' la rabbia di Bernard arrivato dal Senegal per trovare migliori condizioni di vita, ma il suo sogno viene spezzato da una legge criminale. Sono le ferite presenti sul volto di Victor, un senza fissa dimora massacrato sotto i colpi di sconosciuti e che muore nell'indifferenza delle istituzioni e di una città. Sono le lacrime di dolore di Maria, ragazza madre, che l'estate scorsa ha perso il suo unico figlio in un incidente stradale e che continua a chiedersi perché visto che era il suo unico figlio. E' l'impotenza di Margherita che, nonostante le cure e i continui controlli, vede la sua malattia estendersi per tutto il suo già fragile corpo. Forse più che aiutare le persone ad accettare il proprio dolore e a offrirlo come parte mancante della passione di Gesù, dovremmo avere il coraggio di Pietro quando non ha paura di dire alle autorità "voi l'avete ucciso" (Atti 3,13-14). Qualsiasi morte prima del tempo è provocata da un sistema che continua a fare scelte contrarie alla vita, il dono più prezioso che abbiamo.

La vita: la pietra rimossa... il sepolcro vuoto

Però la storia non sempre è condannata alla ripetizione di schemi di potere e di sopraffazione. La risurrezione è la novità che interrompe questa catena di morte e che apre la possibilità di qualcosa di nuovo non successo prima. Con la risurrezione, Dio sostiene le promesse e l'impegno di Gesù per il Regno che poi viene ripreso dai discepoli e dalle comunità. E' la sua protesta contro il male. Ciò che permette vivere il passaggio dalla morte alla vita, è l'amore vissuto con i fratelli (1 Gv 3, 14). Allora la risurrezione non è tanto far rivivere un corpo, ma trasformare quelle situazioni di morte in situazioni di vita.

Partendo dalla risurrezione l'umanità e la storia sono visti in un modo nuovo: il male non ha l'ultima parola. Credere nella risurrezione significa essere convinti che l'umanità non cammina verso il fallimento, che la storia non è enigmatica, oscura, senza una meta. Se la risurrezione di Gesù è il fondamento della nostra fede, non possiamo conformarci con il mondo in cui viviamo e, soprattutto, così com'è. Il cristiano proprio perché crede in un mondo altro, non può tollerare una realtà di odio, ingiustizia, bugie, oppressione. Mons. Romero, vescovo salvadoregno ucciso il 24 marzo del 1980 mentre celebrava l'eucaristia scrive: "la dimensione dell'uomo è trascendente ma anche storica, temporale, concreta. Quest'uomo chiamato alla salvezza eterna è quello che oggi sta morendo di fame o non ha un salario giusto. Quest'uomo che possiede una vocazione per il cielo, Dio lo ha creato perché sia felice in terra. L'uomo che sarà nell'eternità fratello di tutta l'umanità deve imparare la fraternità sulla terra per non odiarsi e uccidersi".




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