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Febbraio 2006

BAKHITA RIMA CON VITA

Il mese di febbraio inizia, nella sua prima domenica (il 5), con la “giornata per la vita” e qualche giorno dopo si celebra la festa di Santa Bakhita (l’8). Ci piace proporre questo accostamento nel cammino GIM, in cui la VITA è centrale e tanti testimoni ci guidano. Tra questi è bello ricordare Bakhita (che significa Fortunata): nata in Sudan da famiglia musulmana nel 1869, rapita e venduta schiava ancora bambina, attraverso una serie ininterrotta e provvidenziale di avvenimenti, conosce il messaggio di Gesù e vede che quel messaggio rappresenta la sua LIBERTA’. Di più, esso diventa la Parola della sua Vita, tanto da consacrarsi a Dio entrando tra le suore canossiane.

La sua è una Vita alla ricerca di Libertà, che c’interpella per la sua fede, il suo coraggio e per il servizio umile e la preghiera per cui tanta gente l’ha ricordata. Una vita dedicata a colui che lei chiamava “el me paron”, un ‘Padrone’ che le aveva allargato le braccia amorose di Padre.

Il tema del GIM di questo mese (l’immigrazione) è molto legato alla storia di Bakhita. Quanti, come Bakhita, ancora oggi sono strappati dalla loro terra dalle nuove schiavitù (povertà, guerre, ingiustizie, …) e cercano nel mondo ‘civilizzato’ e ‘libero’ uno spiraglio per le loro vite. Troppo spesso però questa loro ricerca s’infrange sulle sbarre di un carcere o peggio sulle onde di un mare. Non sempre si tratta di braccia amorose, ma di muri o reticolati che dividono, non accolgono e non lasciano spazio alla Vita.

Celebrare la “giornata per la Vita” è camminare con il Dio della Vita che smaschera i progetti di morte e chiede di collaborare insieme a Lui per allargare e rompere tutte le catene che tengono prigioniero il sogno di pace, dignità e felicità di milioni di persone, di tanti popoli che arrivano tutti i giorni a bussare alle porte delle nostre città.

Che Bakhita accompagni tutti i nostri cammini e ci faccia incontrare come fratelli e sorelle, figli di un unico Padre che sogna di abbracciarci tutti.

Buon cammino e sogni senza confini a tutti.

p. Roberto  e p. Manuel

VIVI DA RISORTO!

Realizzare sogni senza confini.  

(Mt 2,19-23)

Vivere da Risorto non è qualcosa che ha a che fare con attimi o momenti della nostra vita, ma é un modo di vivere, che deve ispirare i nostri passi giorno dopo giorno, scelta dopo scelta, nella quotidianità.
Anche per Gesù e la sua famiglia non è stato diverso e già dai suoi primi passi possiamo trarre alcuni suggerimenti, alcune indicazioni che ci aiutino a vivere da Risorti, a vivere il Sogno di Dio. Sogno inteso non solo come Progetto (il Regno di Dio) ma anche come il luogo o momento di comunicazione con Lui.

La ricerca.

Giuseppe e Maria sono in Egitto, profughi per causa della violenza di Erode che cercava Gesù per ucciderlo e aveva ordinato il massacro di tutti i bambini dell’età di Gesù. Morto Erode tornano in patria: “Alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele”.

Giuseppe e Maria migrano per motivi di sicurezza, per scappare dalla violenza. Cercano in vari posti un ambiente in cui possano crescere il loro figlio, dandogli le possibilità di sviluppare al meglio la propria personalità e vita.

Fanno quello che molti uomini e donne, adulti, bambini ed anziani fanno ai nostri giorni: lasciano i loro paesi, dove fame e guerre mantenuti da assurdi interessi economici e politici non lasciano speranze di avere una vita degna, per cercare migliori condizioni di vita, di salute, di educazione, di lavoro altrove, anche in Italia.

A volte, come Giuseppe e Maria, tornano nella loro patria con migliori condizioni e possibilità. Più spesso restano nei paesi più ricchi per poter vivere degnamente.

Questo processo di ricerca deve essere alla base della nostra vita da Risorti. E vorrei anche dire che non sono solo le ragioni politiche o economiche che possono spingere a cambiamenti di luoghi o di vita, ma anche la ricerca di un luogo in cui poter sviluppare meglio la nostra missioni di cristiani, Risorti, che vogliono costruire in Regno di Dio, vivere il Suo Sogno.

E’ interessante chiedersi se quando vediamo uno straniero riusciamo a vedere una persona che vuole avere le possibilità di realizzare il proprio Sogno di vita.

Angeli e sogni: ascoltare ed accogliere Dio.

Giuseppe e Maria sono guidati dai sogni e dagli angeli: “Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino”. E più tardi: “Avvertito poi in sogno, si ritirò nelle regioni della Galilea”.

Gli angeli nella Bibbia rappresentano i momenti in cui il popolo vede l’azione di Dio in mezzo a sé e in ciò che sta vivendo. Sono segno della presenza divina nell’umanità.

I sogni e gli angeli ci richiamano all’importanza della capacità di leggere i segni dei tempi, di seguire nuovi cammini, di cambiare, adattare la nostra vita per continuare ad essere fedeli al Progetto di Dio.

Richiedono una grande capacità di ascolto, di lettura ed analisi della nostra vita e della realtà in cui viviamo. Dio non ci parla direttamente per telefono, fax o per e-mail. Per parlare con Lui dobbiamo avere questa capacità di tuffarci in noi stessi, prima, e nella realtà, poi, per scoprire la sua presenza, per poter vedere gli angeli che Lui ci manda. Senza questo dialogo, è impossibile vivere da Risorti.

Lo facciamo questo tuffo ogni tanto, per lasciarci guidare e capire verso dove indirizzare la nostra vita?

Contro il Progetto di Dio.

Un’ultima osservazione su questo brano di Vangelo. Ciò che motiva l’esilio ed il ritorno di Giuseppe, Maria e Gesù, non sono le diversità culturali. In pochi mesi passano dalla Giudea, all’Egitto ed infine alla Galilea; tre contesti sociali e culturali diversi, ma che non sono la causa della migrazione. La vera causa della fuga è la violenza del re, causata da interessi politici ed economici.

Lo stesso accade nella nostra realtà: normalmente non sono le differenze culturali o religiose che causano migrazione, fughe di massa, milioni di rifugiati o sfollati, ma gli interessi e le politiche economiche dei governi dei paesi ricchi, che condizionano la vita degli abitanti di tutto il pianeta, soprattutto di quelli poveri.

Non per niente poi Giuseppe decide di non tornare in Giudea, vicino al centro del potere, ma sceglie la Galilea, il luogo degli esclusi, dimenticati e senza potere, lo stesso luogo che poi sarà privilegiato da Gesù.

Contro il Progetto di Dio è il potere, non la diversità.

Per cui per noi vivere da Risorti vuol dire da una parte essere aperti all’accoglienza del diverso, ma anche scegliere gli esclusi come luogo privilegiato della nostra missione ed essere fortemente contrari agli interessi che vanno contro il Regno. Ed è anche questa un’attitudine di vita, che ispira scelte nel quotidiano. Facile infatti è denunciare le scelte dei governanti che si riuniscono nel G8; più difficile è rendersi conto che le loro scelte sono determinate anche dal fatto che devono fare il possibile per aiutarci a mantenere il tenore di vita che noi vogliamo.

Comboni.

Questa volta mi è venuto in mente Comboni come esempio di persona che ha cambiato direzione varie volte, attento alla voce degli angeli.

Agli inizi del suo istituto, Comboni preparava i suoi missionari, padri, suore e laici, in Italia, fossero essi europei o africani, per poi mandarli in Sudan. Questo creava problemi perché gli europei non resistevano al brusco passaggio al clima africano e gli/le africani/e non sopportavano il freddo italiano ed il cambio culturale.

Detto in linguaggio biblico, fu un angelo che gli suggerì il Piano per la Rigenerazione dell’Africa, in cui cambiava completamente lo schema e prevedeva dei centri di formazione nel nord dell’Africa, luoghi in cui sia gli europei riuscivano ad adattarsi al clima africano e gli/le africani/e si preparavano senza essere vittime del freddo o di una cultura troppo diversa dalla loro.

Questo angelo che parlò a Comboni lo fece attraverso molta preghiera, ma anche attraverso uno sguardo profondo sulla realtà, una grande attenzione ai segni che questa realtà gli dava e all’ascolto delle persone con cui lavorava e che gli erano amiche.

Come Comboni anche noi dobbiamo creare le condizioni per poter sognare; sognare per vivere la presenza del Risorto e sognare per camminare fedelmente verso la realizzazione del Regno.

Il Progetto di Dio non ha confini: è per tutti e dappertutto. La sua realizzazione dipende dalla nostra fede (capacità di lasciarci guidare dal Dio) e dalla nostra fedeltà (condizione essenziale per vivere la risurrezione, passando per la croce).

Fr. Fabio

P. Paolo Serra

NON BASTA L’ORECCHIO, OCCORRE IL CUORE

“Non abbiamo mai ridotto il prossimo ad un pezzo di pane, anche quando gli abbiamo dato da mangiare;non l’abbiamo mai ridotto ad un vestito, anche quando lo abbiamo vestito;

non l’abbiamo mai valutato in base alla nazionalità, colore della pelle, statura intellettuale e sociale. Non ci siamo fermati alle apparenze, e neppure alle etichette, agli slogan di salotto, agli stereotipi dell’informazione di poco valore”.

Chi ha conosciuto p. Paolo Serra sa che queste parole non sanno di retorica, né di quel formalismo autogiustificatorio tanto in voga oggi per accompagnare il minimo gesto di supposta solidarietà. Non è stato mai un uomo di immagine, né ha parlato mai di sé con toni magniloquenti. Piccolo di statura, magro e barbuto, con un piccolo tic facciale che sempre lo accompagnava, ad incrociarlo per strada non credo ci si potesse accorgere facilmente di lui. Eppure dietro questa apparenza scarna si nascondeva un uomo di grandissimi ideali, di profonda sensibilità umana e radicata spiritualità. Chi lo ha conosciuto più da vicino può dire di lui che fosse un uomo di serena e costante preghiera.

Vediamo qualche dato della sua vita. Nato a Mores, Sassari, il 30 gennaio del 1937, aveva iniziato il percorso vocazionale nella sua diocesi natale, per poi entrare in noviziato a Gozzano nel 1957. Il 9 settembre 1959 pronunciò i voti religiosi e poi passò a Verona per il liceo, quindi a Venegono Superiore per la teologia. Nel 1964, appena ordinato sacerdote, fu inviato dal Superiore Generale in Uganda, dove rimase ininterrottamente fino al dicembre del 1996.

Negli anni ’90, la Conferenza Episcopale Ugandese nominò P. Paolo responsabile del laicato cattolico, ministero che svolse con passione e competenza, sottolineando, in tutte le diocesi che visitava, l’urgenza della missione ‘ad gentes’ di ogni battezzato. La YCS (associazione dei giovani studenti cristiani) offriva la metodologia e i contatti con i gruppi giovanili cristiani sia in Africa sia in Europa. La particolare attenzione di P. Paolo per i giovani raggiunse l’apice tra il 1985 ed il 1995, quando divenne l’incaricato nazionale della pastorale giovanile in Uganda.

Gli ultimi otto anni di vita P. Paolo li ha passati a Roma come responsabile dell’ACSE (Associazione Comboniana Servizio Emigranti e Profughi). Come si vive in Italia la missione? Solo raccontando quanto vissuto in pienezza in terre lontane, o continuando a rimboccarsi le maniche annunciando il Sogno di Dio anche qui, con gesti concreti di solidarietà e condivisione con i più “poveri e abbandonati”? Questa seconda via è stata quella abbracciata da p. Paolo:“Dal dono reciproco nasce la cultura dell’accoglienza. L’ACSE è chiamata anche “casa di accoglienza”. Non sono i muri che accolgono; sono le persone che accolgono quando fanno di sé stesse un dono per gli altri”. “Una parola, più delle altre, qualifica l’ascolto: l’”empatia”, mettersi cioè nei panni dell’altro, identificarsi con l’altro per gioire e soffrire con  lui. Da questo rapporto nasce l’amicizia, la stima reciproca e la condivisione di vita”. “Dall’ascolto nasce il dono reciproco. Il prossimo, anche quando è straniero e in difficoltà, non è una calamità o un malanno, ma una opportunità da non sottovalutare”.

Missione è far aprire gli occhi della società, dell’informazione, della Chiesa verso tutti i Sud, e questo l’impegno italiano di p. Paolo, amplificando la sfida dell’immigrazione, riconoscendo dietro al “problema” dello straniero, prima di tutto la sua persona, la sua dignità la sua importanza di figlio di Dio.

Ci manca la virtù dell’ascolto. Non basta l’orecchio, occorre il cuore, i sentimenti, gli atteggiamenti, lo sguardo”.

Con la stessa grinta è ripartito a marzo del 2005 per l’ Uganda, dove è morto dopo pochi mesi per un’emorragia celebrale.

“P. Paolo sapeva mettere insieme le persone,senza differenze, raccogliendo il bene in ciascuno per costruire un mosaico di comunione fra la gente e le comunità. È stato un apostolo, un operatore di pace, un uomo della chiesa, comunità delle comunità. La vita di Padre Paolo continua con noi la sua missione, una missione di cui è difficile enumerare gli effetti, perché si moltiplica in ciascuno e in tutti”

 

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