giovaniemissione.it

Gennaio 2006

 SCEGLIERE LA PACE
OGNI GIORNO DELL’ ANNO...”

Si apre l’anno, quello nuovo, il 2006, con la Giornata Mondiale della Pace. Era successo anche per gli anni precedenti, l’inizio “alla grande”, con una giornata per la pace….e gli altri 364 giorni?

I mezzi di comunicazione non ci parlano di pace, ma di guerra: le notizie sono quelle di morte, violenza, oppressione….e dopo un’immagine di bombe o di stragi, una bella e romantica pubblicità della Vodafone o del Mulino Bianco….tanto la guerra la vivono (anzi la muoiono) sulla loro pelle, gli altri. In genere i poveri.

Dovremmo per un attimo provare a entrare in empatia con loro, sentire da loro cosa significa vedersi piovere addosso bombe, proiettili, missili e tutto il resto, e spesso senza sapere il perché!

E noi li conosciamo i perché della “non pace”, i perché di tanti conflitti conosciuti e dimenticati, vicini e lontani? Perché si muore in Iraq per una bomba “sbagliata”, o in Uganda durante un attacco tra gruppi diversi, o a Napoli per saldare i conti?

Eppure tutti non solo parliamo di pace, ma cerchiamo e vogliamo la pace, ma allora dobbiamo sceglierla veramente….e scegliere non sempre è facile, ma è sicuramente possibile.

Scegliere la pace significa scegliere la verità. Lo afferma il Papa nel suo messaggio per la XXXIX Giornata Mondiale della Pace: “La pace possiede una sua intrinseca ed invincibile verità…La pace è vera perché risponde al desiderio iscritto dal creatore nel cuore di ogni uomo. La natura umana ha esigenze profonde: i diritti dell’uomo chiedono di essere attuati, esigono di essere rispettati, la giustizia intesa come dare a ciascuno il suo, domanda di essere posta in atto. Quando l’agire umano non rispetta l’ordine delle cose, quando coarta la vita umana impedendo lo sviluppo, quando impone sacrifici intollerabili ai popoli, la pace non c’è, perché non si ha alcun rispetto per la verità delle cose.

La pace è la tranquillitas ordinis, vale a dire la situazione che permette il pieno dispiegamento della verità dell’uomo. La sete che l’uomo ha della verità come pienezza dell’essere si traduce in un desiderio di pace, di non-disordine, della pace vera o della verità della pace.”

Allora sta a noi, tutti, scegliere la verità della pace, la scegliamo attraverso i gesti quotidiani, la qualità dei rapporti, le relazioni interpersonali costruttive, l’impegno e la testimonianza, compromettendoci ogni giorno. La scegliamo anche attraverso la via della disobbedienza quando obbedire significa continuare a mantenere un sistema di ingiustizia, di menzogna, di disimpegno.

Auguri di un intero Anno di pace per tutti/e.

 

                                                                                              Sr. Laura  e  Sr.  Tarcisia

VIVI DA RISORTO!

Per costruire la pace, diventa pace!

Gv 20,19-23

 

Tutta la vita di Gesù, compresi i momenti di tensione e denuncia, ha avuto come fine la Pace. Il Regno di Dio, che Gesù ha predicato in parole ed opere, è il Regno della Pace. Pace intesa non nel senso riduttivo di assenza di guerra, ma nel senso pieno di armonia di vita tra gli esseri umani e di loro con Dio e la natura.

Diventare Pace.

Bisogna per questo diventare Pace, perché la Pace deve essere in primo luogo vissuta, incarnata da ognuno di noi.

Diventare Pace vuol dire far proprio il Progetto, la Missione di Dio, cioè la realizzazione del suo Regno. Vuol dire essere testimoni di questo progetto, vivendo in pace con noi stessi, con gli altri e con Dio. E vuol dire fare l’esperienza dei nostri limiti ed essere riconciliati, situazione ed esperienza senza la quale non potremmo mai arrivare alla pace.

Questo brano di Vangelo ci indica tre passi che ci aiutano ad essere Pace.

La Pace come risposta alla paura.

“Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei”. I discepoli erano dunque riuniti perché avevano paura. Dopo la morte di Gesù, vivevano la delusione della sconfitta di Colui che stavano seguendo perché aveva ispirato le loro vite e la reazione dei Giudei alle parole ed opere di Gesù li aveva lasciati timorosi di fare la stessa fine.

A questa paura Gesù risponde con la Pace: “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi!”. Gesù dimostra ai discepoli che chi ha vinto non è stata la morte, ma la Vita. La sua presenza viva dimostra loro che il Sogno di Dio é valido ed è capace di superare qualsiasi difficoltà, compresa la morte.

La Pace è dunque frutto di questa esperienza di superazione delle nostre paure. Se con la nostra vita stiamo costruendo il Regno di Dio, non dobbiamo aver paura.

Che paure abbiamo noi? Saranno forse frutto di scelte che ci portano a direzioni diverse da quelle indicate dal Progetto di Dio?

Missione: andare come Gesù.

Dice Gesù: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

Il secondo passo è la missione. Dopo aver capito che ha vinto, vince e vincerà sempre la Vita, l’unico passo che ne può seguire è la missione: andare COME il Padre ha inviato. Bisogna quindi guardare indietro nei Vangeli per vedere e capire come Dio Padre ha inviato il Figlio.

Sfogliamo i Vangeli, almeno uno; osserviamo COME Gesù annuncia il Regno e poi confrontiamoci con questa metodologia.

Lascio questo compito a chi sta leggendo, ma vorrei comunque sottolineare quattro punti che mi sembrano fondamentali della Missione di Gesù.

Per cominciare questa Missione consiste nell’annuncio del Regno di Dio.

Una delle sue caratteristiche è la liberazione integrale di tutte le persone, che Gesù realizza attraverso i miracoli e soprattutto attraverso l’accoglienza di tutti/e.

La Missione dà risultati se abbiamo la forza della fedeltà, che ha portato Gesù alla morte in Croce, prima, ma poi alla Risurrezione ed alla Vita piena.

Infine è indispensabile la sicurezza della Fede nel Progetto del Padre, sicurezza che si alimenta non solo nella collaborazione con gli altri, ma soprattutto nel contatto con Dio.

Liberazione attraverso la remissione dei peccati.

Dopo aver inviato i discepoli Gesù dice loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”.

Libertà e perdono dei peccati sono strettamente legati, come ci ricorda Mt 9,1-8. Rimettere i peccati è il più alto grado di liberazione della persona umana, che viene parallelamente alla liberazione sociale e umana della persona.

Gesù nella sua Missione ha accolto le persone che riconoscevano i propri limiti, sapevano di essere peccatori e ha mostrato loro che la misericordia di Dio è molto più grande di queste piccolezze ed imperfezioni. Gesù ha tolto ciò che impediva alle persone di andare, di vedere, sentire, di essere accolti dalla società e lo ha fatto accogliendo queste persone e perdonandole. Un perdono vissuto nell’abbraccio paterno, ma anche nell’accettazione, nella convivenza, nella collaborazione e nella fiducia nelle possibilità di quelle persone che la società considerava inutili.

La vita di Gesù è stata perdono e attraverso il perdono ha portato pace a queste persone.

La Pace.

La Pace dunque è qualcosa che dobbiamo vivere in prima persona per poi poterla portare a tutti, come Dio vuole. Non si può portare pace senza essere pace, senza cioè aver prima fatto l’esperienza del  nostro limite ed esserci sentiti perdonati ed accolti da Dio.

Pace è inclusione, è dignità, è coscienza dei limiti, è perdono e possibilità di andare avanti e ricominciare.

Noi la viviamo questa pace?

Diceva Patrícia, una ragazza conosciuta ad un corso in São Paulo: la vita non ci chiede la perfezione; ci chiede solo di crescere. E lo stesso penso che ci chieda Dio.

Rosângela.

Queste riflessioni mi fanno ricordare Rosngela, una donna che abbiamo aiutato in questi ultimi due anni a trovare un po’ di libertà e di pace.

Figlia di genitori poveri, con il padre spesso ubriaco e violento, è stata costretta a sposarsi con un uomo che conosceva poco e che comunque non amava. Dai pochi anni di convivenza ha avuto una figlia e ha sofferto umiliazioni e violenze di ogni tipo dal marito, che da lei voleva solo qualcuno che gli tenesse a posto la casa e con cui sfogarsi quando era nervoso.

Da questo inferno Rosângela ne è uscita poco a poco, allontanandosi dal “marito”, cercando casa e lavoro per crescere la figlia e farla studiare ed impegnandosi in parrocchia nei gruppi missionari.

Poco a poco è riuscita a realizzare tutto questo, ma non ha ancora avuto pace perché la Chiesa sta ancora giudicando la nullità del suo matrimonio, processo che purtroppo è lungo e caro. E’ questo segno di perdono che la lascerà finalmente libera e che la farà rinascere. Poi si impegnerà come laica missionaria, magari comboniana. Parlando con lei si sente che quest’esperienza non se la terrà solo per lei.

Un abbraccio di pace a tutti. Siate Pace. Portate la Pace.

MONSIGNOR JUAN GERARDI

Juan Gerardi nacque a Città del Guatemala il 27 dicembre 1922. I suoi nonni erano italiani, ‘venduti’ nel 1871 dal capitano della nave al dittatore del Guatemala J.R. Barrios. Ordinato sacerdote, svolse la sua missione in mezzo ai più poveri. Venne consacrato vescovo di Cobàn nel 1967 e dell’etnia maya Quiché, in S. Cruz nel 1974.

Il Guatemala era afflitto da grandi differenze sociali, dal narcotraffico e dalla sistematica violazione dei diritti umani. La vita politica è stata caratterizzata da colpi di stato con conseguenti limitazioni delle libertà. Mons. Gerardi è sconcertato dai massacri di preti, catechisti, leader di comunità. La sua protesta è forte:

“Il continente Latinoamericano è il continente della speranza, è il continente dove vive il maggior numero di cattolici, è il continente che ha moltissime cose buone, ma è anche, senza dubbio, il continente dell'ingiustizia, della oppressione, della dominazione… L'America Latina è un continente di ingiustizia perché la povertà non è una povertà voluta da Dio; non è la povertà di cui parla Gesù: ‘i poveri li avrete sempre con voi’, perché la povertà di cui la gente soffre è una povertà voluta e indotta, frutto dell'ingiustizia. È una povertà effetto della impunità e della corruzione”.

Il Governo l’esilia in Costarica dal 1980 all'82.

L’8 maggio 1990 il vescovo Penados del Barrios decise d’istituire un ‘Ufficio di Servizio Sociale dell'Arcidiocesi del Guatemala’, per difendere e promuovere i diritti umani, avviare lo sviluppo economico e sociale dei centri più poveri, assistere i profughi e i perseguitati. Mons. Gerardi, che già pensava ad un Centro di diritti umani, divenne coordinatore generale. Giudicava fondamentale promuovere la verità sulle vittime ascoltando le testimonianze dei sopravvissuti: si trattava del recupero della memoria storica, perché le migliaia di vittime non fossero dimenticate, perché l’impunità dei carnefici non fosse accettata.

La Commissione nacque con un progetto chiamato ‘Recupero della memoria storica’. Si pubblicarono i nomi delle vittime e si denunciarono coloro che avevano abusato della loro posizione per operare impunemente come criminali. Questo lavoro fu portato avanti da più di 700 volontari, per lo più contadini e indigeni, a partire dal 1° novembre 1996. Il giorno di tutti i Santi, che comprende anche la memoria di tutte quelle donne, uomini, anziani, bambini, sante e santi e martiri anonimi, senza iscrizioni sui calendari ufficiali, ma realmente ed egualmente santi. La Commissione continuò anche dopo la fine della guerra civile (dicembre 1996), perché una pace vera fosse stabilita.

Dopo tre anni di ricerche Mons. Gerardi presentava nella Cattedrale di Città di Guatemala il rapporto finale ‘Guatemala nunca màs’ (Guatemala mai più guerre): oltre 50.000 casi di violazioni dei diritti umani e fu attribuito alle forze armate circa l’80% dei delitti, riesumando dall’oblio i fantasmi di un passato frettolosamente rimosso.

La domenica del 26 aprile 1998, due giorni dopo la presentazione del rapporto, alle ore dieci della sera, Mons. Gerardi veniva ucciso a colpi di pietra nella sua abitazione. “Colpirono il suo cervello e il suo volto: come volessero uccidere la sua intelligenza, le sue idee, le sue visioni… Gli distrussero la faccia, le narici, la bocca con la quale annunciò per tanti anni la parola di Dio, la pace e la riconciliazione”.

La pista delle indagini porta dritto all’esercito: mons. Gerardi si era schierato a fianco delle popolazioni indigene emarginate e massacrate, diventando col tempo un personaggio scomodo agli ambienti governativi e padronali per la sua determinazione nel denunciare la repressione.

Sotto la presidenza di Alfonso Portillo (2000-2004) il processo di giustizia e verità storica è giunto ad un punto di stallo. Anche per l’omicidio del vescovo: i due procuratori, Galindo e Zeissig, titolari dell’inchiesta, pur ottenendo la condanna a 30 anni del generale in pensione Estrada e di altri due ufficiali, hanno abbandonato il caso per le ripetute minacce di morte contro di loro e dei loro familiari. Una sorte ben peggiore è toccata a padre José Maria Furlan, l’erede morale di Gerardi, ucciso a colpi d’arma da fuoco: “aveva duramente criticato il governo per aver ostacolato il chiarimento delle violazioni dei diritti umani commesse nel passato.”

Con l’assassinio di Juan Gerardi, venne posta fine all’esistenza del principale artefice del processo di recupero della verità storica. Verità contenuta in quel copioso dossier il cui titolo esprime un severo ammonimento e un impegno ineludibile per il futuro: “nunca mas”, mai più guerre, massacri e sofferenze per il popolo guatemalteco.

 

Condividi questo articolo:

Registrati alla newsletter