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Novembre 2005

Santi con i piedi per terra

Il mese di novembre inizia con la solennità di tutti i Santi, seguita dal ricordo di tutti i defunti, due ricorrenze che ci ricordano alcune realtà fondamentali della nostra vita.
Innanzitutto che siamo tutti chiamati alla santità, cioè a vivere una vita piena e vera, non centrata su se stessi, ma attenta agli altri, donata! I santi non hanno fatto cose straordinarie, ma nella vita ordinaria hanno vissuto con intensità e verità, cercando nel loro piccolo di realizzare il Regno, il sogno di Dio per il bene di ogni persona e di tutta l’umanità.

Oltre ad essere chiamati alla santità dobbiamo accorgerci anche dei santi che ogni giorno camminano, vivono e agiscono accanto a noi; perché i santi non sono solo quelli proclamati dalla Chiesa nelle cerimonie ufficiali,e non solo quelli che sono già morti; la santità non è un affare dei morti, ma dei vivi. Forse la parola santo è un po’ in disuso nella nostra società, ma la voglia di testimoni autentici non è certo assopita. E tu ti accorgi dei santi che incontri? Per chi vuoi diventare santo?

Il ricordo dei defunti fa pensare a due cose: la realtà che riguarda ciascuno, la morte, anche se viviamo in una società che la morte la vuole nascondere o far finta che non esista, (anche se poi la presenta virtuale, quasi fosse un videogioco, ogni giorno sugli schermi della TV) quando poi compie quotidianamente delle scelte di morte sia per le persone singole, che per i popoli; l’altra è la terra, quella dove ognuno ritornerà e sarà sepolto; terra che purtroppo e troppo spesso è diventata causa di violenza, conflitti… questo mese il tema della terra accompagna il cammino GIM; la terra che Dio ha affidato all’umanità diventa proprietà privata di pochi e su di essa esercitano il loro potere; terra che diventa insanguinata per la violenza che subiscono i poveri che la abitano, o perché è luogo di sfruttamento di chi la lavora. Non basta poter avere il proprio piccolo pezzo di terra solo al momento della morte!!!

I santi sono quelli che hanno fatto sogni grandi con i piedi per terra, piedi che oggi come allora percorrono le strade della storia dell’umanità.

p. Bakanja, p. Rossano, p. Daniele e sr. Bruna

 
VIVI DA RISORTO! Dal monopolio alla condivisione.

Questo racconto della comunità di Giovanni ci fa capire l’importanza del vivere da risorto per riuscire davvero a costruire il suo Regno.

Il cammino che ci porta al Risorto
Pietro, leader del gruppo degli apostoli, dopo gli anni passati con Gesù vedendo e vivendo il Regno di Dio che cominciava, realizzato ed incarnato dal Dio fatto Uomo, va a pescare con alcuni altri apostoli. Non sa che altro fare e lo fa come ha sempre fatto prima di incontrare Gesù e probabilmente con gli stessi metodi, visto che il risultato della pesca è lo stesso di quando Gesù l’ha incontrato lungo il mare di Galilea. “Uscirono e salirono sulla barca, ma in quella notte non presero nulla”. Quando il Risorto, ancora una volta, gli dice come gettare le reti, allora la pesca riesce. E abbondante, tanto che non riescono a tirar su le reti. “La gettarono e non potevano più tirarla su per la grande quantità di pesci”.

Come succede sempre nel vangelo di Giovanni, chi vede la presenza del risorto non è Pietro, ma il discepolo amato. Solo dopo anche Pietro capisce, si vergogna di farsi trovare ancora una volta “nudo” (senza capire cosa sia successo) e va all’incontro di Gesù, lasciando indietro anche i pesci. Ha fretta perché ha ritrovato l’importante: il Risorto, il Vangelo fatto carne, la manifestazione della volontà di Dio e del suo Progetto per l’umanità. “Si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare”.

E noi?
Due cose mi sembrano importanti in questi primi versetti. La prima é che se non si vive da Risorto, cioè se nella nostra vita non viviamo i valori del Vangelo con la certezza della forza della resurrezione, non riusciamo a costruire niente, né nella nostra vita e molto meno in quella degli altri. La seconda é che per far questo spesso dobbiamo fare un cammino che ci porta dall’insuccesso, alla coscienza di essere nudi, al sentire di aver bisogno di Dio, al riconoscerlo presente quando si vive con Lui e come lui ci indica, per arrivare alla fine all’incontro con lui. Per cui vale la pena chiederci che valori viviamo e metterli a confronto con i valori del Vangelo. E magari vale la pena anche guardare al nostro passato per vedere quante volte abbiamo fatto questo cammino e se abbiamo l’umiltà di continuare a rifarlo.

Costruire da Risorti.
In Brasile vedo l’importanza del vivere da Risorto nelle attività di accompagnamento delle cooperative ed associazioni di economia solidale. Creare una cooperativa non è eccessivamente difficile, ma far si che dia frutti e che sia uno spazio di economia solidale non è cosa da poco. Bisogna vivere da risorti! Cioè: bisogna lavorare con la mentalità giusta, con la spiritualità giusta, che sono quelle di Gesù e del Vangelo. Vanno avanti bene i gruppi in cui le persone lavorano vivendo valori come la solidarietà, il rispetto, la giustizia, la salvaguardia dell’ambiente, la persona come origine e destinatario dei benefici dell’attività economica, il lavoro come espressione delle capacità dei/delle lavoratori/trici, la condivisione e la corresponsabilità. E non a caso sono anche i gruppi in cui quando ci sono problemi interni, li risolvono dialogando e poi si ritrovano a pregare per ringraziare Dio e chiedergli forza e luce per continuare. Chi invece lavora solo guardando a sé stesso e alle sue necessità, prima o poi esce dal gruppo o lo fa affondare.

Condivisione.
Uno dei valori fondamentali del vivere da risorti lo si vede nella seconda parte del brano di Giovanni.

La pesca riesce ed è portata a riva senza che la rete si rompa. In quella rete c’è tutto: 153 erano le specie di pesci conosciute. Gesù ha già comunque preparato qualcosa per noi. “videro un fuoco di brace con del pesce dentro”. Pescando “da risorti” entriamo nel progetto di Dio. In questo progetto c’è da mangiare, per tutti ed in abbondanza. Quando mettiamo insieme il frutto dei nostri sforzi con il frutto degli sforzi di Dio, abbiamo di tutto e per tutti. Intorno al fuoco acceso da Gesù non mancava proprio niente. “Gesù disse loro: venite a mangiare”.

E noi?
E’ fondamentale mettere tutto in comune e condividerlo ed è la condizione “sine qua non” per raggiungere l’obiettivo del Regno: che tutti abbiano vita e vita in abbondanza. Mettere in comune il nostro lavoro, le nostre speranze è bello, ma bisogna arrivare a mettere in comune anche la nostra vita. E non è facile. Fin dove arriva la nostra condivisione?

Terra condivisa che dà vita.
Un grande esempio dell’importanza della condivisione lo vedo nei popoli indigeni Tupiniquim e Guarani che vivono in alcuni villaggi a 50 km da casa nostra. La terra è per loro il bene comune, che dà loro il cibo, l’acqua, i materiali per costruirsi la casa, le medicine. La terra è di tutti ed è lavorata insieme, per il bene di tutti.

Questi indigeni si sono visti sottrarre le loro terre (poco più di 18.000 ettari) nel 1987 da una multinazionale che diceva averle comprate da dei contadini. Le loro rivendicazioni non erano state ascoltate e si sono visti distruggere 5 villaggi, disboscare più di 11.000 ettari di boschi nativi e piantare eucalipto OGM per la produzione di cellulosa.

La terra, che quando era condivisa era fonte di vita per tutti, ora concentrata nelle mani di una multinazionale è fonte di ricchezza per pochi (per esempio il direttore della multinazionale che guadagna 20.000 dollari al mese) e fonte di morte per i 500 indigeni, che non hanno più le loro terre e che non riescono a sopravvivere con le briciole (30 euro al mese a testa) che la multinazionale ripassa loro.

Ora, con la fiducia nel Dio Tupã e l’audacia e la forza che viene dallo stare tutti uniti per una stessa giusta causa, hanno preso le loro motoseghe, asce, maceti, martelli; hanno recintato gli 11.000 ettari di terra che erano stati loro tolti (seguendo i confini stabiliti da un organismo del governo brasiliano che difende i popoli e culture indigeni); hanno ricostruito i villaggi distrutti e con l’aiuto di alcune ONG stanno tagliando gli eucalipti e seminando alberi di specie native.

La brace.
Così, solo così, alla fine, apostoli, lavoratori, indigeni, noi tutti cristiani che viviamo da Risorti, possiamo ritrovarci allo stesso posto, intorno alla stessa brace, ringraziando Dio, con la sensazione di gioia e soddisfazione che hanno coloro che vivono la Vita.


dom Pedro Casaldàliga: la lotta per la terra e la giustizia

  “Alla fine del cammino mi diranno: Hai vissuto? Hai amato? Ed io, senza dire niente, aprirò il cuore pieno di nomi”

dom Pedro Casaldaliga ti parla con schiettezza, da dentro i suoi profondi 76 anni, pieni di passione e di volti. Anche tu ti fermi e pensi: “e chi abita dentro di me?”
Nato nel ’28 a Barcellona, consacrato alla missione come Claretiano, arriva in Brasile nel ’68: Amazzonia. Nel ‘71 viene nominato vescovo di una diocesi sul sontuoso fiume Araguaia.
Pastore della sua gente, con pochi ma chiari principi guida: “non avere nulla, non portare nulla, non potere nulla. Non chiedere nulla. E però, anche, non uccidere nulla, non tacere nulla. Solo il Vangelo come spada affilata e il pianto ed il riso nello sguardo. E questo sole e questi fiumi e questa terra sfruttata come testimoni della Rivoluzione già esplosa. E più nulla!”
34 anni a servizio, come vescovo. Fin dall’inizio affronta la repressione militare della dittatura brasiliana (1964-84).
Pastore di un popolo senza difesa e sfruttato, prende le difese dei poveri ed entra in conflitto con i grandi fazenderos, le imprese latifondiarie e minerarie, i politici che -in cambio di tangenti e voti- appoggiano il degrado dell’ambiente e la concentrazione delle ricchezze.
La chiesa, in questo periodo vivo e coraggioso, non cerca legittimità nello Stato violento ma nei poveri. “Siamo soldati di una causa invincibile, la causa dei diritti umani, che sono diritti divini.”
Sul latifondo, nelle celebrazioni di dom Pedro, scendono parole forti e radicali di maledizione e scomunica.
Subito arrivano le minacce e le ritorsioni; sfugge alla morte nel 1976, quando per errore la pallottola destinata a lui uccide il padre gesuita João Bosco Burnier.
Il popolo vive in un clima di terrore, molti agenti di pastorale vengono catturati, il vescovo stesso finisce in prigione domiciliare. Per cinque volte la dittatura tenta di espellerlo dal Brasile, finchè il Papa Paolo VI si schiera apertamente: nessuno osi minacciare dom Pedro nella sua diocesi. 
Fino alla fine, dunque, Casaldaliga resta a São Felix de Araguaia, in una casetta semplice, senza nessuna scorta se non quella che gli viene assicurata dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.
Al dito, come segno episcopale, un anello di cocco: da tempo il simbolo di chi incarna la Teologia della Liberazione.
La forma migliore per organizzare la resistenza dei popoli oppressi è quella di garantire la protezione dei loro diritti, soprattutto a livello politico. Per questo dom Pedro fonda la CPT (Comissão Pastoral da Terra) e il CIMI (Conselho Indigenista Missionário).
La passione si unisce alla poesia: traduce in liturgia la bellezza che scopre nelle varie culture. Compone la “Missa da Terra sem Males” e la “Missa dos Quilombos” (attente alla spiritualità indigena e afrobrasiliana). E così il sogno di Dio trova casa nella “Patria Grande”, la terra latinoamericana casa di tutti i popoli indigeni, restituiti alla loro libertà. 

La vita di quest’uomo ci provoca e interpella anche te:

Fratelli nostri che vivete nel primo mondo…

Affinché il suo nome non venga ingiuriato,

affinché venga a noi il suo Regno e sia fatta la sua volontà,

non solo in cielo, ma anche in terra,

rispettate il nostro pane quotidiano,

rinunciando, voi, allo sfruttamento quotidiano;

non fate di tutto per riscuotere il debito che non abbiamo fatto

e che vi stanno pagando i nostri bambini, i nostri affamati, i nostri morti;

non cadete più nella tentazione

del lucro, del razzismo, della guerra;

noi faremo il possibile per non cadere nella tentazione

dell’odio e della sottomissione,

e liberiamoci, gli uni e gli altri, dal male.

Solo così potremo recitare insieme

La preghiera della famiglia che il fratello Gesù ci insegnò.

Padre nostro, Madre nostra, che sei in cielo e in terra.

 

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