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Ottobre 2005

MISSIONE GIOVANE…

Vivi da risorto!!!

 
Car@ giovane, eccoci di nuovo qui: dopo la pausa estiva ritorna Ormegiovani che ci accompagnerà per questo nuovo anno.

Prima delle vacanze c’eravamo lasciati con l’invito: E-STATE IN MISSIONE. Chissà quante orme avrai lasciato sulla spiaggia durante quest’estate! … Ti auguriamo però di aver lasciato soprattutto tante orme nella vita delle gente incontrata e che anche tu stia portando la loro impronta. Per molti giovani l’estate è stata un momento forte per incontrarsi, condividere, mettersi al servizio, pregare, divertirsi… per continuare a gridare “Che vinca la vita!!!”. Molti hanno partecipato ai nostri campi di lavoro e in Brasile e in Uganda, alla GMG, ad altre iniziative e ora, carichi di tanta bella Vita si preparano ad iniziare un nuovo anno di scuola, lavoro, impegno…

Ormegiovani camminerà con noi in questo nuovo anno GIM. Ancora una volta il GIM, con i suoi momenti di ascolto della Parola e dei  testimoni, di formazione, di impegno con gli ultimi e di crescita personale, vuole essere una proposta per tutti quei ragazzi e ragazze che desiderano lasciarsi provocare dalla Vita di Gesù cristo, vivo con noi.

MISSIONE GIOVANE… Vivi da risorto!!! È il tema che ci accompagnerà durante quest’anno. Vuole essere sia una continuazione dello scorso anno, perché si tratta ancora di una Missione giovane, ma è anche un invito ad aprire gli occhi per ricercare la presenza di Gesù Risorto in mezzo a noi, continuando la sua missione.

Il mese d’ottobre, mese missionario, ci ricorda proprio questo: ognuno di noi, assieme agli altri, è chiamato a scoprire e costruire la Vita, nonostante i segni di morte che fanno tanto rumore. Certo, non è sempre facile. Ma come dice una canzone cara ai gimmini “c’è un Dio che lotta con noi … e che danza per le vie”: quindi non temiamo ma come diceva Gandhi: SII TU IL CAMBIAMENTO CHE VUOI VEDERE NEL MONDO!

Buon cammino!!!

p. Roberto e p. Manuel

 

VIVI DA RISORTO! Nella nuova creazione. Gv 20,24-29

 

Camminando e cambiando.

Vivere da risorto! Una bella sfida ed un bel cammino, da affrontare con coraggio, con decisione, ma soprattutto con fede e con la disponibilità a mettersi in discussione e cambiare. In primo luogo noi stessi e poi, di conseguenza, anche la realtà e le persone che ci stanno intorno.

Cambiare seguendo le indicazioni di Gesù ed applicandole nella nostra vita, nel quotidiano. Cambiare accompagnati da uomini e donne che vogliono anche loro costruire il Regno di Dio.

Camminare con la sicurezza che i nostri passi non saranno invano: Gesù Cristo è Risorto! È Lui la via, la verità e la vita!

 

Nuovo contesto di fede.

Ed è alla novità che ci chiede di aprirci questo primo brano di Vangelo su cui cerchiamo di pensare e pregare. La resurrezione di Gesù ci indica una nuova creazione, un nuovo contesto di fede: ci mostra la comunità come luogo privilegiato sia della nostra vita che della nostra fede, perché in essa riusciamo a vivere l’esperienza della sua presenza.

Vivere da Risorti è, dunque, fare questo primo cambiamento ed entrare in questo nuovo contesto di fede. Dal popolo di Israele, oggetto della rivelazione di Dio, condotto per mano nel deserto verso la terra promessa, ma che col tempo perde la fedeltà a Jahvé, la resurrezione ci chiede di passare alla comunità di Cristo, luogo della sua presenza e della fedeltà alla volontà del Padre. Dal Dio di Israele, onnipotente, guerriero, che punisce le colpe di chi sbaglia, la resurrezione ci chiede di passare al Dio di Gesù Cristo, il Padre misericordioso e paziente. Dal Regno di Israele, espressione dell’autonomia e superiorità del popolo scelto, unico tra le nazioni, la resurrezione ci chiede di passare al Regno di Dio, cioè le giuste relazioni degli esseri umani con Dio, tra di loro e con la natura che assicurano Vita piena ed abbondante per tutti.

 

La comunità.

In questo brano di Vangelo, si sottolinea fortemente un aspetto, comune a tutti i racconti dell’esperienza della presenza del Risorto: la comunità. Gesù risorto appare alla comunità riunita o, come nel caso della Maddalena, a chi ha vissuto in modo particolare il suo amore e la sua misericordia (chi più della Maddalena: donna, prostituta, indemoniata?).

Gesù era già apparso ai discepoli riuniti. Tommaso non c’era, ma gli altri danno testimonianza della presenza di Gesù Vivo in mezzo a loro. Ma Tommaso è in un’altra logica: quella dell’esperienza personale e diretta, individuale; per lui l’importante è toccare con mano. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”.

Tommaso riuscirà poi a fare l’esperienza della presenza del Risorto, ma in comunità, insieme agli altri discepoli: “I discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù”.

Mi sembra quindi che la nuova creazione abbia prima di tutto un volto comunitario, collettivo. Gesù non è proprietà privata, né di un popolo e molto meno di una persona e si rivela quando “due o più sono riuniti nel mio nome”.

Quali sono le comunità in cui possiamo vivere l’esperienza del risorto? Penso che ognuno di noi abbia comunità differenti, che possono andare dalla comunità parrocchiale, al gruppo di amici, al gruppo di condivisione, di famiglie, i gruppi missionari, i GIM, la famiglia... L’importante è superare l’esigenza dell’esperienza personale ed esclusiva: la dimensione della vita del Risorto è comunitaria.

 

L’impegno della comunità.

Un altro elemento della nuova creazione è la presenza di Gesù. Vediamone alcune caratteristiche. “Venne Gesù a porte chiuse”. Queste porte chiuse possono significare da una parte che per il Risorto le nostre difficoltà e paure non sono un ostacolo per la sua presenza, ma possono anche significare che la sua presenza scaturisce dall’interno della comunità, non è un fattore esterno. Il riunirsi, condividere, celebrare rende presente il Risorto tra di noi.

“Si fermò in mezzo a loro”. Gesù si mette al suo posto: in mezzo. È lui il centro, il fulcro, l’asse portante della comunità riunita. Non basta riunirsi, ma bisogna lasciare spazio al Risorto e non uno spazio qualsiasi.

“Disse: Pace a voi”. Ecco l’effetto della sua presenza tra di noi: la pace. E per capire bene cosa sia questa pace, bisogna dare un’occhiata al Vangelo. La pace che porta Gesù è quella che viene dalla giustizia e dalla piena dignità per ogni uomo e donna. È la pace del Regno, che il Risorto porta alla comunità affinché poi a sua volta la comunità la porti a tutti (non dimentichiamo che dopo il primo periodo di paura e smarrimento, le esperienze della presenza del Risorto e la forza dello Spirito Santo hanno inviato la comunità dei discepoli a tutte le genti, per portare il Regno di Dio).

È bene chiederci se le nostre comunità o gruppi sono davvero missionarie, se sono impegnate nella realtà ecclesiale, sociale e politica per far crescere il Regno di Dio. C’è da dubitare di chi si riunisce spesso, dice di vivere la presenza di Dio ma poi non fa niente e se ne resta comodo e seduto.

Per cui vivere da risorti vuol dire non solo vivere comunitariamente, ma anche assumere l’impegno, che è allo stesso tempo personale, comunitario e sociale, di costruire il Regno di Dio.

 

La fede.

Un’ultima osservazione ci viene dalla conclusione del brano di Vangelo: “beati quelli che pur non avendo visto crederanno”. La fede nel Risorto, cioè il credere alla sua presenza viva tra di noi anche quando non è così evidente e anche quando il cammino è difficile, è ciò che assicura costanza alla comunità. A volte l’esperienza che facciamo sembra indicare più l’assenza di Dio che la sua presenza ed è in questi momenti che la comunità diventa ancor più importante. Una volta che si comincia a camminare, l’importante è andare avanti; possiamo zoppicare, inciampare, cadere, ma l’importante è continuare a camminare, con la forza del Risorto presente nella comunità.

 

Comunità Ecclesiali di Base.

Le CEB, comunità ecclesiali di base, sono state un modo di essere Chiesa nato in America Latina e che in Brasile è ancora vivo in alcune diocesi e parrocchie. La parrocchia di Carapina (quella in cui lavoro) è stata fondata dai comboniani ed è ancora organizzata in CEB, per cui mi è stato facile in questi anni apprezzarne la presenza, l’ideale ed il funzionamento.

Le CEB sono nate dall’intuizione che solo in piccole comunità potevano crearsi relazioni interpersonali che creassero un minimo di legame tra le persone. Questo permette di avere un livello di riflessione e condivisione molto alto, che inevitabilmente porta all’attenzione ed interesse all’altro/a e all’impegno ecclesiale, sociale e politico in funzione del Regno.

Nelle CEB lo spazio dato ai laici è molto grande ed è comunque vincolato ad una formazione che non è solo teologico-pastorale, ma anche socio-politica. Penso che non sia per caso che dalla parrocchia di Carapina sono nate comunità ecclesiali, movimenti sociali, associazioni di quartiere, sindacati, centri di difesa dei diritti umani, tutti ispirati dal Vangelo, rafforzati dal Risorto e a servizio del Regno.

 

Siamo già nella nuova creazione: il Risorto è con noi. Camminiamo verso il Regno, vivendo da risorti.

 

Don Vito Miracapillo

Don Vito inizia la sua preparazione alla vita sacerdotale all’età di undici anni nel seminario di Andria ed è al liceo classico a Molfetta che fa il suo primo incontro significativo con un missionario. Il concilio Vaticano II ebbe un ruolo fondamentale nella sua formazione alla missione nella chiesa locale, così come il periodo di studi presso il seminario dell’America Latina a Verona; gli studi, le testimonianze, le lettere dalle missioni nutrirono la sua vocazione alla missione.

Nel 1975 partì alla volta del Brasile, e come ogni realtà lontana conosciuta sui libri o attraverso le lettere, l’impatto con la durezza della povertà, della fame, dell’ingiustizia e dell’elevata mortalità infantile provocarono in don Vito difficoltà nel vivere il Vangelo, sembrava più semplice andarsene in una realtà meno dura, ma come testimoniare poi sulla sua vita la scelta di Cristo e dei poveri se non riusciva ad accogliere questi ultimi?

Così scelse di proseguire la sua missione lì, in una parrocchia di 30.000 abitanti sparsi nei villaggi attorno al municipio ed altrettanti nella città.

Si pose in ascolto della sofferenza della gente e delle ingiustizie che opprimevano molte famiglie di contadini, a causa dei soprusi da parte dei proprietari terrieri, per la maggior parte ex soldati dell’esercito. Don Vito iniziò a camminare insieme a loro ed il Vangelo diventò messaggio di annuncio di resurrezione e denuncia delle ingiustizie subite dalla gente.

Le minacce non tardarono ad arrivare, ma anche quelle divennero spunto per le sue omelie, sempre più sostenuto dalla gente.

Fu durante la giornata della patria che don Vito non poté sopportare l’ipocrisia del governo dittatoriale che proponeva come tema “L’indipendenza siamo noi”. Questa volta gridò ad alta voce, quale indipendenza poteva esserci per chi moriva per la fame, la povertà, e l’oppressione? Le sue denunce furono usate da un giornale e venne accusato di disobbedire al papa e di fomentare l’opinione pubblica contro il governo.

Don Vito, considerato pericoloso per il paese, venne processato e condannato.

Il periodo che precedette il processo fu di forti pressioni e di minacce, eppure don Vito crebbe spiritualmente attraverso la sua fede nella figliolanza al Padre che accomuna tutti , e crebbe umanamente, attraverso la solidarietà e l’affetto di molte persone che, non solo fino alla sua espulsione dal Brasile, nel 1985, ma tuttora, lo accolgono ogni volta che torna.

Lì la gente prosegue nella denuncia iniziata da don Vito, e anche nel tentativo rievocare la condanna che non permette ancora a don Vito di stare liberamente fra la sua gente in Brasile.

Arrivato all’aeroporto il vescovo gli comunicò che era affidato alla parrocchia di S. Riccardo, nel quartiere di San Valentino, ad Andria, un quartiere dove erano state portate le persone che in Andria avevano i maggiori problemi: droga, carcere, povertà…

Arrivato nel quartiere constatò subito la mancanza di ogni struttura che permettesse la vita in comune: c’erano solo dei grossi palazzoni, senza un minimo servizio. Mancava la chiesa dove si potesse riunire la comunità e così per i primi anni don Vito celebrò in un garage messo a disposizione; la sua prima preoccupazione fu di incontrare la gente, conoscerla e con loro fare un cammino per diventare comunità. Poi cominciò anche ad interpellare le istituzioni perché venissero garantiti i diritti fondamentali. Con il contributo della gente del quartiere riuscì a costruire la chiesa, frutto delle loro offerte e del lavoro, ma anche col riciclo di materiale. Dopo anni di lotta arrivò la scuola elementare che permise ai numerosi bambini del quartiere di frequentare senza perdere ore per raggiungere le varie scuole nella città, come avveniva in precedenza. In 23 anni che don Vito passò a San Valentino riescì ad ottenere la scuola media, una farmacia (nonostante i tentativi di boicottaggio) e un piccolo negozio di generi alimentari. Ma forse l’opera più importante fu di cercare di costruire una comunità, e di farlo non da solo, ma con la gente. Don Vito non ha niente dell’uomo eccezionale o dell’eroe, è un uomo che cerca di vivere il Vangelo nella sua quotidianità, costruendo cammini di resurrezione per sé e i poveri che stanno attorno lui.

Da un paio di anni si trova a Canosa di Puglia in zona 167 (quartiere popolare).

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