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Aprile 2005

Profumi o polveri fini?

"Aprile dolce dormire", è uno dei detti più conosciuti che ci vengono in mente, eppure dovrebbe essere il mese, il tempo del risveglio, della primavera, del nuovo, del rifiorire... della speranza. Quel sepolcro vuoto, quel Risorto che ritorna a spezzare il pane con i suoi, ci mette nel cuore la speranza, Lui è vivo, è Presente!
La speranza è la virtù dei forti, anzi dei poveri e degli umili, di chi è capace di avere occhi nuovi con cui guardare la propria situazione, avere speranza significa imparare a guardare avanti o meglio imparare a guardare in alto, avere quello sguardo rivolto al futuro, aprire il cuore ad una fiducia nuova nella vita. E questo implica semplicemente il coraggio di non tirarci indietro quando tocca a noi dare una risposta, quando siamo chiamati in causa in prima persona e ci verrebbe voglia di trovare tutti gli alibi possibili per "lasciar stare" oppure per "delegare".

La vera speranza, è sempre associata alla libertà... (25 Aprile...Festa della liberazione...quale?) al contrario sarebbe pura e semplice illusione e una libertà senza speranza sarebbe mediocrità. Spesso ci sentiamo come quelle "aquile dalle ali di piombo" (usando un'immagine di uno psicologo brasiliano, Joao Mohana) incapaci di vivere la libertà e quindi di cercare e trovare speranza.

La fedeltà alle proprie scelte permette di ritrovare dentro di sé forze ed energie insperate e offre spiragli di luce che sembrano assolutamente impensabili. La fedeltà permette di continuare a credere che il buio si trasforma in aurora, che nella notte buia si vedono le stelle.

Il racconto della Resurrezione, ci sottolinea anche l'importanza degli oli profumati, i profumi! Quando nell'aria sentiamo un profumo, ce ne accorgiamo immediatamente. Eppure oggi sono troppi e troppo sofisticati i profumi che ci presenta il mercato, non si riesce neppure a capire di cosa sanno. Durante il 2003 si sono spesi 15 miliardi di dollari in profumi... Ormai non sappiamo più sentire il profumo dell'erba tagliata, del pane, della pioggia, degli aromi selvatici, del nostrano... delle cose semplici e quotidiane, dei gesti gratuiti! Quegli oli profumati diventano il simbolo della nuova creazione e della comunione con il Risorto e con ogni sorella e fratello.

Le donne che all'alba vanno al sepolcro, portando i loro profumi, sono quella folla immensa di donne, madri, mogli, figlie, sorelle che anche oggi continuano a credere e sperare nella vita, capaci di quello sguardo che riaccende nel cuore la speranza, capaci di quei gesti semplici e gratuiti che profumano la vita, anche là dove la puzza di marcio e di morte sembra essere troppo forte. La loro presenza di fedeltà e gratuità si fa sentire come quell'aria fresca e profumata, forte e delicata che ridà senso e bellezza, respiro e voglia di vivere.

sr. Laura e p. Alex

Missione è profumare la vita

 

 (Gv. 11,1-45)

Il protagonista della grande pagina del vangelo di Giovanni, questa volta, è Lazzaro di Betania, un uomo chiamato “Amico” di Gesù, e fratello di Marta e di Maria.

Successe che: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”. Mandarono a dirgli le sorelle. Una richiesta d’aiuto fiduciosa, capace di riporre nelle mani del Signore le proprie speranze nella certezza che Lui avrebbe fatto tutto il possibile per guarire Lazzaro dal suo male.

Non solo come infermiera il cui lavoro consista nell’alleviare le sofferenze delle persone malate, ma anche per non essere stata risparmiata dalla malattia, conosco dunque i sentimenti, le paure, i timori, le ansie che ci possono prendere quando si ha cura di qualcuno che amiamo e che temiamo di perdere.

In un’epoca come la nostra sappiamo trovare il coraggio di presentare fiduciosamente al Signore della vita i suoi (e i nostri) amici ammalati con la preghiera che faccia del suo meglio per liberarli dal male?.

Non sappiamo di che natura fosse la malattia di Lazzaro, ma sappiamo però che era tanto grave da portarlo alla tomba. Anche noi stiamo molto male oggi. Sono diversi i mali mortali di cui soffriamo inclusa l’insofferenza a fermarci a identificarli nella nostra esistenza. Anche noi moriamo un po’ ogni giorno sotto il peso del male che lasciamo accadere intorno e/o dentro di noi quando non abbiamo la forza (o la voglia?) di reagire, e/o di compensare con i nostri gesti di bene piccoli o grandi che siano.

Sappiamo qual’è il male che ci affligge? Cosa rende moribonda la società in cui viviamo? Cosa stiamo facendo di concreto per alimentare la speranza?

 

“Si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava”.

Perché il Signore non rispose al messaggio che lo informava della malattia del suo Amico Lazzaro? E perché decise di trattenersi altri due giorni nonostante sapesse del suo Amico malato? Domande inquietanti e risposte ancor più imbarazzanti per un uomo che, malato, manda a chiamare l’Amico pensando di contare sul suo aiuto e invece ciò che trova e’ solo silenzio!

Quante volte protestiamo per il silenzio di Dio nella nostra vita, nelle tragedie che ci capitano.

Il Maestro rimase in preghiera e riflessione per due giorni alla fine dei quali spezzò risoluto tutte le resistenze e i timori giacché “Il nostro Amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a svegliarlo”. Per gli apostoli Gesù era il Maestro, ma a Betania era l’Amico che visse l’amicizia nei mille piccoli gesti quotidiani che contano. Richiamare alla vita una persona qualsiasi dopo quattro giorni nel sepolcro, quando “già manda cattivo odore” avrebbe certamente mostrato la potenza del Signore confermandolo il Signore della vita e della morte. Nel contesto di amicizia esistente tra Gesù e Lazzaro l’iniziativa di Gesù di trarre l’Amico fuori dal sepolcro e restituirlo alla vita si riveste dei toni dell’amore che spiegano perché il Maestro abbia potuto dire: sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate”.

Senza amore, parole, gesti, motivazioni, tutto, rischia di acquistare un equivoco significato e di diventare motivo dei più dolorosi malintesi.

Mi fa bene pensare che non deve essere stato facile nemmeno per Gesù, districarsi in fedeltà tra il bisogno di aiutare un Amico e l’esigenza radicale della sua missione. Il risultato di questo equilibrio è inevitabilmente la croce! A Gesù è toccato di dover sacrificare l’Amico per mostrare di volergli davvero bene. Un paradosso!

C’è il rischio per noi di ingannarci sulle veritiere espressioni dell’amore quando lo rimpiazziamo con il possesso: allora le nostre relazioni umane, invece che avere il respiro della vita, degradano e si estinguono soffocate nella morsa di trappole di morte.

Bisogna allora che la nostra capacità di amare resti aperta a tutti, vada oltre i nostri tornaconti personali, perché il nostro modo di amarci rifletta sempre più il modo di amarci di Dio. È certo una consegna non facile da mettere in pratica ma questo è il fatto nuovo capace di stravolgere le nostre vite.

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”.

Scagliate come pietre, sono parole dure, scontrose quelle di Marta per Gesù. Un rimprovero, invece che il rispettoso e ospitale saluto, quando finalmente arriva, tardi, dagli amici a Betania. Sono parole, scusabili, di dolore e di risentimento, di delusione e di impotenza. Marta bene impersona tutti coloro a cui tocca fare esperienza, sgradevole, indesiderata e sconvolgente, di abbandono proprio nel momento del bisogno e che si sentono ancor più defraudati perché a tradire una fedeltà prevista, solida, confermata è proprio l’Amico insospettato! Marta è la creatura che dice a Dio il disagio, la stonatura, il dolore che si avvertono quando non riusciamo a penetrare le ragioni di Dio nella nostra vita. Anche Maria, la discepola per eccellenza, quella della “parte migliore” si esprimerà con le stesse identiche parole: conferma che la fede, pur importante, da sola non basta a far accettare certe situazioni che percepiamo di morte; o a non farci dire come alcuni dei Giudei: “Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse? Abbiamo bisogno di essere toccati dal Signore! Come è detto così intensamente in una frase solenne nel romanzo “Il Mulino del Po” di Bacchelli (vol. II):

“Tu sei Chi mostra quel che può quando noi non possiamo più nulla”.

Abbiamo bisogno di essere toccati dal Signore che mette alla prova, che mette in fuga le nostre illusioni, inquieta la nostra coscienza, scompone i nostri progetti, demolisce i nostri idoli, ci chiama per nome: Lazzaro, vieni fuori!”.

Lazzaro con la sua risurrezione è prova palese, luminosa della vita nuova che Gesù è venuto a riconsegnarci.

La vera festa cristiana è la Pasqua: il passaggio, l’uscita dalla schiavitù del paese d’Egitto, attraverso il deserto, e la liberazione dalla schiavitù del peccato, del male. La Pasqua comincia per ciascuno di noi con l’obbedienza a quel comando: “Vieni fuori!” , che sottolinea la necessità che usciamo dai nostri sepolcri, abbandoniamo le bende che ci tengono prigionieri, e i sudari che ci imbavagliano, i cofani che ci seppelliscono alla vita, i timori che ci confinano nelle nostre tombe.

Tutti siamo chiamati a nuova vita anche se questo non ci semplifica le cose perché la vita passa sempre attraverso una morte: sinonimo di lutto, dolore, separazione per chi rimane.

Come Lazzaro, l’Amico di Gesù, testimonia. E il mio lavoro di ostetrica mi conferma ogni volta che accompagno una nuova vita alla luce con gli strilli che fondono insieme e la gioia della madre e il disagio del neonato. 

Nell’originale libro sull’Amicizia, di Marco Garzonio, dove Lazzaro ripropone la sua storia personale e la sua amicizia con Gesù parlando in prima persona, le parole di introduzione terminano con il seguente augurio di cui indebitamente ma necessariamente mi approprio: “Cerchiamo di essere amici di Dio, allora riusciremo ad essere amici degli uomini. Impariamo a diventare amici degli uomini e cominceremo a diventare amici di Dio.”

Il nome Lazzaro significa: “Il Signore aiuta”. La sua vicenda interpella la nostra fede. “Io sono la risurrezione e la vita” ci dice Gesù. Chi crede in me anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?”

Coloro che erano venuti numerosi a consolare le sorelle del defunto hanno creduto in Gesù. E noi?

 

Maria Teresa Ronchi Comboniana

 

L'abbà Pierre: una vita per i poveri

 

Henri Grouès nasce a Limone il 5 agosto 1912, da una famiglia benestante. Nel 1931 entra nel convento dei cappuccini di Lione, dove sarò ordinato sacerdote nel 1938. Per motivi di salute l'anno successivo è costretto a lasciare la vita monastica e diventa vicario a Grenoble. Richiamato alle armi, si occuperà durante la guerra di orfani, impegnandosi anche nel far fuggire molti ebrei e polacchi che rischiavano di finire nei campi di concentramento. Una sera, arriva un fuggiasco, e notando che non aveva delle scarpe abbastanza robuste per attraversare le montagne, gli lasca i suoi scarponi e se ne torna a casa a piedi scalzi. È in questo periodo che gli viene dato il nome di abbé Pierre.

Dal 1949 al 1951 è deputato dell'Assemblea Costituente.

Nel novembre 1949 incontra Georges. Questo uomo aveva ucciso suo padre in un momento di follia. Dopo 20 anni di lavori forzati nella Guiana francese ritorna a Parigi alla ricerca di sua moglie e di sua figlia che non aveva ancora conosciuto... trova sua moglie accompagnata ad un altro uomo, altri bambini portano il suo nome, ma non sono suoi. La stessa unica sua figlia vedendolo invecchiato, alcolista, ammalato, non ne vuole sapere di lui, rifiuta di riconoscerlo come padre. Preso dalla disperazione, non gli resta che tentare di uccidersi. Non vi riesce. E a questa persona così mal ridotta, così disperata, l'Abbé Pierre trova la forza, quasi la follia di dire: "Georges, non ho nulla da darti. Ma tu, visto che sei libero poiché vuoi morire, prima di ritentare di suicidarti non potresti venire ad aiutarmi per costruire illegalmente case per i senza-tetto alla periferia di Parigi?". Georges diventa così il suo primo compagno degli “straccioni” di Emmaus; l'abbé Pierre non si limita a soccorrere i poveri, ma vuole ridare loro la dignità e un motivo per vivere; i valori della comunità sono: accoglienza senza condizioni, rispetto della dignità umana, riconoscimento delle capacità di ciascuno di diventare protagonista della sua vita e di occuparsi di se stesso col lavoro che consiste nel recuperare materiale usato, solidarietà e condivisione verso i più poveri. Un altro pilastro dell’opera dell’abbé Pierre è Lucie Coutaz, che lo affiancherà sin dall’inizio.

L’inverno del 1954 è molto rigido e ne fanno le spese i più poveri; il 31 gennaio muore sui marciapiedi di Parigi una donna sfrattata dalla sua casa. Il 1 febbraio l’abbé Pierre, dai microfoni di Radio Luxembourg lancia “l’insurrezione della bontà”: un appello a tutti i parigini, ma anche a governo di dare una risposta concreta e immediata a tale situazione: un afflusso ingente di persone che portano coperte, vestiti… permette di dare una prima risposta a chi rischia di morire di freddo sulla strada. Allo stesso tempo l’abbé Pierre fa pressione sul governo perché provveda alla costruzione di case popolari per dare alloggio alle migliaia di senzatetto della Francia del dopoguerra.

A circa 12 anni, rispose ad una signora, incontrata in treno, che gli aveva chiesto che cosa avrebbe fatto da grande: "Da grande sarò marinaio o missionario o brigante". E guardandosi indietro, con molta serenità l’abbé Pierre riconosce che il Signore gli ha concesso di realizzare tutte tre queste vocazioni: è stato infatti, cappellano della Marina alla fine della guerra; missionario attraverso le diverse Comunità Emmaus sparse nel mondo; ed infine, appunto, brigante, sia durante la resistenza falsificando documenti per poter far evadere polacchi ed ebrei ricercati dalla Gestapo, così come nell'immediato dopoguerra, costruendo case illegali per i senza-tetto di Parigi, all'epoca, ma non solo, alquanto numerosi. Violando, senza esitazione alcuna, le leggi quando queste sono incapaci di garantire a tutti – ai più sofferenti per primi! – il rispetto dei diritti fondamentali della persona umana. Perché le persone, è meglio che vivano illegalmente, piuttosto che muoiano legalmente.

 


Per approfondire:

ABBÉ PIERRE… Non basta essere buoni – a cura di Graziano Zoni, ed. EMI

FOGLIE SPARSE – Abbé Pierre, ed. Romena

 

www.fondation-abbe-pierre.fr/home_flash.html

www.raitre.rai.it/R3_popup_articolofoglia/0,6844,32%5E2424,00.html

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