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Marzo 2005

“Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno”
Non è uno slogan, ma il testamento di speranza che monsignor Oscar Romero diede al suo segretario quando le minacce di morte lo incalzavano da più parti! Sono già trascorsi 25 anni da quel 24 marzo 1980, giorno in cui un cecchino legato all'esercito del Salvador sparò e uccise il vescovo del popolo, mentre a messa consacrava il sangue di Gesù. Non possiamo ricordare quest'anniversario come una delle tante ricorrenze: sarebbe un “elegante tradimento”!
Vogliamo fare memoria di un pastore coraggioso, che si lasciò convertire dal dramma della sua gente, condividendone completamente la vita. Per il popolo non esiste il minor dubbio: lui è San Romero de las Américas e il suo sangue parla ancora ai giovani in cerca di Vita piena!

Abbiamo bisogno che la chiesa parli con i suoi martiri e scelga una volta per tutte la parte delle vittime, senza condizioni. Per molte gerarchie, invece, Oscar Romero è figura scomoda, vittima necessaria perchè tutto rimanga come prima.

Ti chiediamo, padre dei poveri, vescovo martire, di parlare alla tua e nostra chiesa: provocala, accompagnala in questo cammino di conversione fino alla Pasqua.

Già: il 24 marzo, quest'anno, sarà anche giovedì santo. Come non collegare la sua passione con quella di Gesù? Cosa significa per noi essere cristiani e mangiare la Pasqua, in un tempo di violenza che ci deve convertire ogni giorno?

Chiediti anche tu senza tante metafore: per chi e cosa vivi la tua passione più profonda?

La Pasqua è proprio così, il trionfo della Vita. Da una parte va preparata e dall'altra va accolta.

Giocati fino in fondo, allora: trova il tempo e i modi per far posto all'irruzione del Dio della Vita; che non ci capiti di rimanere bloccati sul Calvario mentre il Risorto ci aspetta con trepidazione nella “Galilea delle genti”, nelle periferie della storia di oggi, marzo 2005.

Buona conversione a tutti, senza esclusi.

p. Dario e fr. Claudio

 

 

Missione perché vivere è vedere la nuova creazione

Gv. 9,1-41

Veramente curioso Giovanni. Se vogliamo sintetizzare il messaggio generale di questo capitolo, due sono le cose fondamentali: un cieco dalla nascita acquista la capacità di vedere e presunti vedenti invece restano ciechi. Ciò che è importante in questo racconto per noi è cercare di identificarci con i vari personaggi e accettare, come il cieco, di essere processati quasi all’infinito. Credere è diventare un tutt’uno con questo cieco nato per fare la sua stessa esperienza di luce. Non credere è continuare ad essere tra quelli che vogliono restare ciechi perché presumono di non esserlo. Si dice spesso che la fede è cieca, facendo confusione con l’irrazionalità della creduloneria, ma qui in ballo c’è un cammino di illuminazione che ci fa uomini nuovi, nati dall’alto, (Gv. 3,3) dal Battesimo. Non per niente i Battezzati sono chiamati “illuminati” (cf. Eb. 6,4; 10,32).

Un aspetto che mi impressiona sempre di questo cieco è che non si stanca né perde mai la pazienza di lasciarsi sottoporre agli interrogatori dei suoi aguzzini, anzi, tipica ironia giovannea, è proprio attraverso tutti questi processi che arriva a vedere meglio. Senza la difesa nemmeno dei suoi genitori (cf. vv. 18-23) è ormai sulla strada della libertà e della pace della fede in Cristo. La conoscenza che egli ha di Gesù come “quell’uomo” (v. 11), diventa sempre più chiara e profonda nella prova: è un profeta (v. 17), è da Dio (v. 33), è il Figlio dell’uomo, è il Signore che vede e adora (vv. 35-38). Il cieco all’inizio ?non sa dove sia? (cf. v. 12) infine lo accoglie come quello che parla con lui per credere in lui e adorarlo (v. 37-38).

Proprio in questi giorni qui in ospedale è passato uno specialista in oculistica il quale ha trascorso dieci giorni quasi interamente in sala operatoria. Gli mandavamo i pazienti al mattino molto presto dove diagnosticava e decideva sul da farsi. Per ricordarsi li segnava tutti con delle X con pennarelli di diverso colore nella zona dell’occhio o sulla fronte a seconda di come dovesse operare. Era davvero impressionante vedere le lunghe code di gente in attesa fuori dalla sala operatoria dove l’oculista entrava alle 10 in punto per uscire nel tardo pomeriggio dopo avere esaurito tutti coloro che erano in attesa. Anch’io ne ho approfittato per mandare Kosma uno degli anziani catechisti della parrocchia che per più di trent’anni ha annunciato il Vangelo e portato al Battesimo migliaia di Catecumeni. Con l’età le cataratte gli impedivano di vedere bene e ultimamente doveva essere accompagnato da suo figlio minore che fedele lo portava a svolgere il suo lavoro ogni giorno. Appena operato dovette tenere gli occhi rigorosamente coperti per diversi giorni per impedire alla luce ora libera di entrare nei suoi occhi senza cataratte, di procurare più danni. Che grande gioia il rivederlo dopo qualche settimana poter camminare da solo e salutarmi da lontano. Nell’ultimo incontro dei catechisti ha raccontato a tutti noi come ai catecumeni spiega ripetutamente come è importante accettare un po’ di buio e di prova per poter ritornare a vedere la luce proprio come fa Cristo con il cieco nato.

Infatti è come se lo accecasse di più mettendogli il fango sugli occhi. Il cieco che accetta e si fida di Gesù che lo imbratta di fango e che lo manda a lavarsi a Siloe, cioè inviato (v. 7), è il segno della creazione nuova che Gesù opera in noi per essere inviati a portare la sua luce nel mondo. Il vedere che acquistiamo con la fede in Gesù è il dono di vedere il mondo e le persone come fratelli: è un guardare dalla posizione di Dio. È lo sguardo che ci spinge a coinvolgerci, a rischiare e a donare la nostra vita e per collaborare con Lui a trasformare il mondo di oggi e di sempre nel Suo Regno di giustizia e di pace.

Ma non dimentichiamoci che troveremo sempre polemiche: Gesù è colui che non osserva il sabato. L’impastare infatti è una delle trentanove opere vietate nel sabato dalla Mishnah. La tradizione rabbinica vietava in giorno di sabato anche di ungere gli occhi perché il male che li colpisce non porta alla morte e può essere guarito il giorno dopo. Il papa, al numero 46 della lettera enciclica Sollicitudo rei socialis parla per la prima volta di “strutture di peccato” da smascherare e combattere per ottenere una liberazione autentica delle persone. Sono le strutture economiche che mettono in ginocchio miliardi di persone, sono i sabati di sempre che non vogliono che la luce nuova del vangelo spenda sulla famiglia umana. E allora? Accetteremo la sfida di Gesù? Saremo disposti a superare tutte le prove per caparbiamente testimoniare la sua luce che è in noi? Basta accettare di proclamare e testimoniare fino in fondo ciò che lui ha fatto in noi. Forse con più gente che accetta di essere cieca e in bisogno della costante guarigione di Cristo riusciremo insieme a trovare la strada della giustizia e della pace proprio per evitare di confondere una cosa per un’altra come ci insegna questo racconto e liberarci dalle paure e dalle illusioni che ci rendono schiavi di noi stessi.

Vi era in Africa una città i cui abitanti erano tutti ciechi. Venne a passarvi un re con il suo esercito, e vi piantò le tende. Per fare pompa del suo prestigio, metteva in mostra un grosso e imponente elefante. Venne alla gente il desiderio di accostare quell’elefante, di conoscere quel mostro. E molti di quei ciechi si recarono dall’elefante, per rendersi conto, alla maniera degli orbi, della sua forma e figura. E non potendo vederlo con gli occhi, lo palparono con le mani. Chi gli toccò un membro e chi un altro, e così ognuno ne conobbe soltanto una parte. E ognuno se ne formò un’idea assurda, ognuno legò la sua mente a un’immagine fantastica. Quello a cui la mano era caduta sull’orecchio, interrogato dagli altri intorno all’elefante, disse: “È una forma paurosa, ruvida e larga come un tappeto”. Quello che con la mano aveva raggiunto la proboscide, disse: “L’ho conosciuto bene. È come un tubo vuoto, una cosa terribile, uno strumento di distruzione”. Colui infine che aveva toccato le massicce e formidabili gambe dell’elefante, disse: “Ha precisamente la forma di una colonna ben tornita”. Tutti avevano visto una sola parte e tutti avevano visto male. Così è degli uomini nei confronti di Dio e della realtà che li circonda. Si è sempre tentati dei vedere solo una parte e prenderla per il tutto. Non illudiamoci. L’illuminazione che Gesù ci dona è il nostro costante cammino di conversione di tutta la nostra vita per lasciare gradualmente che solo la sua luce illumini le nostre menti e i nostri cuori.

 

p. Damiano

 

 

“Se vengo ucciso, risorgerò nel mio popolo"

Oscar Arnulfo Romero Galdamez nasce il 15 agosto 1917 a Ciudad Barriosi, El Salvador, da una famiglia di contadini.

"Ognuno ha le sue radici. Io sono nato in una famiglia molto povera. Ho sofferto la fame, so cosa significa lavorare da bambino. Da quando entrai in seminario e iniziai i miei studi, fino a quando mi mandarono a Roma a finirli, passai anni e anni tra i libri, dimenticandomi delle mie origini. Mi costruii un altro mondo. Poi tornai in El Salvador e mi diedero l'incarico di segretario del vescovo di San Miguel. Ventitré anni di parroco lì, ancora immerso nelle carte. E quando mi portarono a San Salvador come vescovo ausiliare, caddi nelle mani dell'Opus Dei e lì rimasi... Poi mi mandarono a Santiago de Maria e lì mi scontrai di nuovo con la miseria: con quei bambini che morivano solo per l'acqua che bevevano, con quei contadini che faticavano duramente per ore e ore... Sa, il carbone che è stato bragia, un piccolo soffio e prende fuoco! E non fu roba da poco quello che successe quando arrivò all'arcivescovado Padre Grande. Lei sa quanto io lo stimassi. Quando io vidi Rutilio morto pensai: se lo hanno ammazzato per quello che faceva, tocca a me camminare per la sua stessa strada... Cambiai, sì, però fu anche un ritorno."

Nel febbraio 1977 è nominato arcivescovo di San Salvador, cosa molto gradita a tutti i quadri del potere costituito.Un mese dopo, cadde sotto le raffiche delle armi padre Rutilio. Il presidente Molina, ritenendo di fargli cosa gradita, gli annunziò per primo l'avvenuta esecuzione di padre Rutilio. Gli si aprirono allora gli occhi e le orecchie e intuì tutta la portata delle parole dell'Esodo: “Ho osservato la miseria del mio popolo... ho udito il suo grido... e sono sceso per liberarlo”.

Seguono tre anni di lotta in difesa del “suo popolo”. Una lotta che parte dal suo incontro con Cristo e la Parola e lo mettono sulle strade del suo paese per far vincere la vita, di tutti, ma specialmente dei più poveri

Un mese prima della sua morte, sul quaderno degli esercizi spirituali, annotò: "Il nunzio di Costa Rica mi ha messo in guardia da un pericolo imminente proprio in questa settimana... Le circostanze impreviste si affronteranno con la grazia di Dio. Gesù Cristo aiutò i martiri e, se ce ne sarà bisogno, lo sentirò molto vicino quando gli affiderò il mio ultimo respiro. Ma, più dell'ultimo istante di vita, conta dargli tutta la vita e vivere per lui... Accetto con fede la mia morte per quanto difficile essa sia. Né voglio darle un'intenzione, come vorrei, per la pace del mio paese e per la crescita della nostra chiesa... Perché il cuore di Cristo saprà darle il destino che vuole… In lui è la mia vita e la mia morte… In lui ho riposto la mia fiducia, e non resterò confuso, e altri proseguiranno con più saggezza e santità il lavoro per la chiesa e per la patria".

Viene ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebra l’eucaristia. Pochi giorni prima aveva invitato i militari all’obbiezione di coscienza, un gesto intollerabile per la dittatura militare.

"...Vorrei fare un appello speciale agli uomini dell’esercito, in concreto alla base della Guardia Nazionale, della polizia, delle caserme. Fratelli, siete del nostro stesso popolo, perché uccidete i vostri fratelli campesinos? Davanti all’ordine di uccidere deve prevalere la legge di Dio che dice: non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine che va contro la legge di Dio. Una legge immorale non ha l’obbligo di essere osservata. È tempo di recuperare la vostra coscienza e di obbedire prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la Legge di Dio, la dignità umana, la persona, non può restare silenziosa davanti a tanta ignominia. Vogliamo che il Governo comprenda che non contano niente le riforme, se sono tinte di sangue. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più clamorosi, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!".

 

Per saperne di più:

Ettore Masina, L'arcivescovo deve morire: Oscar Romero e il suo popolo, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1996.

Il film: Romero, diretto da John Duigan,

www.manitese.it/mensile/500/romero.htm

 

 

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