giovaniemissione.it

Dicembre 2004

Urlare o tacere?
Vorremmo parlarti in silenzio.
Troppo rumore, in questo mese di luci e consumi  (fatti silenzio attorno, semplifica la tua vita prima che soffochi).
Vorremmo parlarti in silenzio, ma non possiamo perché la storia urla e ancora ci prepariamo ad accogliere il Bambino, ogni bambino, in scenari in cui la vita sembra faccia fatica a fiorire.
La parabola dice che, per fiorire, il seme non può soffocare tra le spine; in questi mesi sono cresciute, le spine, e il grande palco della politica e dell’economia dei potenti si appoggia su di esse.


Tre ‘P’ sono i mattoni di questa casa fondata sulla sabbia: paura, potere e propaganda.
Per paura continuiamo a combattere e a dividere, poche elite di potere sembrano ormai essersi impadronite della storia, la loro propaganda ci conserva tutti sazi ed ingannati.
E tu, giovane, dove sei? Da che parte stai?
Corri dietro agli incastri sempre più assurdi della macchina universitaria preparata per te, saltelli nella precarietà di un futuro che disorienta il tuo presente, il tuo lavoro, il tuo impegno…
Ti agiti perché sogni un mondo diverso possibile ma la vita di ogni giorno e le tue stesse scelte ti contraddicono… oppure non trovi con chi e come tessere relazioni nuove, feconde, vere.
Ti viene incontro questo mese di dicembre e il giorno 10 ti verrà chiesto se ha senso parlare di Diritti Umani Universali, se ne abbiamo il permesso noi, popolo italiano che ammassa in prigioni chiamate CPT persone di cui nemmeno ha potuto verificare bene la provenienza… Certo, “non sta bene” che in un paese civile ci siano questi lager, e così proponiamo di costruirne in Libia o Slovenia…
Ti viene incontro questo mese di dicembre a chiederti dove troverà casa Gesù, quali comunità saranno capaci di accoglierlo, come potrà la nostra chiesa “nascere di nuovo” insieme a lui.
Nel nostro itinerario G.I.M. (www.giovaniemissione.it ) stiamo camminando con la comunità del Vangelo di Giovanni: nella storia contaminata dal potere violento e dalla religione ufficiale al suo servizio, un comunità cristiana r…esiste e vuole aprire percorsi di vita piena.
Forse questo cammino può aiutarti, offrirti il silenzio che ti serve per trovare il coraggio della Parola e dell’azione insieme ai poveri.
Ti offriamo l’occasione delle convivenze di fine anno: troverai altri giovani che come te cercano vita, vita in abbondanza. Accetti la sfida? Contattaci ai recapiti della pagina seguente!

p. Dario e fr. Claudio

Missione perché fiorisca la vita

Gv 4,46-54

Chissà se, coi tempi che corrono in Italia, un titolo del genere farebbe ancora notizia? Personalmente trovo che, anche cosi, la storia della guarigione di un bimbo operata a distanza con una parola, ha in sé tratti abbastanza insoliti per far andare il caffè di traverso a chiunque la leggesse, a colazione, sul giornale di domani. E sia abbastanza sorprendente da risvegliare il senso critico di qualcuno e la curiosità o le speranze dei più. Certo è che ai tempi di Gesù andò diversamente. Vediamo.

Il brano in questione del Vangelo di Giovanni si apre con Gesù che dalla Giudea ritorna in Galilea e precisamente a Cana, dopo il breve soggiorno in Samaria. Motivo del ritorno è il fatto che, a Gerusalemme, Gesù Non era stato accolto nonostante avesse operato numerosi segni.

Al contrario dei Gerosolimitani, i Galilei onorano Gesù, lo accolgono con simpatia, lo considerano un operatore di prodigi straordinari. E a Cana di Galilea Gesù è raggiunto da un funzionario al servizio di Erode Antipa. Quasi certamente “pagano”, quest’uomo, alle cui orecchie è giunta l’eco dei segni operati da Gesù a Gerusalemme, è prima di tutto un padre in ansia per la sorte del figlio malato mortalmente. È, dunque, un uomo che spera oltre ogni ragionevole speranza. Il suo viaggio, da Cafarnao a Cana, è faticoso perché in salita e lungo e disagiato perché per coprire la distanza di 26 Km. tra queste due località è necessario più di un giorno. Nella preghiera che rivolge a Gesù c’è una fede in germe nel potere taumaturgico del Maestro, ma egli ritiene che per la guarigione del figlio sia necessaria la presenza fisica di Gesù; per questo gli chiede di scendere con lui a Cafarnao.

Nel suo monito, quasi scortese, Gesù mette il suo interlocutore all’erta del pericolo di una fede superficiale: “Se non vedete segni e prodigi, non credete!” (Gv 4,48). Giovanni ci suggerisce, qui, che la fede autentica può fondarsi sui segni, ma deve però trascenderli per basarsi solo sulla Parola di Gesù Come altri protagonisti, altrove nei Vangeli, anche questo non disarma di fronte all’ammonimento del Maestro, anzi lo registra in modo salutare. Crede alla Parola di Gesù che gli assicura che il figlio vive e per guarirlo non ha bisogno di vederlo o di toccarlo, può ridargli la vita anche a distanza.

Il funzionario “pagano” presta fede. Il ritorno da Cana a Cafarnao è in discesa, perché Cana è situata in una regione collinosa e Cafarnao si trova sul lago. Durante questo viaggio i servi del funzionario vanno incontro al loro padrone per confermargli la guarigione del Figlio.

Nell’apprendere che il figlio è guarito nell’ora nella quale Gesù Gli aveva parlato, il funzionario crede con tutta la sua famiglia, diviene cioè discepolo di Gesù con tutta la sua casa. Una dolorosa storia a lieto fine! Meno male. Che bello se fosse così, sempre, anche per noi! Ma allora dove sta il trucco?

Cosa ha da dirmi questa Parola?

In antitesi con i Giudei che non credono alla parola di Gesù e a differenza dei discepoli che credono alla parola di Gesù solo dopo la risurrezione, il funzionario crede prontamente alla parola e diventa il modello della fede dei discepoli. Di tutti i tempi. Il nocciolo della questione è questa sua fede straordinaria: una fede che non si basa su nessuna garanzia umana, ma solo sulla parola di Gesù che dona la vita, la salute, la gioia, la felicità. Parole?

Tu che leggi: dove stai di casa con la tua fede? Conosci Gesù abbastanza da poterti fidare soltanto sulla sua Parola?

A Giovanni in questa storia è piaciuto mettere in luce il vertice dei tre tipi di fede possibili nell’umanità: quella dei Giudei fondata sui segni, quella dei Samaritani scismatici e considerati eretici e quella dei Pagani. I primi, presenti ai segni che Gesù ha operato a Gerusalemme vedono in questo maestro venuto da Dio un semplice taumaturgo ma davanti alla rivelazione della persona del Figlio di Dio, si rifiutano di credere e non accettano la testimonianza dell’Unigenito del Padre. I Samaritani iniziano a credere perché si fondano sulla parola della loro concittadina che ha dialogato con Gesù il quale le ha mostrato di conoscere i segreti della sua vita privata. Tuttavia giungeranno ad una fede profonda fondata sulla Parola di Gesù. Poi, c’è la fede di questo funzionario pagano che ci è dato come modello di fede perfetta: in questo padre angosciato per la sorte del figlio ci è dato un testimone che rappresenta una condanna eloquente della fede superficiale e bisognosa di segni e ci viene rammentato che sono beati quanti credono in Gesù senza aver visto prodigi.

Come mi difendo da una società che predilige e impalma profeti di sapere e culture non importa quanto vuote e devianti?

Gesù libera un bambino dalla morte e un padre dall’angoscia di perdere il figlio. L’onnipotenza di Gesù non è limitata da nessun ostacolo, da nessuna potenza avversa. Ora, questo potere di Gesù non è circoscritto al tempo nel quale egli visse sulla terra. Ancor oggi Gesù può Salvare chi a lui ricorre con fiducia, non v’è situazione difficile e disperata, fosse anche la morte, dalla quale Gesù non ci possa liberare, Egli continua a intercedere per noi per essere la causa della nostra felicità vera. Posso crederlo? La condizione indispensabile per rendere operante la potenza divina di Gesù è una fiducia illimitata e incondizionata nella sua bontà, nella sua misericordia, nella sua onnipotenza.

Conosco questa estrema confidenza in Gesù? Ho mai provato a rischiare qualcosa sulla Sua Parola?

Sono ostetrica. In Africa. In Uganda, in Karamoja dove lavoro, ho modo di incontrare molte mamme in attesa. Nei giorni di visita prenatale vengono a frotte dai villaggi per i consueti controlli in gravidanza. In attesa del proprio turno si siedono in fila all’aperto sotto la veranda del reparto di maternità. Le osservo: tante pance apparentemente tutte uguali eppure quante storie (d’amore?) diverse!

Chiacchierano, ridono, se la contano, lavorano, sgranano noccioline, si aggiornano sugli ultimi avvenimenti, qualcuna che non sta bene o con qualche preoccupazione è magari più taciturna. Il tempo qui, è una realtà Da godere, non una causa di assillo.

Per scaramanzia non preparano a tempo “il corredino” e quando è il momento vengono a partorire a mani vuote. Non resisto e immancabilmente, pongo la stessa domanda mentre all’esame sotto le mie agili dita sento i movimenti dei loro piccoli in grembo: “Safinah, ma com’è possibile che tu non abbia portato nemmeno un lenzuolino per questo bimbo che sta per nascere? Non dirmi che non sai che c’è un bimbo qui con tutti i calci e il dolore che ti dà!?!? “Sister, tu hai ragione ma se io preparo prima il corredino porta male e poi come faccio a sapere che è davvero un bimbo? Ancora non l’ho visto!!!

Quante volte nella vita andiamo in cerca di segni per credere ?!... Soprattutto nelle scelte decisive della nostra esistenza.... Eppure, per chi si dice cristiano la Parola di Gesù dovrebbe bastare per le decisioni importanti come anche per le ordinarie scelte quotidiane.

Il funzionario “pagano” è lì a ricordarci che professare la propria fede non è dilettarsi di parole, né apporre la propria firma in calce a una dichiarazione di principio. Una sola cosa è importante: un’esperienza vissuta e autentica. Lui Dio l’ha incontrato. Ma incontrare Dio significa anche rinunciare continuamente all’idea personale che ce ne facciamo, testimoniarlo significa rompere con coraggio il silenzio e spezzare i luoghi comuni e le frasi fatte. Questo Gesù Signore della vita e della morte è ancora vivo per mostrare concretamente a ciascuno di noi che egli può donare vita!

Sr. Maria Teresa Ronchi

Rachel Corrie

www.rachelcorrie.org

www.traduttoriperlapace.org

www.palsolidarity.org

Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana. Rachel tentava di evitare che la ruspa demolisse l'abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza.

Nelle sue ultime lettere racconta ai familiari la Palestina che ha conosciuto.

20 febbraio 2003

Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei beveroni al limone buonissimi. (…)

27 febbraio 2003
(alla madre)

Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l'aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l'accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine.

Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po' violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch'io. (…)

Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo è il vasto mondo e sto arrivando!" Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.

«... sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell'essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili - anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo.»

Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila
(Traduttori per la Pace) 
 

 

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