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Politica, Giovani ed Europa

Sabato 19 gennaio scorso, presso il Castello dei Comboniani a Venegono Superiore, si è tenuto il quarto incontro, aperto al pubblico, nell’ambito del percorso tematico “Scelte di Vita”.

Sabato 19 gennaio scorso, presso il Castello dei Comboniani a Venegono Superiore, si è tenuto il quarto incontro, aperto al pubblico, nell’ambito del percorso tematico “Scelte di Vita”.   La serata è iniziata facendo memoria di Giulio Regeni e di Antonio Megalizzi, due giovani italiani che credevano nell’Europa, e ha avuto due protagoniste: l’ex ministro e attualmente europarlamentare (unica di origine africana) Cécile Kyenge, e la studentessa di Scienze Politiche Anna Zambon, giovane promessa della politica facente parte del consiglio comunale di Gallarate (VA). Si pone dunque un’ottima premessa per affrontare la tematica da una prospettiva generazionale vivamente differenziata. Se, infatti, le due protagoniste sono accomunate dalla scelta di fare la Politica con la “P” maiuscola e dal pensiero secondo cui la buona politica trovi in Serietà, Competenza e Determinazione la chiave per il servizio al cittadino e alla pace, la realtà storica del loro impegno politico mostra necessariamente delle differenze. Anna vive il proprio ruolo di consigliera comunale come riconoscimento attivo dei valori civili che la sua città le ha sempre trasmesso; d’altro canto, Cécile mette a disposizione la ricchezza della propria esperienza di ministro prima, e di europarlamentare poi, non tanto per inseguire un sogno personale, quanto piuttosto per dar voce ai tanti tenuti ingiustamente nel silenzio.  

 Il confronto generazionale della buona politica è stato moderato da fratel Antonio, comboniano, che ha dato prima la parola ad Anna, chiedendole di argomentare a proposito del rapporto trai i Giovani e l’Europa. Nelle parole di Anna scopriamo che la generazione erasmus praticamente non esiste: infatti solamente l'1-2% dei giovani ha aderito a questo progetto. Le motivazioni di questo insuccesso trovano origine sia nella questione economica, sia nello scarso interesse veicolato dal mondo scolastico. I giovani e, più in generale, i più piccoli, conoscono in maniera insufficiente l'Europa, le sue istituzioni e le opportunità che essa può dare. I giovani chiedono all'Europa di soddisfare il loro desiderio di conoscerla e di avere una voce giuridica forte, nonché una potenza legislativa che possa creare un sistema virtuoso di integrazione di ciò che ogni cultura porta al bene comune.  

Quando la parola passa a Cécile il discorso si addensa di un’esperienza umana non solo politica, ma soprattutto di emancipazione e arricchimento culturale. Attraverso il suo discorso sull'attuale situazione europea individuiamo il punto cruciale della crisi che sta attraversando l’Europa: la mancanza di fare memoria, sia dei drammi che dei riscatti, e di ricordare le motivazioni che hanno portato al progetto culturale e politico dell'Unione Europea. A tale proposito ha ricordato che sono in pochi a conoscere il Manifesto di Ventotene, e chi lo ha scritto, e ancor meno numerosi sono coloro che ricordano Louise Weiss e il suo discorso nella prima seduta del Parlamento Europeo nel 1979.

  Un curioso episodio raccontato da Cécile riguarda la sua visita ad una scuola elementare, dove una bambina le chiese il motivo per cui lei, non nata in Europa, se ne sia così tanto innamorata; la risposta fu tanto semplice quanto immediata: “Io sono profondamente innamorata dell’Europa poiché essa è il più bel progetto al mondo che sia mai esistito: ha saputo superare le divisioni, le barriere, le guerre e creare una comunità di pace ”. Allarmante si pone dunque la constatazione del momento storico che sta attualmente vivendo la società europea : un individualismo che sposta il proprio limite sempre più nella visione politica e nelle relazioni umane sta inducendo a una deriva di opposizione ad accoglienza e integrazione. Provvidenziale, quindi, s'inserisce la citazione di papa Francesco nel richiamare la Comunità a una “Rivoluzione di Fratellanza”, cardine quanto mai solido su cui gli Stati debbano imperniare una politica di approccio inclusivo.  

Proprio dall’esperienza politica di Cécile emerge lo spessore umanitario dell’operazione “Mare Nostrum”, che si è posta alla base della politica europea di Recupero e Salvataggio: una valida rampa di lancio verso politiche future che si sono invece rilevate avverse e controproducenti. E’ stato, infatti, il rifiuto da parte di Stati membri allo sviluppo di tali politiche ad aver indotto le ONG a scendere in campo quali unici Enti in grado di riempire il vuoto lasciato da un’Europa sempre più sorda al problema. Arriverà un giorno in cui ogni Stato si assumerà le proprie responsabilità rendendo, quindi, superfluo l’intervento delle ONG, e promuovendo una politica di accoglienza ed equa ripartizione dei migranti? E’, questa, una delle tante questioni aperte che le due partecipanti propongono al pubblico nella seconda parte dell’incontro, quella dedicata alle domande libere.  

Ecco allora che si presenta l’elemento necessario alla buona riuscita di una serata pensante: l’attenzione di un pubblico impegnato e vivo, in cui palpitano le preoccupazioni del drammatico presente. Tra queste evidenzierei: “Perché l’Europa non ha una voce istituzionale che, ispirandosi ai valori e alle leggi fondamentali, sappia dire qualcosa di importante, di utile nelle situazioni in cui ci troviamo? Perché l’Europa non ha una voce sola?” La motivazione, poco rassicurante, ma tanto chiara quanto vera, è che non esiste un progetto politico unitario, così come non esiste una cooperazione tra gli Stati; di unitario, per ora, esiste solo la moneta. I commissari non possono parlare politicamente con una sola voce poiché questa non esiste. In questo momento bisognerebbe lavorare verso l’integrazione politica tra i vari Stati, in modo da poter creare uno Stato Federale con 500milioni di abitanti; in questo modo l’Europa potrebbe diventare una vera forza e una potenza a livello mondiale. Per questo motivo al Parlamento Europeo è in via di elaborazione la proposta di arrivare ad avere una maggioranza qualificata su determinati temi, per poter sbloccare gli stalli.  

Da un pubblico preparato e attento è stata in seguito posta una domanda che, di primo acchito, può sembrare inerente al solo legame di cronaca personaggio-evento: “Ci può parlare, per favore, del caso Calderoli?”. Cécile ha però stravolto tale approccio esordendo così: “Ci tengo a parlarne poiché questo caso porta un messaggio di speranza”. È a queste semplici parole che l’uditore si fa attento. E lei spiega come non si aspettasse, quale immediata conseguenza dell'elezione a ministro, una così grande ondata di razzismo e, soprattutto, non dal vice presidente del Senato. In seguito alle parole di costui, l'ondata si è poi fatta vera e propria ”mareggiata” in una società che ha iniziato a usare il razzismo come valvola di sfogo. Il caso giuridico che ne è conseguito ha così rivestito un importante ruolo sociale di sensibilizzazione a riguardo, ma Cécile ci tiene anche ad aggiungere che in tribunale ci siano centinaia di casi riguardanti insulti razzisti: questo per evidenziare che, di fronte a una politica distratta, le cose vadano cambiate per via giuridica. Cécile si è, così, costituita parte civile per tutti quei processi in cui sono coinvolti leader politici o persone con cariche istituzionali. È il peso delle parole, dunque,il motore di un impegno straordinario che si rende oltremodo necessario quando queste arrivano a rovinare le persone.  

Per sottolineare questo aspetto ci ha informato che all'interno del parlamento europeo è stato creato un intergruppo nominato “Anti-Razism and Diversity Intergroup” (ARDI), che ha fatto passare un regolamento interno in cui afferma che nessuno, nell’aula del Parlamento, si possa alzare e tenere un discorso razzista, pena l’esclusione dall’aula e una sanzione economica. A coronamento di una serata Pensante, con la “P” maiuscola, si è infine tenuta una meritata cena condivisa, organizzata dai partecipanti, nella splendida cornice del Castello.

Eliana e Andrea

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