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Casa della CARITA' - Milano, 26 settembre

Don Massimo e Beppe. Accolgono i Rom

 

 CASA DELLA CARITA'

Milano

Alla periferia di Milano, lontano dal centro, dalla frenesia e dalle attrattive turistiche, ha sede la Casa della Carità, un luogo che nasce per dare spazio e dignità a tutti coloro che sono emarginati e in difficoltà. 

Un luogo di speranza che grazie all'impegno ed alla determinazione di chi ci lavora, continua a costituire un punto di riferimento per molte persone. 

 

La Carovana della Pace 2008 ha occasione di fare tappa anche qui, in particolare ci mettiamo all'ascolto di Beppe e don Massimo, che offrono servizio alla Casa della Carità, da quando è stata aperta. 


È un lavoro di accoglienza, soprattutto dei Rom, sia in casa che nei campi nomadi sul Comune di Milano.
Don Massimo ci racconta della giornata di ieri: è morto un ragazzo carbonizzato all’ex area Falck, per colpa di una candela. L’evento è stato l’ennesimo stimolo x fare una riflessione sull’accaduto. L’area Falck è molto grossa, dismessa, sta per essere riqualificata. Sorgerà un complesso residenziale molto grande, ma nel frattempo l’area è diventata casa per diversi gruppi: gli albanesi prima, i marocchini poi, i rumeni ora. Condizioni igienico-sanitarie disastrose, un solo rubinetto per 400 persone. Sono in città ma sono dentro le mura dell’area, per entrarci si passa attraverso un buco nel muro. Finora nessuno ha fatto nulla, si è fatto finta che non esistessero, ignorando che la condizione fosse un problema per loro e per i residenti nella zona. Ogni tanto, per propaganda politica, qualcosa si muove, nella misura di uno sgombero che non ha mai risolto nulla.
L’area Falck è grande come tutto Sesto San Giovanni, per cui uno sgombero vuol dire semplicemente spostare il problema in un’altra zona.
Don Massimo, paragonando questo campo ad altre realtà emarginate anche del sud del mondo, dice che “un posto triste così non l’ho mai visto”. Perché è dentro Milano, appena fuori c’è la metropolitana e i negozi. Ma in questi anni sono morte diverse persone, c’è da fare qualcosa, perché finora nessuno se n’è mai occupato.
Ci racconta dell’incontro con i familiari del ragazzo morto, avvenuto ieri mattina. Una casa diroccata, i fratelli in lacrime, topi e degrado. Ma nessuno delle Istituzioni, nessuna realtà di volontariato o parrocchiani erano già presenti sul posto. Don Massimo ha subito attivato alcuni volontari della Parrocchia vicina in modo da poter celebrare un funerale curato e partecipato.  
Poi si è interrogato, e ora lo fa con noi, sulla realtà di Milano, su come affronta la questione la città che ospiterà l’Expo nel 2015. Il Comune non ha mai preso in mano la situazione studiando dei percorsi di accoglienza che permettano poi un’autonomia e un’integrazione.
La Casa della Carità si è attivata “portandosi in casa” gli sfollati, anche costruendo una piccola casetta in più in cui poter ospitare.
Studio di percorsi per l’infanzia, per gli adulti uomini con inserimento lavorativo e per le donne, cercando di seguire in modo particolare quelle in gravidanza. Hanno cercato di capire cosa vuol dire, anche insieme a medici e consultori, proteggere il valore della vita
Per poter andare avanti a ospitare hanno trovato altre case da affittare in cui poi far vivere le famiglie Rom. Anche il Comune di Bologna ha fatto un’iniziativa simile, affittando, a nome del Comune, case e alloggi per le famiglie. Questo tipo di soluzione ha permesso un risparmio di 5 volte la spesa sostenuta dalla Casa della Carità a Milano.
Ma c’è nel Comune di Milano la stessa volontà di risolvere il problema? Forse è più comodo tenerlo vivo per non perdere il ritorno che si ha a livello di mezzi di informazione e opinione pubblica. Non bisogna dimenticare che i Rom rendono a livello politico.

Un’altra strada percorsa è quella del Villaggio Solidal: far nascere nell’area intorno a Milano dei luoghi di accoglienza temporanea per famiglie di stranieri e italiani che hanno bisogno di accoglienza e di sostegno temporaneo (un anno e mezzo, due) con l’obiettivo di ridare autonomia. Il Villaggio Solidal ha anche spazi per la città: sale ricreative, luoghi di aggregazione come sale prova per la musica. In questo modo non si crea un villaggio ghetto ma c’è anche la possibilità di incontrarsi.
Il progetto è stato approvato dal Comune ma poi ha incontrato ostacoli nei comuni limitrofi. Sono seguite assemblee con la cittadinanza, per capire quali fossero le esigenze di tutti. Dopo un anno è stata firmata un’intesa dalla Casa della Carità, dalle parrocchie, da associazioni di volontariato e dalla maggior parte dei comuni, eccetto Cologno Monzese e Cernusco s/n. Poi è arrivato l’ostruzionismo della Regione. La Provincia prova lo stesso a finanziare, ma per motivi burocratici sarebbe stato troppo lungo, per cui viene incaricata la Casa della Carità di seguire tutta la costruzione. Il Comune di Cologno si tira fuori e lascia intendere, con il suo comportamento, che il “problema” Rom è un’opportunità politica da strumentalizzare.

Beppe – La peculiarità dell’accoglienza dei Rom è che si tratta prevalentemente con famiglie, anche molto numerose. La Casa della Carità è strutturata per l’accoglienza temporanea di singoli, per cui ha dovuto riorganizzarsi per affrontare la nuova situazione. Inizialmente è stato più confusionario, ma poi la presenza dei rom, soprattutto dei bambini, ha reso molto più viva la dimensione di CASA. In alcuni momenti si sono create delle situazioni di accoglienza in emergenza, con brandine sparse un po’ in ogni dove. Successivamente è stata costruita la piccola casetta dietro l’edificio principale perché si è capito che si sarebbe ricreata facilmente una situazione di “emergenza”. Qui l’integrazione è possibile, l’ambiente è molto confortevole e permette anche di avere una buona opinione dai cittadini comuni. 
L’idea di accoglienza è quella di un accompagnamento ad un’autonomia possibile. Arrivano diversi tipi di persone: tossicodipendenti, minori non accompagnati, famiglie e altro. Situazioni spesso già viste dai servizi sociali e non prese in carico. 
Nonostante il Tribunale dei Minori di Milano lavori bene, spesso capita di dover accogliere minori che non trovano risposta neanche dal Pronto Intervento Minori, servizio offerto dal Comune. 
Non sempre è possibile concludere l’accoglienza nei 6 mesi che la Casa della Carità si era prefissata, soprattutto a causa degli ostacoli nel sistemare le procedure burocratiche per il rilascio del permesso di soggiorno e delle difficoltà nel trovare contratti di lavoro più stabili. 
Beppe, che è avvocato, ci spiega che spesso deve intervenire per uscire da lungaggini burocratiche causate da perdite dei documenti, o per riuscire a sostenere in Questura la validità di ricevute di documenti importanti fatte sulla carta del salumiere. 
L’altra attenzione, concretizzata nel progetto Residenza affettiva, è alle relazioni, al grosso bisogno di dialogo e compagnia che emerge velocemente dagli ospiti della Casa. L’incontro con le loro storie permette di superare, nella maggior parte dei casi, quel senso di paura e di insicurezza che sembra predominare nelle nostre città. Purtroppo molto spesso i tempi per i permessi di soggiorno o per i nulla osta all’attività lavorativa sono troppo lunghi e portano inevitabilmente i richiedenti a cercare altre soluzioni illegali per poter sopravvivere.

Domanda di Matteo: Qual è la risposta del quartiere che vede il vostro lavoro? È cambiato l’approccio che hanno rispetto agli ospiti?
Beppe: Vedrai molti anziani che giocano coi bambini all’interno del cortile della Casa della Carità. Non sono sicuro che lo stesso clima si crei quando le stesse persone escono per strada. Molti volontari del quartiere vengono qui per iniziative varie, dalla scuola di ballo all’insegnamento dell’italiano. Capita però anche che se nel quartiere succede qualche fatterello di cronaca qualcuno viene subito a chieder conto agli ospiti della Casa.

Domanda del seminarista saveriano: Come prete, quanto tempo rimane per il rapporto con la gente? E poi, si riesce a coinvolgere le persone in progetti più grandi, a farli partecipare anche ai momenti di vita più “liturgica”?
Don Massimo: All’inizio riuscivo di più a “stare” con la gente. Ora devo dedicare molto tempo anche ai rapporti istituzionali, che spesso sono difficili ma sono essenziali per affrontare la situazione e sono anche il modo migliore per rendere concreto e attuabile il Vangelo. Il rapporto con la gente lo vivi anche nelle assemblee dei cittadini, nelle conferenze in cui vai a parlare dei Rom e vai ad ascoltare le esigenze dei cittadini. Anche quella è relazione con la gente. E spesso questo rapporto ti sorprende. Il rapporto con la Chiesa a volte è contraddittorio, ti piacerebbe si schierasse di più e a volte ti fa soffrire.

Don Massimo sottolinea che il suo modo di operare è di stare in mezzo, di vivere le situazioni, anche quelle dello sgombero. Stare in mezzo vuol dire anche andare nelle parrocchie e affrontare temi concreti, costasse anche far nascere dibattiti inferociti e prendere spesso bastonate. Stare in mezzo vuol dire stare tra l’ideale che vorresti e il reale in cui vivi, confrontare il tuo modo di vivere la fede con le piaghe della storia in cui sei. E il sollievo viene anche dal potersi confrontare con gli altri operatori che condividono lo stesso sentire.

Domanda di Sr. Betty: Come nasce il desiderio di spenderti per questo tipo di situazioni?
Don Massimo: respiravo l’aria della solidarietà già in casa, poi ho vissuto i primi anni da prete incontrando don Virginio Colmegna e respirando un’aria diversa. 
Beppe: anche io ho sempre avuto una famiglia molto aperta, con tante sorelle e anche tante sorelle in affido. Per cui sono abituato all’accoglienza, poi ho studiato legge, che vedevo come l’antitesi dell’accoglienza. Poi l’esperienza del Servizio Civile mi ha cambiato, ho conosciuto molte persone e ho capito che i miei studi, che mi sembravano così aridi, potevano essere utilizzati proprio per accogliere, per permettere che venisse fatto legalmente. Sono una di quelle persone che alla mattina si alza e dice ”Che figata, vado a lavorare”. Di certo sono stati importanti gli incontri che ho fatto, soprattutto con Don Massimo, con cui posso condividere anche un cammino di fede. 

Domanda di Michele: Cosa fate?
Don Massimo: Accoglienza di uomini, donne e bambini. Lo scibile umano delle sfighe.
- Ambulatorio
- Ambulatorio di Salute mentale/psichiatria
- Servizio legale, collaborando anche con “Avvocati x niente”
- Accompagnamento all’inserimento lavorativo
- Cooperative di servizi per offrire possibilità lavorative
- Associazione per trovare alloggi
- Associazione con attenzione alla mondialità, organizza viaggi 
- Progetto di accoglienza sui Rom
- Accoglienza delle donne-infanzia
- Accademia: collaborazioni con le Università. Corsi sugli stranieri, sugli aspetti legali e sanitari dell’accoglienza agli stranieri. Raccolta di dati da fornire alla facoltà di Sociologia per studi, di cui vorremmo godere e lo facciamo con protocolli e intese. 
- Servizio al quartiere, incontri di Don Virginio e don Massimo.
- Ufficio Stampa
- Rapporti con le Istituzioni
- Gestione di campi esterni alla Casa della Carità
- Comunità Sostare che guarda prevalentemente alle storie di disagio psichico. 

- Rapporti con tutte le altre realtà di volontariato per lavorare in rete


Ebbene, questa è la Casa della Carità raccontata attraverso le voci di chi crede in questo progetto ed è consapevole dell'importanza di dare una speranza in più ai troppi volti emarginati.

Per avere maggiori informazioni sulla storia di questa struttura ma soprattutto sulle persone che vivono in essa, rimandiamo al sito della stessa.

 

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