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Bevera (Lc), 28 settembre - Incontro con Michele e Anna, lavoratori in due agenzie interinali.

 
28 settembre 2008 - Incontro con Michele e Anna, lavoratori in due agenzie interinali.

Michele ci illustra i risultati di un’analisi fatta dalla sua società che ha voluto indagare i rapporti tra l’immigrazione e il lavoro in Italia. I dati spiegano che nell’anno scorso quasi il 50% di assunzioni ha visto come protagonisti cittadini stranieri, per un totale di circa 201.000 nuovi lavoratori sul mercato italiano. Gli stranieri presenti legalmente sul territorio italiano sono circa 3,7 milioni, producono il 6,1% del PIL e pagano le tasse per 1,9 miliardi di euro di tasse. Quindi il contatto che gli operatori delle agenzie interinali hanno con gli stranieri è diretto e molto frequente.
La prima considerazione di Michele è che è molto difficile che si rivolga a un’agenzia interinale uno straniero appena entrato in Italia. Il periodo di “regolarizzazione” è infatti molto lungo. I pochi che riescono a lavorare in regola appena arrivati di solito sono legati a famigliari che li fanno lavorare o piccoli imprenditori conoscenti.
La conoscenza della lingua italiana è la prerogativa per potersi immettere nel mercato del lavoro, ancora prima della professionalità. Chi non ha modo di capire e di farsi capire rimane legato, se va bene, a mansioni squalificanti e usuranti. Non è il grado di istruzione la discriminante (ci sono operai laureati), ma la conoscenza della lingua.
Anche Anna ci racconta la sua esperienza e le sue considerazioni: una delle principali difficoltà nel far assumere un lavoratore straniero è far capire al datore di lavoro che, a pari conoscenza dell’italiano, è indifferente, sul piano professionale, assumere uno straniero o un italiano. Senza considerare che la percentuale di ragazzi italiani che si candidano come operaio è di gran lunga inferiore, mentre l’offerta di lavoratori qualificati stranieri è molto alta. Ancora però l’assunzione di stranieri è vista come necessaria, “non se ne può fare a meno”, un’azienda si trova ad assumere stranieri per sopperire alla mancanza di operai disponibili italiani. Soprattutto nel nord Italia c’è una grossa fascia di lavori manuali, quelli che si potrebbero svolgere con la qualifica di operaio qualificato, che viene ancora snobbata dai diplomati italiani e a cui però viene negato l’accesso alla maggior parte degli stranieri, nonostante siano specializzati.
Un altro problema può sorgere con l’assunzione delle donne, in particolar modo di quelle di religione musulmana. Spesso sono legate alla figura del marito, sia per gli spostamenti che per le scelte pratiche dei turni o delle mansioni. La lingua, anche in questo caso, è un grande ostacolo, dato che spesso i corsi di italiano si svolgono di sera.
Una nota positiva è data dalle seconde generazioni, che magari hanno fatto scuole professionali, diplomati periti meccanici molto volenterosi che riescono a essere inseriti in azienda con buone possibilità di crescere. Difficilmente i ragazzi italiani hanno voglia di “sporcarsi le mani” con lavori manuali o poco qualificati.
L’ostacolo maggiore per far entrare sul mercato del lavoro uno straniero è la diffidenza. Alcuni datori di lavoro sono molto scettici rispetto allo straniero o anche solo rispetto a un’etnia, magari perché scottato da un’esperienza negativa in passato. quale sia il confine oggettivo tra il pregiudizio e l’oggettività rispetto alla scarsa produttività è molto difficile da stabilire, anche per chi tratta queste relazioni ogni giorno. Una sola esperienza negativa con un lavoratore straniero spesso è causa di generalizzazione e di preclusione al lavoro per i suoi connazionali.
Spesso sul luogo di lavoro possono verificarsi degli attriti rispetto a abitudini religiose (tempi richiesti dai lavoratori musulmani per la preghiera e non concessi dal datore di lavoro), rispetto a usanze e pratiche di vita (le carni e i cibi preparati nelle mense) o su questioni culturali (l’accettazione della donna lavoratrice, a maggior ragione se ricopre un ruolo di potere).
Forse diversamente da altri paesi europei, come Francia e Inghilterra, che hanno vissuto l’esperienza colonialista, in Italia è ancora fortissima la diffidenza nei confronti dello straniero. L’assunzione dei lavoratori stranieri è vista, come già detto, solo come una necessità, la maggior parte delle PMI “ne farebbe volentieri a meno”.
Michele lancia sul finire una provocazione: nel 200 in Europa ci saranno 48 milioni di nativi in meno. Alla luce di questo, fino a quando si potrà considerare l’immigrazione come un PROBLEMA?
Perché risulti essere una risorsa forse è necessario un punto d’incontro, anche nell’ambiente lavorativo. Un esempio pratico, il datore di lavoro può concedere un tempo e uno spazio per la preghiera a un lavoratore musulmano che però a sua volta dovrà essere disponibile e produttivo anche durante il periodo del Ramadan, in cui a causa del digiuno le forze potrebbero essere ridotte.



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