Gli interventi
al Giubileo degli Oppressi/2

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Alcuni degli interventi del 15 settembre a Bologna

Magouws Catherine Morakabi
Valdenia Aparecida Paulino
Giulietto Chiesa
Giancarlo Caselli
mons. Luigi Bettazzi
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Magouws Catherine Morakabi

 

Buon giorno a tutti, vi saluto tutti nel nome della giustizia. Il mio nome è Magouws, vengo dalla commissione Giustizia e Pace della diocesi di Johannesburg. Voglio dirvi che sono davvero contenta di aver partecipato a questa carovana del Giubileo degli Oppressi. E voglio dire davvero che adesso siamo tutti uniti come una famiglia, e siamo tutti fratelli e sorelle in Cristo. Quello che ho notato in Italia è la partecipazione, il coinvolgimento della Chiesa e anche di diversi enti locali delle città.  Ma voglio anche assicurarvi che c’è bisogno di un ulteriore impegno, si può fare di più per migliorare la società: ci vogliono più persone che si mettano insieme, che si prendano per mano e lottino per la giustizia e per la pace.

(…)

Sono rimasta molto impressionata dalla partecipazione di tanti gruppi e associazioni, e voglio dire a tutti i giovani che sono qui oggi di costruire insieme il futuro, di unire tutte le forze, di stringere tutte le mani perché davvero insieme abbiamo un grande potere. Per portare a un cambiamento, nel nome della giustizia e della pace. Voi siete giovani, attivi, siete il futuro, siete il domani, siete quelli che salverete il mondo. Per incoraggiarvi ho preparato anche una breve canzone, le cui parole significano: “Voi siete il futuro, voi siete il domani, voi siete coloro che salvano il mondo”.

 

Se qualcuno ancora esita nel lavoro di costruzione della pace e della giustizia, oggi ho un messaggio per voi. Noi troviamo una grande forza in Sudafrica, quando ci troviamo a lavorare in diversi gruppi, dal messaggio del profeta Michea, che troviamo nel capitolo 6 al versetto 8: “Amate la pietà, praticate la giustizia, camminate umilmente con il vostro Dio”.

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Oggi voglio dirvi che c’è davvero la speranza che insieme ce la possiamo fare! Se noi ci prendiamo per mano e lavoriamo insieme, davvero possiamo raggiungere grandi risultati, nel nome della pace e della giustizia. Per costruire davvero la giustizia nella nostra società e sentire la presenza di Dio tra noi. La pace sia con voi!

 

Valdenia Aparecida Paulino

 

Buon giorno, oggi io non mi chiamo Valdenia, ma Sud del Mondo. Oggi sono la memoria degli Indios sterminati, le lacrime della mamma nera che vede il proprio figlio morire di fame perché toglie il suo latte per i bambini bianchi. Sono la voce di un detenuto malato di aids, dei lavoratori senza lavoro. Oggi sono la voce della nostra sorella in condizioni di prostituzione. Oggi sono una senza terra. Oggi, non dimenticarlo, sono una donna che voi chiamate “extracomunitaria”.

 

Grazie a tutti. Oggi è un giorno molto importante, in cui facciamo la sintesi del nostro cammino. In questi giorni ho sentito questa responsabilità di fare la voce di tutti i poveri del Sud del mondo. Sono qui per denunciare la sofferenza che ancora il nostro popolo del Sud porta sul suo corpo. Questa sofferenza è stata causata da voi europei quando avete iniziato la colonizzazione del nostro paese. Questa non ha portato via il nostro oro o il nostro cacao, ma la nostra radice, parte della nostra storia, la nostra dignità. Oggi vengo a denunciare questo imperialismo americano che porta la morte a tutto il nostro popolo, questo neoliberalismo che privatizza tutto - la nostra storia, la nostra salute, la nostra educazione – in nome di una economia per poche persone, di un’economia che è la vera bestia, come dice p. Alex.

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Devo ringraziare davvero il mio maestro, in questi giorni: ho sempre creduto che la donna deve alzarsi. Ora io invito davvero la donna ad alzarsi: noi abbiamo l’intuizione, l’affettività, il coraggio. Oggi chiedo alla donna di alzarsi, non per la nostra sorella che si trova in condizione di prostituzione, chiedo alla donna di prendere coraggio di opporsi alla vera prostituta, la chiesa prostituta, che ha schiavizzato tante persone, che ancora - nonostante la chiesa che cammina con i comboniani - è “machista” e chiusa. Prostituta del potere militare che pensa solo a rompere questa struttura di potere giudiziario che è così chiuso, la cui negligenza ammazza molte persone che lottano per la vita. Queste sono tutte strutture in cui la maggioranza delle persone sono maschi, strutture che sono chiuse, conservatrici. Donne, davvero portiamo noi la nostra forza per rompere queste strutture e fare insieme una costruzione nuova, veramente di affettività e di rispetto! Diciamo a queste strutture “machiste” e conservatrici che c’è un’altra forma di fare affetto, una forma più degna, che unisca Sud e Nord del mondo. E non una struttura che pensa che il Sud del mondo è il cesso del Nord. Cambiamo! Ciascuna di noi porti questa nuova mentalità, questa nuova vita.

 

Oggi voglio lasciare un messaggio: in questi giorni ho visto tanto spreco nel mangiare, tante decorazioni inutili. Io, Sud del mondo, chiedo a voi di non dimenticare che quello che per voi, italiani e Nord del mondo, è superfluo, per noi Sud del mondo è la nostra sofferenza.

 

Giulietto Chiesa

Parliamo di pace, ma stiamo già andando in guerra. La decisione è già stata presa. La cosa che stiamo vedendo in queste settimane è il modo con cui stanno indorando la pillola, ma stiamo andando in guerra. p.Alex ha detto “una guerra illegale e immorale”, è così, e in realtà è anche peggio di così, perché stiamo andando verso una guerra senza limiti

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Stiamo entrando in guerra perché la globalizzazione americana è in crisi, è ferma e il resto del mondo si sta muovendo. Che ne sarà di noi quando 1 miliardo e 300 milioni di cinesi comincerà a mangiare tanto pane quanto noi, a bere tanta acqua quanto noi, ad avere tante automobili quanto noi, a consumare tanta benzina quanta ne consumiamo noi, a volersi costruire delle case quanto noi, non di 20 metri quadri per famiglia, ma di 70/80 metri quadri…

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Questo è quello che sta accadendo e purtroppo questo è quello che quasi nessuno sa. Perché milioni di persone non sanno? Voi, costruttori di pace, in qualche misura siete già vaccinati, qualcosa avete già capito. Ma penso ai milioni di persone che guardano il Grande Fratello o Stranamore o che guardano tutte le sere Bruno Vespa, o che guardano i telegiornali del primo, secondo, terzo, quarto, sesto canale, ogni sera per scoprire che il mondo è fatto di calciatori, di Cogne, di stupidaggini, di sfilate di moda, che il mondo è fatto di Striscia la Notizia con le sue veline…

 

Noi non abbiamo gli strumenti per difenderci: fino ad ora non abbiamo mai cominciato una battaglia per toccare direttamente i centri che fanno la produzione informativa e la comunicazione in questo paese e nel mondo. E’ questo che bisogna cominciare a fare. Dobbiamo cominciare a organizzarci per costruire una democrazia nella comunicazione

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Costruttori di pace, se noi vogliamo batterci per la pace, dobbiamo sapere che questo sistema di comunicazione ci sta portando alla guerra. Quindi noi dobbiamo rompere questo sistema di comunicazione, perché questo è il modo per stare in piedi a lottare per la pace. E’ la mia proposta, mille grazie.

 

Giancarlo Caselli

 

Questa mattina avete ascoltato una serie di interventi molto coinvolgenti, molto forti e appassionati. Abbiate pazienza, è il turno delle burocrazia e vi dovete accontentare.

Dall’ingiustizia, praticata con metodo e costanza, può nascere la rabbia. La rabbia può degenerare in conflitti, anche violenti. Se l’unica risposta alla violenza, alla violenza terroristica, sta nella forza militare, significa sganciare il terrorismo, sempre inammissibile, ingiustificabile, criminale, dalle sue radici – non cause -, mentre bisogna aggredire anche queste radici e non soltanto le manifestazioni del fenomeno. Pace non è solo contrario di guerra, si può sperare di sradicare il terrorismo quando non ci si limita a dichiaragli guerra, quando oltre a contrastarlo, doverosamente, si cerca anche di sradicare l’ingiustizia che può esserne, ne è in molti casi, l’elemento scatenante.

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Allora, se un sistema politico punta esclusivamente sulle logiche della sicurezza, se alla disperazione di chi vive nell’ingiustizia si contrappone solo uno schieramento armato, se in questo modo si negano aiuti seri ed effettivi all’istruzione, alla sanità, allo sviluppo umano – unico sviluppo degno di questo nome – ecco che si finisce dentro logiche non solo contorte ma soprattutto inefficaci, ecco che facciamo come Penelope: gridiamo “pace” di giorno, ma prepariamo ingiustizie e violenze di notte. Ecco un circolo vizioso, che è urgente e necessario spezzare.

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A Basilea nel maggio 1989 si è svolta un’assemblea ecumenica europea di tutte le confessioni cristiane, intitolata appunto “Pace e Giustizia”. Nel documento finale, al numero 10, si legge: “Nessuna nazione può risolvere da sola i problemi dell’ingiustizia e della povertà. Si richiede un nuovo ordine internazionale, in cui i diritti umani vengano effettivamente riconosciuti, in cui il diritto internazionale sia rafforzato e applicato con istituzioni adeguate e siano stabilite relazioni economiche giuste.” E non è un caso che il rappresentante italiano fosse il cardinale Martini.

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Tutti conosciamo il Vangelo di Matteo. Tra le sue beatitudini ecco queste parole: “Beati gli operatori di pace, perché saranno – tempo futuro- chiamati Figli di Dio. Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è – tempo presente – il Regno di Dio”. Presente e futuro si intrecciano sui temi della giustizia e della pace, perché il futuro di pace è preparato, senza sconti e senza ambiguità, dal nostro impegno di oggi per la giustizia.

Per qualcuno, che così si sente moderno, questa parola “beati” è sinonimo di “ingenui”, forse persino di “stupidi”. In ogni caso significa essere fuori dalle stanze del potere. Ma per le donne e gli uomini di buona volontà questa parola significa libertà della coscienza dell’agire nel presente, nella consapevolezza, nella certezza che stiamo preparando un futuro che è segnato, condizionato da questo presente. La parola “beati” vuol dire assumersi la responsabilità di denunziare e contrastare tutto ciò che si oppone alla giustizia, perché in questo modo si contrastano più efficacemente la violenza e la morte. Impossibile lavarsi le mani, meglio stare dalla parte della giustizia e della pace, se occorre bisogna gridarlo, anche perché di nuovo il Vangelo di Luca: “Se questi taceranno, grideranno le pietre.”

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E qui si inserisce il problema della magistratura e della sua indipendenza, un problema di grande attualità oggi nel nostro paese. Non soltanto in Italia, in molte parti nel mondo, ma nel nostro paese in modo particolare oggi assistiamo a diffusi tentativi di rivedere la stagione costituzionale, nel senso di ripristinare un vecchio modello, in cui lo status e la libertà dei cittadini – oggi anche immigrati – dipendono non tanto dalle regole, ma piuttosto dai rapporti di forza. Ad esempio: l’allentamento delle regole per le attività imprenditoriali, la nuova disciplina del falso in bilancio, che sostanzialmente riduce le violazioni di legge in questo settore a bagattelle, nel momento in cui altrove, negli Stati Uniti, le pene vengono portate a 25 anni per difendere l’economia. Un altro esempio riguarda la riforma del diritto del lavoro, dove si possono avere legittimamente idee diverse, ma sono diverse sull’opportunità o meno di allentare poco o tanto la tutela della parte debole. Un altro esempio ancora riguarda il pluralismo dell’informazione, indispensabile in democrazia, mentre oggi ci sono problemi collegati al profilarsi di un sostanziale monopolio. E l’ultimo esempio ancora è l’indebolimento della magistratura, sia in punto di fatto, mediante attacchi sistematici mirati alla sua delegittimazione, sia in punto di diritto, mediante progetti che vanno chiaramente contro il principio tradizionale della separazione dei poteri. Possono sembrarvi esempi molto eterogenei, e lo sono, ma pure in questa eterogeneità è fondamentale cogliere il progetto complessivo, vale a dire che la posta in gioco è il persistere della unitarietà dei concetti di uguaglianza, libertà e giustizia. Perché la libertà o è di tutti o si traduce nel suo contrario, così come la pace e la giustizia: o sono di tutti, o si traducono nel loro contrario. Cerchiamo di fare in modo che siano di tutti.

 

mons. Luigi Bettazzi

 

Io mi sento più che mai uomo di Chiesa. Vorrei riassumere tutto quanto detto con quello che papa Giovanni scriveva 40 anni fa (“Pacem in terris”) che, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, non solo cattolici, diceva che la pace poggia su quattro grandi pilastri, il primo dei quali è la verità. La verità, cioè il valore uguale e profondo di ogni essere umano, che sembra una cosa ovvia, ma tutti quanti abbiamo l’idea che ci sono degli esseri umani che valgono di più e altri che valgono di meno. Ad esempio tra uomo e donna (nella storia valgono più gli uomini delle donna), i bambini, i “terzomondiali” (perché i “primomondiali” siamo noi). Penso a quelli delle altre religioni: per quanto tempo noi cristiani abbiamo detto: “Se tu non sei cristiano ti faccio fuori”, come oggi dicono qualche musulmano. O anche nell’interno della Chiesa: “Se tu non sei ortodosso ti brucio”. O i sovversivi… Credo che dobbiamo educare noi stessi e le nuove generazioni al rispetto e al valore di ogni essere umano. A questo segue allora la giustizia: l’America è diventata “latina” perché siamo arrivati noi, eravamo i più forti; quanti schiavi africani abbiamo portato in America, perché eravamo i più forti!  Noi ci vantiamo delle nostre democrazie, ma le abbiamo fatte sfruttando gli altri popoli, con la colonizzazione politica, militare o economica. Perché l’Onu conta così poco ?

(…)

Il grande problema di oggi che tocca soprattutto noi paesi ricchi è la nonviolenza: Gandhi diceva di averla imparata dal Vangelo, ma di non essersi mai fatto cristiano perché vedeva quanti cristiani non la mettevano in pratica. Noi la nonviolenza non la capiamo: quando Gesù ha ricevuto lo schiaffo, non ha detto di dargliene un altro, ma ha detto: “Se ho parlato male, dimmi perché ma se non ho parlato male, perché mi percuoti?” Nonviolenza è rispondere alla violenza non con la violenza, ma facendo in modo che anche l’altro smetta la violenza. Noi coinvolgiamo tutto il mondo per la guerra, perché non proviamo prima a coinvolgerlo per la pace? Perché ci sembra che la pace in questo modo ci fa ridurre un po’ dei nostri interessi, del nostro profitto e della nostra priorità. Il Vangelo lo chiama “mammona”, cioè credere al profitto e al prestigio, e il Vangelo dice: “O Dio, o mammona”.

(…

Giovanni Paolo II diceva che non c’è pace senza solidarietà. E convocando tutti ad Assisi e fa firmare a tutti: “Dio non può essere strumentalizzato con la violenza. Dio è l’animatore, l’ispiratore, il confortatore della nonviolenza. Dobbiamo allora capire bene il valore della nonviolenza, come processo di pace, e diventare, come uomini dell’occidente, come uomini che hanno una fede, gli apostoli della pace.