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La Risposta di Dio di p.Raffele di Bari

La Risposta di Dio

una preghiera di p. Raffaele di Bari

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Figlio mio,

che sei su questa terra,

preoccupato, triste e tentato,

ti chiamo per nome,

ti conosco e ti amo.

 

Non avere paura,

non sarai mai solo,

ti sarò sempre accanto,

insieme spargeremo il seme della vita

che ti dono in eredità.

 

Desidero solo che tu faccia

la mia volontà.

Non preoccuparti:

ti darò cibo per ogni giorno

Da dividere col tuo prossimo

 più povero, in solidarietà.

Sappi che ti perdono ogni peccato

Anche prima che tu pecchi;

ti chiedo solo di perdonare

tutti quelli che ti offendono.

Per non soccombere alla tentazione

afferra la mia mano

con forza e fiducia.

Ti libererò dal male,

figlio mio ,

a me tanto caro.

 

(Padre Raffaele di Bari, missionario comboniano di Barletta

 ucciso in Uganda il 1 ottobre 2000)

 

Un articolo scritto in occasione della morte di p.Raffaele

tratto da www.saveriani.bs.it
autrice: Maria Grazia Cutuli

La morte lo incalzava. P. Raffaele di Bari se l’era scrollata di dosso una mezza dozzina di volte. Con noncuranza, persino con ironia. "Hanno scaricato 73 proiettili contro le finestre della mia stanza. Ma sono riusciti solo a graffiarmi la pelata", ci aveva raccontato tempo fa, dopo uno dei tanti attacchi dei ribelli alla sua missione, nel Nord dell’Uganda. L’ultima volta, prima che lo uccidessero, non scherzava più: "al telefono piangeva", ricorda p.Giulio. Poi è arrivata la resa dei conti. Domenica primo ottobre, i kalashnikov hanno colpito giusto: p.Raffaele è morto, a quattro chilometri dalla missione di Pajule.
Era un prete da barricata. I confratelli lo chiamavano "Don Chisciotte" per il suo entusiasmo a costruire mulini. Ma quel soprannome indicava anche una sfida, disperata e solitaria. Padre Raffaele, 71 anni, missionario Comboniano, originario di Barletta, in provincia di Bari, in Uganda dal 1956, stava dalla parte degli Acholi, una delle più estese e martoriate tribù del Paese. Difendeva i loro bambini, rapiti, arruolati con la forza nelle file dell’Esercito di Resistenza, il fronte guerrigliero che dal 1986 combatte contro il regime. L’aveva fatto anche la sera prima di morire, quando aveva accolto in chiesa la gente in fuga dai villaggi vicini. I guerriglieri avevano dato fuoco alle capanne. E p. Raffaele aveva offerto la sua protezione. Emergenza di routine, nel Nord dell’Uganda.
L’indomani si preparava a viaggiare verso Acholi Bur, un centro a una ventina di chilometri, dove avrebbe dovuto celebrare alcuni battesimi. Aveva chiesto in giro se la strada fosse sicura. "Tutto a posto", gli avevano detto. "Ci sono i militari del governo a pattugliare la zona". Padre Raffaele si era messo in cammino, accompagnato da una suora e da un catechista, con il suo Suzuki, la barba bianca, gli occhiali da sole. Ma qualcuno, nascosto tra le sterpaglie, aspettava da ore. I kalashnikov hanno centrato la jeep. Hanno rapito il catechista e dato fuoco all’auto. Padre Raffaele è morto sul colpo. Il suo corpo è stato lasciato là, tra le fiamme. Volevano colpire proprio lui? In un continente come l’Africa, la Chiesa dei poveri piange spesso i suoi martiri accontentandosi di ipotesi. Ma nel caso di p. Raffaele non mancavano le ragioni perché qualcuno tentasse di farlo fuori: "Se non parliamo per denunciare le ingiustizie, tradiamo la nostra vocazione. Prestare la nostra voce a questa povera gente è più importante che costruire scuole, ospedali, chiese", aveva ripetuto più volte.
     Quando lÂ’avevamo incontrato a Milano, non si dava pace: "Capisco che in Italia vi interessano di più le sfilate di moda, ma bisogna fare qualcosa per fermare la strage". Aveva con sé il documentario realizzato da un amico sulle vittime della guerriglia: "QuestÂ’anno hanno rapito più di 400 bambini nella mia missione. Altri 1.400 in quella di p.Tarcisio". Nello stesso periodo era stato pubblicato anche il rapporto dellÂ’Unicef che parlava di 8 mila bambini dagli otto anni in su, sottratti alle famiglie, sequestrati nelle scuole, catturati nei villaggi per alimentare le fila dellÂ’Esercito di Resistenza. "I ragazzini subiscono violenze inaudite", spiegava p.Raffaele. "Sono costretti a marciare e trasportare pesi per centinaia di chilometri, a uccidere i loro compagni. Ad ogni segno di disobbedienza, vengono torturati o mutilati. Le bambine vengono stuprate e spesso prendono lÂ’Aids. Quelli che riescono a tornare a casa, rimangono traumatizzati per sempre. La religione non cÂ’entra. Gli interessi sono politici. Khartum utilizza lÂ’Esercito di Resistenza per un doppio scopo: destabilizzare il regime ugandese e combattere contro i ribelli attivi nel sud del Sudan".
     Padre Rodriguez era in vacanza quando lÂ’amico è morto. "Gli avevo comprato una bottiglia di liquore", dice. "Credo che la verserò vicino alla sua tomba. È così che il popolo degli Acholi onora i suoi antenati eroici".

Maria Grazia Cutuli

L'autrice di questo articolo era corrispondente esteri del Corriere della Sera ed è stata uccisa in un agguato in Afghanistan nel novembre 2001mentre stava indagando sui depositi di armi chimiche di Al Qaeda
Nella Pagina dedicata al Sud del Mondo trovi alcune notizie e commenti sulla morte di p. Raffaele

Un impegno di p. Raffaele era di "dare voce a chi non ha voce" e per questo collaborava con forza ed entusiasmo con la agenzia Misna

Quando abbiamo incontrato p. Giulio Albanese, direttore della Misna, ci ha parlato della testimonianza di p.Raffaele. Puoi leggere le sua parole nella conclusione del suo intervento al Convegno di Imola

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