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LA STRADA DI ROMERO

editoriale di NIGRIZIA del marzo 2005

La strada di Romero

 

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su mons. Romero:

Oscar A. Romero

La Pasqua di Oscar Arnulfo Romero

In memoria del vescovo Romero a cura di David Maria Turoldo

 

Veglia Pasquale 1978 con mons. Romero 

Dall'oppressione alla libertà

EDITORIALE DI NIGRIZIA DI MARZO 2005

La sera del 24 marzo 1980, mentre celebra l’Eucaristia, mons. Oscar Romero, arcivescovo della capitale di El Salvador, è ucciso da un sicario. Ricordare il suo martirio, 25 anni dopo, significa "far memoria" delle cause per le quali fu ucciso, ma soprattutto del suo impegno a fianco degli ultimi.

 

 

El Salvador, 1980. Nella piccola nazione del Centramerica, la guerra civile – ormai decennale – ha già causato più di 75mila morti e un milione e mezzo di rifugiati. Il regime al potere, sostenuto dagli Usa, è stato definito «colpevole di genocidio» dalla commissione sulla verità dei fatti, voluta dalle Nazioni unite. La sera del 24 marzo, mentre celebra l’Eucaristia, mons. Oscar Romero, arcivescovo della capitale San Salvador, è ucciso da un sicario.

 

Pochi minuti prima, concludendo l’omelia, ha detto: «Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita».

 

Romero è stato una sorpresa della storia. I poveri salvadoregni non si sarebbero mai aspettati di vederselo al proprio fianco. Né le élite ecclesiali e di governo di vederselo “contro”. Era stato nominato presidente della conferenza episcopale proprio perché ritenuto un conservatore.

 

Ma, tre settimane dopo quella nomina, il fatto che cambiò radicalmente la sua vita: l’assassinio di padre Rutilio Grande, il suo più stretto collaboratore, da parte di sgherri del regime. Romero capì da che parte stare: dalla parte dei poveri. E i poveri divennero per lui coloro senza i quali vivere non sarebbe stato più vivere. E lui divenne per il potere un traditore.


Da quella morte iniziò per Oscar Romero un cammino di liberazione. Che lo portò al martirio. Ma la sua morte fu un canto di resurrezione: «Non credo a una vita senza resurrezione. Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno».


Ha lasciato un segno nella chiesa latino-americana e del mondo intero. Ricordare il suo martirio, 25 anni dopo, significa “far memoria” delle cause per le quali fu ucciso, ma soprattutto del suo instancabile impegno a fianco degli ultimi.


In un mondo in cui la guerra e le dottrine sulla “sicurezza nazionale” stanno sempre più diventando strumento di risoluzione dei problemi, Romero invita a rifiutare le logiche del potere e della violenza, proponendo, con l’esempio della sua vita, la strada della non violenza.

Lui, che il giorno prima di essere ucciso, invitò i soldati a «disobbedire a ordini che ingiungono di uccidere», perché «sono ordini di peccato», invita, anche ai giorni d’oggi, caratterizzati da tante “missioni di pace” condotte con le armi, a considerare l’obiezione di coscienza come opzione cristiana.

 

E se, oggi come nel 1980, in El Salvador i poveri sono sempre di più ai margini della società, mons. Romero ci invita a fare una scelta di parte: «Il mondo dei poveri ci insegna che la liberazione arriverà quando questi nostri fratelli poveri non staranno più dalla parte di chi riceve le elemosine dal governo e dalle chiese, ma saranno essi stessi protagonisti della loro lotta per la liberazione».


Dal giorno della sua morte la gente lo chiama, lo prega, lo invoca come san Romero d’America. La sua gente l’ha già proclamato santo. Il suo processo di canonizzazione è cominciato quella sera di primavera del 1980. Oggi san Romero vive nei cuori e nelle lotte di tanti popoli. Il luogo della sua canonizzazione non è più la Piazza San Pietro di Roma, bensì tutte le piazze del mondo, dove si condivide e si lotta per la dignità degli uomini e delle donne.


Anche l’Africa ha avuto i suoi san Romero: il cardinale di Brazzaville, Emile Biayenda, ucciso nel 1977; mons. Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu (Rd Congo), assassinato dai militari ruandesi, il 29 ottobre ’96; mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano (Algeria), ammazzato il 1° agosto 1996; e poi tanti cristiani, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, che hanno dato il loro sangue perché credevano in un modo diverso di essere chiesa.


Quando un popolo è capace di produrre martiri, vuol dire che la resurrezione e la liberazione si sono fatte più vicine.

Facciamo nostre le parole che mons. Tonino Bello disse in ricordo di mons. Romero: «Noi t’invochiamo, vescovo dei poveri, intrepido assertore della giustizia, martire della pace! Ottienici dal Signore il dono di mettere la sua Parola al primo posto. Aiutaci a intuirne la radicalità e a sostenerne la potenza, anche quando essa ci trascende. Liberaci dalla tentazione di decurtarla per paura dei potenti, di addomesticarla per riguardo di chi comanda, di svilirla per timore che ci coinvolga.


Non permettere che, sulle nostre labbra, la Parola di Dio s’inquini con i detriti delle ideologie. Ma dacci una mano, perché possiamo coraggiosamente incarnarla nella cronaca, nella piccola cronaca personale e comunitaria, e produca così storia di salvezza. Aiutaci a comprendere che i poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta, il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla. Prega, vescovo Romero, perché la chiesa di Cristo, per amore loro, non taccia».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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