BANLIEUE GLOBALE di JOSE' IGNACIO CALLEJA NOTTI VIOLENTE IN FRANCIA: LA COLPA NON È DELLA GLOBALIZZAZIONE IN SÉ, MA DI CHI LA GESTISCE E LA CONTROLLA. IL TEOLOGO JOSÉ IGNACIO CALLEJA È L’AUTORE DI QUESTO ARTICOLO, PUBBLICATO SU “ECLESALIA”, SITO INTERNET DI INFORMAZIONE RELIGIOSA (09/11/2005). TITOLO ORIGINALE: “FRANCIA NO ES DIFERENTE” http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=13879 |
La rivolta sociale in Francia, per quanto prevedibile, non smette di sorprenderci. Le rivolte sociali, anche quelle dei giovani, sorprendono sempre noi, gente benestante, più o meno benestante, poiché in questo ci sono gradi molto diversi. Se c’è qualcosa che caratterizza i nostri sistemi sociali democratici, è che coloro che sono soddisfatti dell’ordine sociale sono disposti a bendarsi gli occhi o a girarsi dall’altra parte prima di riconoscere lo scontento di quelli che vivono ai margini della città. Perché di questo si tratta, in primo luogo: dello scontento di una popolazione giovanile doppiamente penalizzata, dalla classe sociale e dal-l’origine. Sono francesi, sì, però con questa doppia difficoltà iniziale. È chiaro che non è una cosa assolutamente insuperabile, ma non è forse vero che rappresenta una inaccettabile disparità di opportunità, un macigno in una società di cittadini e di diritti? È facile in questi casi elaborare interpretazioni dei fatti privilegiando questo o quell’aspetto della questione. Ed è ancora più facile che ogni forza politica e ideologica tenti di depistare, isolando, fino a deformarli, quegli aspetti del conflitto che più la favoriscono. Non darò conto dei pareri teorici e politici che circolano. La maggior parte di essi infatti non mi sembra sbagliata. Nelle questioni complesse, dobbiamo abituarci alla multiformità di una stessa e unica realtà. In questo caso, penso che l’elemento trasversale che le unifica è il peso decisivo e crescente che acquista la gestione neoliberista delle nostre società sviluppate, quello che conosciamo come mercato unico nel villaggio unico. La gestione, questa è la questione politica per eccellenza, la gestione neoliberista delle nostre società come conseguenza del fatto che sono nelle mani dei settori sociali, finanziari, politici e culturali che più beneficiano di questa scommessa. Cosicché la questione non è più o meno mercato, più o meno globalizzazione; ma, soprattutto, chi li gestisce, dove li dirige e come li controlla. Se le società democratiche non possono assicurare un minimo controllo sociale su tutti i loro mercati, la tirannia di questo strumento economico - non lo dimentichiamo: strumento - non potrà negare questa verità: i mercati finanziari ci governano, e i governi gestiscono le loro decisioni. Non c’è, così, altra sovranità che quella del denaro, delle sue necessità e dei suoi obiettivi. Per questo, il dibattito se la globalizzazione sia inevitabile o no è superato. La questione è, ripeto, chi gestisce la globalizzazione e, pertanto, se sono i popoli sovrani che decidono nelle linee fondamentali quanto mercato, che Stato e che globalizzazione. Il mito dell’inevitabilità di questo modo di dirigere e organizzare il mondo, concepita come legge della storia e legge della libertà umana, è proprio questo, un mito, una ideologia politica il cui massimo merito risiede nella sua vittoria sul socialismo di Stato. Bene, se i governi sopravvivono come ostaggi, più o meno volontari, di questo neoliberismo irresponsabile, e collocano al centro delle loro priorità la sicurezza, e se questa porta loro la benevolenza e i voti dei soddisfatti, i preparati e gli intimoriti, che speranza sociale e politica resta a quelli che vivono ai margini? È chiaro che ci sono altri fattori di crisi sociale e culturale. Certo. Non sottovaluto i fattori giovanili, culturali, religiosi, razziali che rendono molto difficile la convivenza democratica e pacifica nelle nostre società. Non sottovaluto tutto questo, però dico che stiamo consegnando al potere economico, e ai suoi lacchè politici e ideologici, il diritto di regolamentare, giuridicamente e moralmente, lo spazio pubblico. Lo rivendicano come legge della storia, come legge naturale, del mercato e della proprietà e, come se non bastasse, ci chiedono di porre la religione, la morale privata e la scuola al servizio dei loro obiettivi di “modernizzazione e progresso”; e, cioè, di formare cittadini che si identifichino senza indugio con l’ordine sociale che naturalmente li favorisce. Non c’è mai stato un modello sociale con più possibilità e che abbia scialacquato più impunemente i suoi risultati. Le istituzioni economiche, politiche, sociali e culturali che ci proteggevano dalle peggiori incertezze, e le convinzioni condivise intorno ai diritti umani di tutti, sono messe in discussione in settori sociali, più ancora tra i giovani, che non vedono il modo di superare l’emarginazione. Sono cittadini esposti alle intemperie. Tutti noi restiamo progressivamente esposti alle intemperie, certo, ma i popoli del Sud, i gruppi sociali che sono il nostro particolare Sud, i giovani senza qualifica e risorse familiari, molte donne e anziani, sono carne da macello in questa gestione neoliberista delle società occidentali. Per questo c’è tanta paura. Paura di sapere, e da qui l’indifferenza; paura di sapere e non potere, e da qui la rassegnazione; paura di sapere, potere e sentirsi colpevoli, e da qui la difesa della meritocrazia; paura di essere vomitati dal sistema produttivo, perché così si può dire, e perdere tutto dalla sera alla mattina. Qualcuno può sul serio meravigliarsi che gli emarginati stiano perdendo ogni speranza? Non sono migliori di noi, né sono sempre innocenti. Se stessero al posto nostro, si comporterebbero in maniera simile. Ma non ci stanno. Ci stiamo noi. E tocca a noi rettificare, sottomettere alla nostra sovranità questa gestione neoliberista del mondo per rendere possibile un’altra società più giusta in ogni luogo della terra. Spetta a tutti, ma di più a noi dare una giusta possibilità a queste società. Nessuno ce la regalerà. Richiede pressione e capacità di accordo in tutte le direzioni. Richiede visione politica e rinunce. Ma è possibile e ci sono più mezzi materiali che mai per raggiungerla. La lotta è, fondamentalmente, politica, cioè si sostanzia nella questione di essere disposti ad esigere, condividere e arrivare ad accordi, per convivere come persone e cittadini. E tutto questo non è gratis, perché a diverse possibilità corrispondono diverse responsabilità. Ma questa è un’al-tra questione.
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