Alex ha parlato di molti argomenti importanti ma, nello specifico, ha risuonato quello degli armamenti nel contesto di Brescia. Le fabbriche di armi e il loro indotto rappresentano infatti buona parte dell’industria di queste zone. Uno dei temi intrinsechi della Carovana della Pace è la militarizzazione del territorio, e oltre alle basi militari e le altre installazioni militari che occupano il nostro territorio, sono da considerare parte del problema anche le aree dove si asseconda una logica di morte attraverso la produzione di armamenti o sistemi d’arma, facendoci divenire complici ignari. Non solo le migliaia di operai ed impiegati che ci lavorano, ma anche le amministrazioni che fanno concessioni e tutti quelli che non protestano adeguatamente. Con questo sistema in un qualche modo si riescono a militarizzare le coscienze. Alex ci ricorda in modo inesorabile che costruendo le armi si costruisce la guerra! Il nostro Bel Paese sta contribuendo in modo cospicuo alla guerra globale, assumendo una tendenza in crescita che non dipende più dai governi destrorsi o sinistrorsi, ma unicamente da tendenze finanziarie a scala mondiale, portandoci quest’anno ad un incremento della produzione di armamenti del 61%, andando ad aumentare nella mentalità collettiva una sorta di normalizzazione del binomio “lavoro-sistema di morte”, basando sempre di più tutto sulla guerra. Una finanziaria a detta di tutti gravosa, che ha permesso, fra le altre cose, un bonus di 22 miliardi di euro per la difesa, sono stati destinati, inoltre, 4 miliardi di euro per la ricerca militare, quando altri ambiti più vitali della ricerca stanno trascinandosi faticosamente senza personale, mezzi e investimenti. Come se non bastasse, l’Italia gloriosamente ha preso un altro impegno… costruire 4500 aerei da guerra supertecnologici, i famigerati F35, dal costo di 110 milioni di euro l’uno… mentre nel silenzio mediatico più totale, gli F16 di Aviano in volo di addestramento sulle dolomiti bellunesi si schiantano al suolo sfiorando case e tragedia… e determinando poi aeree off limits, inaccessibili dalla gente comune, per la difesa dei segreti militari aviotrasportati. Il tutto proiettato in uno scenario di guerra che sembra volersi espandere, assecondando le dichiarazioni emanate dalle presunte democrazie occidentali, di un ostilità tale da includere la possibilità di un olocausto atomico. Alex si dice sicuro che per l’Iran sia solo questione di tempo e si dice anche sconcertato che il tutto passi sulla linea della normalità, come se la guerra fosse inevitabile per sostenere ciò che abbiamo. Alex ricorda San Francesco d’Assisi che spogliandosi anche materialmente delle sue vesti di fronte al padre nella piazza pubblica dichiarava: “se possiedo, devo avere anche le armi per difendere ciò che ho”. È questo il senso… le armi servono alla difesa del nostro stile di vita e nessuno vuole davvero rinunciare ai privilegi che abbiamo accumulato nei secoli e nella inconsapevolezza di dover depredare terre e popoli per averli. Da queste considerazioni salta fra le mani un altro binomio trascurato: quello fra “armi e ambiente”. Il potere non salva il mondo anzi lo distrugge inesorabilmente nell’illusione condivisa della sicurezza. Alex che ricorda quasi come monito finale, quanto richiesto da Sobrino alla conclusione del suo intervento al Social Forum di Nairobi: “siate umani!!!” Un'umanità che dovrebbe fondarsi sull’obbedienza di un'unica autorità, quella non costituita, ossia quella di chi soffre a causa del sistema… i poveri, gli esclusi, gli schiavi di turno.
21 settembre 2007
Mattina: sulla strada
La carovana va… si sposta per definizione, attraversa e si fa attraversare. Bella contraddizione e provocazione… è costretta dai tempi stretti a mettersi per strada su piste di bitume (autostrade) sfrecciando su ruote di gomma fino alla prossima tappa, bruciando gasolio. Attraversando l’Appennino, siamo passati di fianco alla nuova e tanto discussa alta velocità, abbiamo visto i nuovi tunnel che permetteranno un attraversamento ancora più veloce e distratto dello spazio e della storia. Probabilmente le carovane del futuro passeranno attraverso questi tecnologici buchi, ed è nostra la responsabilità di ricordare che grazie a questi tunnel molti paesi e persone sono state private di una risorsa vitale, l’acqua. Infatti, i tunnel attraverso il Mugello hanno determinato un qualche cosa di prevedibile, hanno infatti captato tutta l’acqua di falda contenuta parsimoniosamente dalle montagne, andando a seccare le sorgenti che da millenni scaturivano proprio là dove erano sorti villaggi e insediamenti umani… come è logico i viaggiatori di domani che prediligono la velocità e l’incremento economico, passando all’interno di quelle montagne non si accorgeranno mai di quei villaggi e delle persone che li abitano privati dell’acqua, e potranno beatamente dimenticarsi del danno ecologico, senza provare alcuna difficoltà legata alla privazione delle acque, tanto ogni cinquanta chilometri circa c’è un Autogrill e lì si può tranquillamente scegliere fra molti tipi di acqua diversa, tutta imbottigliata, particolarmente costosa e resa convincente da qualche calciatore che parla con gli uccellini, o da qualche modella svestita che lascia intendere che la bellezza dipende dall’etichetta posta sulla bottiglia di plastica che avvicina alla bocca.
Pomeriggio: Barbiana
Per fortuna la carovana si riferma, e ci rimette tutti nella condizione di procedere per altri brevi tratti significativi coi piedi per terra. Eccoci quindi a Barbiana, immersi in una natura sfavillante, modellata dalle operose mani dell’uomo che ha coltivato la terra, circondati da boschi fitti e puliti di lecci secolari. Fra questi colli una casa povera che fu scuola e che ora resiste, divenendo, per chi si pone in ascolto, scuola di vita e di pace. Questo remoto luogo è il luogo prediletto da un uomo che fece dell’opzione per i poveri respiro quotidiano. Don Lorenzo Milani.
Un uomo di estrazione quasi nobiliare, molto ricco che ad un certo punto sente che è più importante andare a se stesso che seguire la corrente imposta dal sistema. Si trova prete e poi solo, solo per aver cercato di mettere in pratica e sostenere una certa forma di radicalità (parola inflazionata che andrebbe sostituita con verità). I vertici della sua stessa chiesa lo ostacolano e poi lo relegano dove non possa far danno, apparentemente lontano da tutto, a Barbiana, fra le colline, in una sorta di “penitenziario ecclesiastico”. Lorenzo in questi luoghi trova se stesso, trovando gli altri… i poveri. E da povero, con, fra e per i poveri pro-cede. In particolare si rivolge ai piccoli, ai bambini e bambine che non avevano alternativa se non faticare nei campi coi genitori fin da tenerissima età. Lui li raccoglie, li ospita, apre una scuola che non ha orari e paletti ministeriali da seguire punta solo a donare a piene mani dignità completa alla persona. Ecco che si inventa un metodo, dettato dalle esigenze del contesto a cui si riferiva. Nella piccola scuola di Barbina gli alunni si costruiscono anche i banchi, e tutti i materiali didattici che possono essere utili. Esiste anche un laboratorio dove si coltivano la manualità e l’ingegno creativo. I giornali (anche esteri) divengono i libri di testo e i sussidiari, da dove affrontare di giorno in giorno le diverse materie, dall’italiano all’economia, dalla geografia alla storia, dalla religione alla politica, dalla matematica alle scienze, passando sempre per un'attualità disincantata ed incarnata. I giornali stranieri introducevano le lingue, approfondite anche da viaggi, fatti in autostop, nei paesi madrelingua prescelti dagli studenti, Lorenzo li accompagnava restando a Barbiana e dando loro i contatti necessari a compiere serenamente il viaggio. Istruzione come elevazione interiore, introduzione alla vita secondo tutti i suoi colori e sfumature, fatta di padronanza sulla parola. Saper parlare, leggere, scrivere ed ascoltare per comprendere ed interpretare le parole altrui abbatte potenzialmente le divisioni gerarchiche che tolgono dignità e che fanno della categoria di appartenenza un muro introduttivo all’individualismo, che uccide la vita e prepara alla guerra. Non c’erano programmi stabiliti, si attendeva che anche l’ultimo degli scolari avesse capito prima di passare oltre, che fossero ancora tutti insieme appaiati, prima di voltare pagina. Non c’era orario, si stava il necessario o il desiderato, e si prolungava l’attività anche nella convivialità a volte spesa nello sport o nel gioco (Lorenzo costruì assieme agli scolari una piccola piscina per praticare il nuoto). Scuola di vita ancora viva.
Noi, carovanieri, passando in questi luoghi, ascoltando un ex alunno di Lorenzo che si chiama Giancarlo, sedendoci su quei banchi che sostennero l’utopia, visitando la chiesa, il laboratorio e il cimitero dove riposa ora Lorenzo, non possiamo che accogliere e donare l’impegno a parificare l’essere umano su un piano che regoli le strutture e che rifiuti le logiche di soprafazione. Risuona ancora il mottetto scritto da Lorenzo Milani, condiviso con i suoi scolari e letto da migliaia di persone, fissato su una parete che non isola ma diffonde, contagia: “I Care”: “mi prendo a cuore”. Questo mottetto vale per molte questioni che si oppongono all’ingiustizia, vale per la Pace. Lorenzo, più attuale che mai, ricorda a tutti: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.
Sera: Firenze
E la carovana va… anche per essere insieme, ed eccoci a Firenze. L’incontro con la gente avviene in una chiesa che si popola lentamente. Accorrono numerosi, sempre perché si attende Alex Zanotelli, che però non ci sarà. In linea con quanto sottolineato all’inizio, molta gente è lì per lui e solo per lui e non mancano le persone che se ne vanno una volta saputo che Alex non parlerà. L’incontro comunque avviene e sbucano testimoni inaspettati come Angela Debora Barros che viene, mite e combattiva dalla lacerata Colombia. Lei, indio minoritaria (di etnia Wayùu, ndr), madre di due cuccioli di uomo è sopravvissuta ad un incursione dei paramilitari. Nel 2004, i soldati spinti dalla brama di possesso delle ricchezze nascoste dalla terra abitata nei millenni da questo popolo indio, li hanno rincorsi e decimati puntando al genocidio. Questa gente è stata semplificata a tal punto da essere percepita come ostacolo scomodo, che messo sulla bilancia del mero interesse è stato interpretato come un’inutile presenza, cancellabile da armi spianate, etniche ed assassine. Angela, laureata in legge, si è insignita della responsabilità di difendere la memoria e la dignità del suo popolo, rischiando la vita ed iniziando una battaglia legale per il riconoscimento dei più basilari diritti umani per il suo popolo. Ora è in cerca di ascolto e viaggia in vari luoghi del mondo, raccontando con paura e coraggio quanto è accaduto.
La carovana incrocia il suo sguardo fermo e bello, e si fa portavoce delle sue istanze comprendendo il valore di questi non noti testimoni che ci richiamano al primordiale battito vitale a cui tutti apparteniamo, alla verità, e alla nonviolenza.
Poi è la volta di Alessandro Santoro, prete operaio, fondatore della comunità delle Piagge, in un quartiere periferico di Firenze. È stanco Alessandro, ma energico. Stanco perché viene da 24 ore di digiuno e dialogo con le persone qualunque e con le istituzioni, incontrate mettendosi per strada, sostando davanti ai palazzi del potere, parlando di quella parte di umanità coperta da ingiuste aggettivazioni, delle persone private delle loro storie, della dignità dei volti. Si batte Alessandro, contro l’esclusione, contro le categorie, contro gli omicidi ideali compiuti in nome dell’indifferenza e dell’egoismo. Si riferisce questa volta ai “lavavetri”, ma si percepisce dal suo sguardo, che la questione riguarda o può riguardare tutti, in un mondo fondato sulla violenza e sulla facile individuazione del capro espiatorio di turno. Quest’approccio diffuso è utile a determinare spazi dove sfuggire dalla corresponsabilità e dove sfogare l’arrivismo per una posizione sempre migliore. Prima di concludere il suo sentito intervento, getta un richiamo disperato ad uscire dai nostri confini per trovare fini comuni e per incontrare l’altro nel suo splendore… ci invita Alessandro ad uscire anche dalle nostre protettive chiese per incontrare il Dio della Vita, per assistere all’unione fra terra e cielo prima che il cielo si chiuda. Riporto una piccola parte del testo di una canzone scritta da Giovanni Lindo Ferretti che tocca in modo molto poetico e vivo questa tensione:
“Segue lo sguardo il montare della sera dal fondo delle valli… oscura arresa al buio, la terra penetra il cielo. Scioglie il suono del tuono la tensione del cuore, in canto, in danza, in movimento in mille sfumature, molto elegante il gusto della forma del colore. Solido immenso nulla compiuto, lievitante: è aria l’elemento il vuoto la sostanza. Vicini per chilometri, vicini per stagioni, attraversando frontiere che preparano le guerre del domani, c’è modo di scoprire che il confine e d’aria e luce.”
E la notte di Firenze abbraccia la Carovana che ora è pronta a scendere a Sud, a Cimitile, vicino a Napoli, dove incontreremo gli altri carovanieri e dove potremmo pregare raccolti.
Notte tra il 22 e 23 settembre 2007: Cimitile
A Cimitile affiora un complesso paleocristiano, dove le prime comunità cristiane in Italia si raccoglievano proponendo stili di vita alternativi al sistema e praticando la giustizia del Vangelo. Il presupposto era una povertà materiale condivisa, come erano condivise le poche cose che permettevano una vita dedicata, sulla strada percorsa dal Cristo. Dal 2004 Cimitile è il luogo di incontro e di conclusione delle carovane che percorrendo diversi itinerari attraversano l’Italia. Ed è qui che incontriamo il Sud e la sua gente, che mossa da una grande sete di riscatto e dalla vitalità che da sempre la contraddistingue, ci avvolge. Sono molto preparati e hanno camminato con passione attraverso le provocazioni che questo Sud incarna. Colorano l’impegno, ravvivano la speranza. Qui ci confrontiamo, raccogliamo le esperienze derivanti dalle nostre riunificate itineranze, ci ascoltiamo, ci presentiamo. Stanchi ma contenti, prepariamo introdotti da Alex Zanotelli e da Marcelo Barros, una spiritualità condivisa.
Il primo rivisitando la figura di San Paolino da Nola, già vescovo nelle basiliche sorte dagli insediamenti paleocristiani che ci ospitano, ci richiama ad una scelta di povertà. Paolino ricchissimo, lascia tutto per i poveri e sarà poi vescovo povero fra i poveri. La sua è una conversione adulta ed Alex si slancia facendo una provocazione relativa all’effettiva necessità di ricevere il battesimo da adulti, o meglio dopo che si è maturata la coscienza di intendere la volontà di Dio non in modo superficiale. Questo permetterebbe di uscire dal guscio di scarsa vitalità che adombra il cristianesimo attuale, facendo dei cristiani una comunità creativa ed alternativa di resistenza non-violenta, riportando verità nel nostro essere cristiani. Per ottenere questo si deve andare alle origini, dove l’economia ricordata da Cristo è un economia di Giustizia, dove se uno ha è per condividere e dove uno degli unici imperativi è: “non arricchirti”. Un economia di giustizia persegue un mondo svuotato dal conflitto, dove le armi non servono più a difendere ciò che si è accumulato. Inoltre secondo Alex si deve iniziare a dare maggiore fiducia ai laici, cosa che Gesù stesso faceva (tant’è vero che nemmeno lui aveva optato per essere sacerdote). Fare vivo Gesù di Nazareth che cammina con il popolo fra i poveri, attorniato da una comunità povera, capace di denunciare la violenza del sistema e di sobillarla facendo perno sulla creatività della nonviolenza, è l’unico modo per credere nel Gesù risorto. Alex ci invita a rivoluzionare la struttura stessa della morte.
Marcelo Barros (monaco e teologo ecumenico brasiliano) ci ricorda soavemente che siamo tutti gravidi. Uomini e donne. Gravidi del Mondo Nuovo. Senza la percezione di questa gravidanza umanitaria e globale, non ha senso vegliare e pregare, perché non c’è veglia senza attesa generativa. Cristo è chi ci ha richiamato al Mondo Nuovo, alla costruzione del Regno e per questo egli, a distanza di millenni, è corpo cosmico, vivo.
Barros, riferendosi a se stesso, ci spiega cos’è essere monaco. I monaci sono quelli che cercano l’unificazione con il se, ma non basta, per la sua esperienza è necessario cercare e trovare anche l’unificazione con gli altri. È per questo che Marcelo e la sua comunità, sono monaci in una baraccopoli in Brasile, a stretto contatto con la storia e la gente… questo dice Marcelo è alla base della definizione di Chiesa… la dimensione del vivere all’esterno immersi nel dinamico, anche Gesù, infatti, prediligeva l’itineranza. Secondo questo empatico monaco, oggi la chiesa è dunque ammalata perché prevalentemente si chiude dentro i propri confini. Una persona può essere testimone solo se vive come gli altri, quindi solo se gli altri lo percepiscono vicino. Prima di finire il suo intervento Marcelo non resiste dalla tentazione di farci celebrare con lui la preghiera. Ci rianima nonostante la tarda ora e le fatiche pregresse evocando il “rinnovo del matrimonio con Dio”, celebrazione effettuata in consonanza con tutto il popolo ebraico. Il rito è semplice, ci chiede di liberare la mente da tutto e di riempirla poi, solo di amore per gli altri e per la Terra… ci chiede di pensare a cose belle e a persone amate. Si impone la poesia, e tutti, in centinaia, con l’amore nel cuore cantiamo un'unica parola facendo gesti di danza con moti circolari armoniosi e lenti delle braccia. La parola è femminile: SEKINA’. In ebraico questa parola significa “tenda”. Marcelo ci spiega che la tenda è quella di un Dio nomade che si ferma su di noi, che fa un atto di lascito di un nuovo credito sulla stirpe umana, prendendo un nome femminile, che raccoglie, accudisce, ripara. Cantiamo SEKINA’, danziamo SEKINA’, respiriamo SEKINA’… e tutti un po’ commossi con il sorriso, ci meravigliamo di cosa è capace una spiritualità condivisa.
“Parlano piano al sole le ombre stanche di numerose rabbie e infinite menzogne… tra poco arrossa il cielo della sera sospeso fra azzurri spazi gelidi e lande desolate, si quietano i pensieri e le mani in questa veglia pacifica del cuore, così vanno le cose e così devono andare… s’alzano sotto cieli splendidi i canti di chi ama la terra. S’alzano i canti e si muove la danza… chi c’è, c’è… e chi non c’è, non c’è… chi è stato è stato e chi stato non è.
A tratti percepisco fra il distinto brusio, particolari in chiaro, di chiara luce splendidi, dettagli minimali in primo piano, più forti del dovuto, e adesso so: come fare e non fare, quando, dove e perché e ricordando che tutto va come va, ma non va. L’occhio inconsapevole di un cucciolo animale, archivio vivente della terra, battito di ciglia sonnolente di esistenza , spazio determinato, costretto, dilatabile: chi c’è, c’è… e chi non c’è, non c’è.”
La notte è ancora lunga… rievochiamo testimoni, spiriti di persone che ci unifichino nelle intenzioni e nella speranza. Camminiamo, di luogo in luogo, accendendo un cero ad ogni tappa. Poi ci dividiamo in gruppi di lavoro che parteciperanno a laboratori su temi importanti facenti parte dei contenuti della carovana: Africa, Energie rinnovabili, Rifiuti, Mafie, Acqua, Nuove Povertà, Militarizzazione. Si tentano proposte su tematiche schiaccianti che feriscono l’umanità, la storia, la Terra. È doloroso, disarmante come incarna la stanchezza legata al non dormire. Il lavoro è duro anche perché continua nel buio di una nottata fredda.
"Chi è che sa di che siamo capaci tutti vanificato il limite oramai, vanificato il limite… si avvicina l’inverno, soffice crepitio sulla terra, pomeriggio dolce assolato terso sotto un cielo slavo del sud, slavo cielo del sud, non senza grazia… salgo, lento leggero, caldo, buffo animale, penetrante ma sale un ultimo pensiero, odora di Te, mi distendo aprendomi, tensione verticale.
Rallenta il mio respiro, scende in profondità, si adatta al soffio del mondo, pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del sud pieno di grazia… in basso, in fondo, giù… la mia testa tagliata porge uno sguardo fisso, immutabile oramai, sguardo compassionevole."
Il tutto finisce in una celebrazione eucaristica, dove all’offertorio si presentano i frutti del lavoro scaturito dai laboratori. Salutiamo il sorgere del giorno nuovo, sapendo di aver percorso non solo metaforicamente la notte. Ora c’è da costruire la Carovana della Pace del 2008, che in un qualche trasposto modo, deve continuare a ripartire, giorno dopo giorno, ritmata dagli atti concreti e dalle scelte forti di tutti noi, immersi nella nostra quotidianità, per la Pace. Pace.
(Emiliano)