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Diario di bordo del campo di FIRENZE 04 -13 agosto 2014

 

Ero già stata al campo di Firenze l’anno scorso e perciò avevo un po’ di timore di vivere una replica dell’esperienza … ma non è stato così. Anzi credo di essermi “gustata” il campo ancora di più: un po’ perché eravamo in pochi e quindi si sono potuti costruire legami più profondi tra di noi, un po’ perché il periodo era più lungo e quindi anche il servizio svolto nei centri di Caritas Firenze ha avuto una “consistenza” maggiore.

Appena arrivati al campo e aver fatto le dovute presentazioni tra di noi, ci sono stati proposti due tipi di servizio: uno alla mensa Caritas di via Baracca e uno alla casa di accoglienza per mamme e bambini di S. Paolino.

Riporto qui dei pensieri di una delle ragazze che hanno fatto servizio a S. Paolino:

E così è arrivato sabato; l'ultimo giorno.

Cerchi di sorridere, mentre attraversi per l'ultima volta quella porta, ma i tuoi occhi sono lucidi, sai benissimo che stai per piangere; saluti con un "ci vediamo, a presto", per autoconvincerti che non sia un "addio" ma un "arrivederci".

Quando siamo arrivati qui, al San Paolino, una casa di accoglienza che ospita famiglie, mamme con i loro bambini, uomini e anziani, c'era silenzio. Erano le nove del mattino e tutti dormivano ancora, solo una ragazza era sveglia e stava facendo colazione. Eravamo tutti un po' in imbarazzo; che fare? Salutiamo, ci presentiamo, parliamo un po' , azzardiamo qualche battuta per rompere il ghiaccio. Pian piano, poi, la casa si sveglia; dapprima arrivano le mamme e poi, infine i bambini. Ci vuole poco, davvero poco, per creare un clima di amicizia e serenità, sia con i bambini che con le madri.

E così i giorni passano velocemente, tra giochi, risate, compiti, dialoghi e racconti di vita.

Cinque giorni intensi. Cinque giorni meravigliosi.

Non sappiamo cosa si ricorderanno di noi quei bambini e quelle mamme con cui abbiamo condiviso quei pochi giorni; forse un gioco, forse un sorriso, forse una frase... o forse nulla. Probabilmente non lo sapremo mai. Sappiamo, però, ciò che noi ci ricorderemo di loro, ciò che, forse senza volerlo, ci hanno insegnato. Mai dimenticheremo i loro volti, i sorrisi dei bambini, gli occhi delle madri mentre raccontavano la loro storia. Mai dimenticheremo ciò che abbiamo imparato in questi giorni: abbiamo capito che per aiutare qualcuno alle volte è sufficiente un sorriso, una parola di conforto, un abbraccio, un momento di ascolto; che quando si affronta la vita con il sorriso, tutto diventa più semplice; che ogni tanto dobbiamo tornare ad essere un po' bambini, per imparare ad apprezzare anche le piccole cose belle che la vita ci offre.

Ed è con questi ricordi e con queste nuove certezze, che abbiamo varcato per l'ultima volta la soglia del San Paolino e, anche se con le lacrime agli occhi, abbiamo sorriso, consapevoli della grandezza del dono che Dio ci ha fatto, permettendoci di vivere questa meravigliosa esperienza.

Riporto qui i pensieri di una delle ragazze più giovani del campo, che ha fatto con me ed altri il servizio alla mensa Caritas di via Baracca:

Come abbiamo spesso ripetuto al campo organizzato dai Comboniani a Firenze, un'esperienza la si comprende pienamente non nel momento in cui la si vive ma nel momento in cui si ripensa a ciò che è stato.

Detto ciò,  a poche settimane da questa avventura,  mi sembra necessario e doveroso spendere due parole per descrivere parte di ciò che abbiamo vissuto.

La prima mattina , quando si avvicinava l'orario del pranzo era un'emozione, la cucina in subbuglio e noi volontari elettrizzati, curiosi di conoscere la realtà della mensa della Caritas con i suoi ospiti e allo stesso tempo spaventati dall'idea che non potessimo essere all'altezza del compito assegnatoci.

Le mie aspettative svanirono dopo pochi minuti: prima che aprissero la porta della mensa mi ero preparata con un sorriso stampato in faccia, forse era uno di quei sorrisi finti, ma mi accorsi subito che quello non era ciò di cui avevano bisogno; da parte mia era giusto dare di più. Nonostante la rapidità con la quale dovevamo servire quei piatti fumanti era giusto spendere anche solo dieci secondi per cercare di dire una parola confortante e solo allora arrivavano i veri sorrisi, da entrambe le parti.

Ciò che ci rimarrà impresso nella mente sono gli occhi, una lunga e interminabile fila di occhi, accompagnati dalle mani, tese in cerca di aiuto, un aiuto che non si limitava a ricevere un piatto di pasta.

Oltre a questo 'contatto' con gli ospiti abbiamo avuto la grande opportunità di 'stare dietro alle quinte' preparando frutta e verdura per il pranzo seguente. Nonostante questo possa sembrare più noioso è stato molto utile per metterci alla prova manualmente e condividere momenti di gioia con altri aiutanti.

Nuovamente,  al termine di questa esperienza notai che le mie idee di fondo erano sbagliate, dettate dal pregiudizio. La gioia che pensavamo di portare era già lì,  tra la fila di quelle persone; il nostro compito era solo quello di farla emergere, anche se delle volte non era così semplice.

Sicuramente questo campo ha portato aiuti concreti alla mensa ma soprattutto ha arricchito noi volontari dandoci la possibilità di riflettere su diversi argomenti, permettendoci di migliorare le nostre idee.

Nei pomeriggi dopo il servizio nelle strutture siamo stati accompagnati dalle catechesi tenute da Suor Daniela e Padre Maurizio, aiutati dal documento di Papa Francesco Evageli Gaudium. Queste catechesi ci hanno aiutato a riflettere sul tema della nuova evangelizzazione e della missione.

 

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