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Queste cose succedono davvero. In Libia la vita è davvero così dura”.
Queste sono le parole che ci risuonano ancora dopo aver condiviso i racconti di vita dei ragazzi richiedenti asilo dell’Associazione Popoli Insieme. Storie che, al sentirle, sembrano talmente disumane da sembrare impossibili. Soprattutto se a raccontarle sono i ragazzi sorridenti che ormai consideriamo amici. Momenti forti che non possono lasciare indifferenti, ma che

PROFESSIONE: COSTRUTTORI DI MULINI A VENTO

Queste cose succedono davvero. In Libia la vita è davvero così dura”.

Queste sono le parole che ci risuonano ancora dopo aver condiviso i racconti di vita dei ragazzi richiedenti asilo dell’Associazione Popoli Insieme. Storie che, al sentirle, sembrano talmente disumane da sembrare impossibili. Soprattutto se a raccontarle sono i ragazzi sorridenti che ormai consideriamo amici. Momenti forti che non possono lasciare indifferenti, ma che ci hanno dato l’opportunità di lavorare insieme attraverso il teatro dell’oppresso per trasformarli in qualcosa di costruttivo. Questa è solo una parte del campo “Migrazioni e cittadinanza attiva: Da città invisibili a società possibili”, che si è svolto dal 17 al 24 agosto presso la casa dei Comboniani di Padova. Questo progetto estivo nasce come continuazione del percorso Malankeba, svolto durante l’anno sempre in collaborazione con Popoli Insieme. Durante la settimana 14 ragazzi italiani, due ragazzi nigeriani (rappresentanti della comunità cristiana del campo profughi Bagnoli) e 12 ragazzi africani e pakistani richiedenti asilo si sono incontrati per condividere momenti di gioco, riflessione, collaborazione, convivialità e vita e per riflettere sui temi dell’uguaglianza, del lavoro e del diritto d’asilo, trattati negli art. 1-3-4-10 della Costituzione italiana.

 

“What is you perception?”

Chiedeva sempre Festus, uno dei due ragazzi nigeriani, sorseggiando la camomilla a fine giornata. Una domanda che tutti avevamo paura di ricevere, visto che non si accontentava di risposte banali, ma che in realtà ci ha sempre dato l’occasione di rielaborare le tante emozioni della giornata e di esprimerle a parole. Effettivamente è stata anche la domanda che ci ha accompagnato durante i primi giorni di riflessione: quando e come abbiamo avuto la percezione di sentirci discriminati e di essere trattati ingiustamente? Ciascuno di noi in un momento della propria vita si è sentito discriminato e poterlo condividere ci ha avvicinati e ci ha fatto capire quanto il concetto di giusto sia relativo e quanto l’esclusione e il pregiudizio creino disuguaglianza.

Durante le giornate si alternavano momenti di aggregazione spontanea a momenti di laboratorio e formazione. Tra questi ultimi, uno dei più interessanti è stato la riscrittura dell’art. 3 della Costituzione italiana a favore di un’inclusività che rispecchiasse di più il contesto storico e culturale odierno, nella sua multietnicità e nella complessità del fenomeno delle migrazioni.  È proprio questa inclusività che abbiamo sperimentato la sera in cui abbiamo ballato e cantato per ore, dopo che la pioggia ci aveva costretti a rientrare prima del previsto dalla nostra gita, dimostrando che bastano due bonghi, la voglia di mettersi in gioco e di stare insieme per sentirsi tutti a casa e in famiglia.

 

“Quanti pani avete? Andate a vedere” (Mc 7, 38)

La lettura popolare della Bibbia ci ha accompagnati ed aiutati durante tutto il percorso, ricordandoci che siamo “sale della terra” e “luce del mondo”. Una luce che va fatta risplendere e condivisa e un sale che serve a far risaltare il sapore che ciascuno ha già. Abbiamo imparato che la Bibbia e la Costituzione ci invitano a essere cittadini attivi, informati che sappiano guardare all’umanità delle situazioni con apertura e accoglienza della diversità.

“Walking together meeting friends

Eating together sharing bread

Marcher ensemble et connaitre amis

manger ensemble et partager la vie

Il ritornello della canzone creata a conclusione del campo ci ricorda l’ultima serata in Prato della Valle passata insieme ai ragazzi di Arte Migrante, un gruppo che organizza eventi di condivisione aperti a tutti in cui l’arte abbatte ogni frontiera.  Sono stati momenti magici che ci hanno permesso di esprimere con canti, balli, ed esercizi di teatro la bellezza dello stare insieme e il cammino fatto durante la settimana.

“Quanto hai lavorato per noi?”

ha chiesto Annamaria, laica comboniana e animatrice del campo, a Yacouba, un ragazzo del Mali, che ha accolto alcuni di noi a casa sua la prima sera con cibo e bevande preparate amorevolmente. Questa stessa domanda ce la siamo posti anche l’ultima sera quando Saqib, ragazzo pakistano arrivato da poco in Italia, con un gesto ci ha invitati a casa sua per un thè. E in un batter d’occhio ci siamo ritrovati all’una di notte nella sua cucina con Adama e Mamadou a condividere Chai tea e ogni tipo di frutta immaginabile. In fondo qual è davvero il significato della parola accoglienza, se non questo? Un gesto semplice, di cuore che nasce dalla voglia di stare insieme per cui non sempre servono parole.

“Interazione: non solo integrazione”

Vogliamo quindi ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo campo: a partire dallo staff e dal cuoco per finire con tutti i partecipanti, in modo particolare chi riusciva a ritagliarsi un momento per partecipare al campo nonostante il lavoro e le fatiche di tutti i giorni. In una settimana nuove amicizie si sono costruite ed altre si sono consolidate, ma tutte ci hanno mostrato come sia possibile una società dove ciascuno viene arricchito dalle diversità degli altri, senza perdere la propria identità.

Campo Malankeba

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