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SPAZI GIOVANILI INTERCULTURALI DI AUTONARRAZIONE

Una iniziativa missionaria tra i giovani a Padova

 

Dall’Ecuador all’Italia

Ero tornato da poco in Italia dopo undici anni di America Latina, chiamato a svolgere un servizio nella Pastorale Giovanile Comboniana, a Padova. Ancora frastornato e disorientato di fronte a una realtà che trovavo tanto cambiata rispetto a come la ricordavo, rimanevo però affascinato dal vedere che ormai Padova è una città multiculturale, caratterizzata dalla presenza di oltre 100 gruppi etnici. E mi rendevo conto che certe problematiche che avevo vissuto in Ecuador si vivono ormai anche qui in Italia, anche se in un contesto molto diverso. L’Ecuador è un paese multiculturale composto da varie etnie indigene, dal popolo afroecuadoriano (discendente degli schiavi africani), e dalla popolazione meticcia, maggioritaria. Il problema è che, finora, questa multiculturalità ha funzionato quasi solo in un senso: ad esempio, i neri sanno tutto della cultura e della spiritualità bianco-meticcia, perché è quella che si impara a scuola, in chiesa e in televisione. Ma “che ne sanno la maggioranza degli ecuadoriani dell’anima e dello spirito del popolo nero?”, si domandava anni fa un sociologo afrodiscendente.

La principale sfida pastorale, dunque, era quella di creare un’effettiva ‘compresenza’ tra i diversi popoli che conformano la realtà multietnica del paese, in cui ciascuno sia valorizzato nella propria bellezza umana e culturale. Su questo hanno riflettuto anche i vescovi latinoamericani nel documento di Aparecida (2007), in cui, dopo aver denunciato la discriminazione di cui sono ancora oggetto le minoranze etniche, scrivono: “Rimane una mentalità di minor rispetto verso indios e afroamericani. Perciò decolonizzare la mente e le conoscenze e rafforzare spazi e relazioni interculturali sono condizioni indispensabili per l’affermazione della piena cittadinanza di questi popoli”. Credo che queste raccomandazioni valgono – mutatis mutandis – anche per noi e possono essere riassunte così:

a) Decolonizzare la nostra mente e – aggiungerei io – decolonizzare il nostro cuore significa cambiare radicalmente il modo in cui guardiamo a questi popoli ‘altri’ che vivono in mezzo a noi. I vescovi latinoamericani insistono che dobbiamo valorizzare il punto di vista di queste culture minoritarie e formare agenti di pastorale che ci aiutino a farlo.

b) Dobbiamo creare spazi di ‘compresenza’ multiculturale, in cui tutti si sentano valorizzati, ascoltati e amati.

c) Attraverso questi spazi di ascolto reciproco cresce la consapevolezza di essere legati da un destino comune e si pongono le basi culturali per una effettiva e piena cittadinanza di questi popoli, e tutto questo implica un impegno anche a livello politico-sociale.

 Uno spazio per raccontarci e ascoltarci

 

Vedendo dunque che anche a Padova c’era bisogno di approfondire questa sfida, mi sono domandato: con quale piccolo segno, con quale piccolo gesto potremmo cercare di coinvolgere dei giovani su questa problematica?

L’esperienza in America Latina mi ha insegnato che anche un piccolo gesto è più bello e più efficace se si elabora all’interno di piccole comunità apostoliche e se ci si fa guidare dalle intuizioni che lo Spirito suscita nel cuore delle persone che accompagnamo. E così si è formato un gruppetto di sei ragazzi con cui abbiamo iniziato un cineforum intitolato “Essere giovani in una società multiculturale”. Tra i film proposti c’era “Freedom writers”, in cui si mostra come funziona una scuola in un quartiere multietnico di Los Angeles. Nel dibattito che è seguito alla visione del film, Emmanuel, uno studente congolese, ha detto: “Nelle mense universitarie di Padova spesso succede quello che s’è visto nel film: siamo fisicamente presenti nella stessa stanza persone di diversa origine; però, gli africani mangiano quasi sempre fra loro, gli italiani anche: stiamo vicini ma divisi da barriere invisibili. Insomma, manca uno spazio in cui condividere con semplicità le nostre difficoltà e le nostre speranze”. Nei successivi interventi è emersa questa idea: manca questo spazio? E allora lo possiamo creare noi: uno spazio in cui giovani di diversi paesi possano raccontarsi e confrontarsi liberamente. E così, fra tutti, è nata l’idea di creare gli ‘Spazi giovanili e interculturali di autonarrazione’.

L’equipe coordinatrice ha così descritto l’iniziativa: “Si tratta di raccogliere la sfida dell’interculturalità, e creare degli spazi in cui giovani di diversi paesi possano raccontarsi, condividendo le loro esperienze, parlando della loro vita, delle loro difficoltà e dei loro sogni. Siamo convinti che ritrovarci per ascoltarci è un primo passo verso la formazione di una società interculturale fraterna e giusta”. Nella nostra società c’è sempre meno tempo per raccontarci e ascoltarci, ed è stato bello vedere l’interesse con cui tanti giovani hanno risposto all’iniziativa, che poi abbiamo realizzato in collaborazione con il Centro Universitario Diocesano di Padova.

 Come ci vedono gli altri

Concretamente, ogni incontro inizia con una cena “porta e offri”: Emmanuel ci ha spiegato che nella sua cultura mangiare insieme crea un bel clima di familiarità che ti apre al dialogo. Dopo aver mangiato, tre giovani di diversi paesi si raccontano a partire da un tema specifico, e poi c’è un dibattito tra tutti i giovani presenti. Fra i temi trattati ricordo: “ La quotidianità in una società multireligiosa”, “I sogni dei giovani di fronte alla crisi”, “Le relazioni umane oggi”, “Disaffezione all’impegno politico?”, etc.

La principale caratteristica dei nostri incontri è che non chiamiamo ‘esperti’: lasciamo ad altri l’organizzazione di conferenze ‘scientifiche’ su queste problematiche. Noi vogliamo sapere come queste problematiche sono vissute dalla gente comune nella loro quotidianità.

Ovviamente, è difficile riassumere in due pagine la ricchezza di tutti questi incontri. Fra i vari narratori che si sono succeduti, io ne scelgo tre africani, e do loro la parola. Nell’incontro sui “sogni dei giovani” Mamadou, un ragazzo del Costa d’Avorio, ha detto: “Qui in Italia voi vi lamentate, sognate, vi agitate… In Africa, invece, prima di tutto accettiamo la realtà e partiamo da questa realtà. Fuori c’è casino? ci sono problemi? Non mi angoscio per questo, ma assumo con calma questa situazione. In Italia c’è razzismo, è vero, ma non mi sono angosciato per questo, perché in Italia ho incontrato anche tanta bontà. Voi avete tanto tempo per chiedervi ‘cosa facciamo?’ e per elaborare i vostri sogni. Noi invece prima cominciamo a fare, e poi i sogni appaiono lungo il cammino…”.

Wivine, una giovane congolese, nell’incontro dedicato alle relazioni umane, ha detto: “Io non ho soldi, ma ho tanta umanità che mi aiuta ad affrontare le difficoltà. E sento che l’umanità africana è un dono e una risorsa grande, anche per il mondo occidentale di oggi. Scusate, ma io penso che al mondo non ci sia niente di più bello di una famiglia africana. Mia nonna aveva 52 nipoti, e noi facevamo a gara per poterci occupare di lei gli ultimi anni della sua vita, quando non era autosufficiente: io l’ho fatto per tre anni, e per me è stata una gioia. Lei mi ha raccontato tante favole, storie del suo villaggio: è da lei che ho imparato i valori che ancor oggi mi tengono in piedi e che fanno di me la persona che sono. Invece qui in Italia vedo che gli anziani sono abbandonati: una vacanza è più importante di una visita alla nonna. Ma se un anziano si sente buttato via dai suoi familiari negli ultimi anni della sua vita, questo dolore potrebbe cancellare anche il ricordo bello degli anni precedenti vissuti insieme. Voi dite che adesso siete in crisi, e purtroppo qualcuno si è anche suicidato per questo. Ebbene, io sono nata nella ‘crisi’, ma non ho mai pensato a suicidarmi, perché ho la mia famiglia che mi sostiene. E soprattutto ho fede: la fede in Dio mi sostiene sempre. Spesso in Africa viviamo alla giornata, e cerchiamo di dare allegria alle persone che abbiamo attorno. Con questo atteggiamento ho potuto superare la ‘crisi’ in cui sono vissuta da quando sono nata e affrontare varie difficoltà qui in Italia. L’umanità africana mi aiuta a vivere e superare la crisi. L’umanità africana può aiutare anche l’Europa a superare la crisi”.

In un altro incontro, in cui tre donne di diverse religioni hanno parlato della loro spiritualità, Naima, tunisina, ci ha confessato che soffre molto quando vede dei giovani, anche del suo paese, che vanno in stazione a fumare e a spacciare. “Non posso rimanere con le mani in mano”, ha ripetuto più volte. “Io so che Dio – Allah – ha altri progetti per questi giovani, non vuole che rimangano spacciatori a vita: ci sono altre potenzialità che Dio ha messo in loro, e io devo aiutarli a svilupparle, e allora mi avvicino a loro, e gli parlo…”. Naima, mamma di tre figli, ne ha preso un altro in affido, proprio perché vuole evitare che questo giovane si perda. In quest’incontro è stato bello vedere che la misericordia di Dio agisce in maniera simile nel cuore di persone che pure seguono religioni diverse.

 Con i senza fissa dimora

Un’altra cosa che mi ha insegnato l’America Latina è che noi possiamo programmare le iniziative in un certo modo, ma poi Dio – attraverso alcuni incontri o avvenimenti imprevisti - può apportare delle modifiche ai nostri piani. E così è successo anche in questa occasione. Noi avevamo pensato questa iniziativa soprattutto per i giovani, ma poi, siccome abbiamo fatto amicizia anche con alcuni senza fissa dimora, abbiamo invitato anche loro a partecipare a questi incontri. E così le riunioni di autonarrazione si sono trasformate anche in uno spazio di ascolto reciproco tra giovani studenti e senza fissa dimora, italiani e stranieri.

 Una città escludente?

Il tema degli incontri di autonarrazione di quest’anno è: “Una società escludente? Barriere o ponti?”. Questo tema è particolarmente sentito qui a Padova, anche in seguito all’approvazione del nuovo Regolamento di Polizia urbana, in cui, fra le altre cose, si vieta “la richiesta di elemosina sulle aree pubbliche” e la “vendita di prodotti su area pubblica”. Concretamente, questo significa che molti senza fissa dimora e molti stranieri che vivevano di elemosina e di commercio ambulante adesso si troveranno in grandissime difficoltà e saranno esclusi dalle strade e dagli spazi pubblici. Tutto questo ci spinge a domandarci: che spazio c’è per il povero nelle nostre strade, nelle nostre comunità e nella nostra vita?

Su queste problematiche nel padovano si è vissuto un momento di tensione particolarmente forte - a fine settembre - a Rovolon, quando circa 200 persone si sono accalcate nel piazzale davanti alla chiesa parrocchiale per protestare contro il previsto arrivo di cinque profughe dalla Siria in un Centro di accoglienza. Contro questa manifestazione si è espresso un comitato, “La Rovolon che accoglie”, che invece vuole portare avanti questo progetto di ospitalità per donne e bambini che fuggono dalla guerra in Medio Oriente.

Su questa vicenda ha preso posizione anche il vescovo di Padova, mons Mattiazzo, che ha scritto una lettera alle famiglie che hanno deciso di accogliere i profughi: “Carissimi, desidero esprimere a voi e alle vostre parrocchie la mia vicinanza, la mia stima e il mio incoraggiamento per la scelta che avete fatto di accogliere alcune mamme con bambini fuggiti dagli orrori della guerra… La vostra è scelta di umanità e di civiltà… Per noi cristiani, l’accoglienza di fratelli e sorelle nel bisogno è accoglienza del Signore stesso presente nel povero e nel forestiero… Pur consapevoli che le conseguenze della crisi economica pesano su persone, famiglie e istituzioni, e troppo spesso generano chiusure e paure, come cristiani siamo chiamati a un supplemento di coraggio e di speranza… L'insicurezza si vince con l’apertura fiduciosa al prossimo”.

Piccoli grandi gesti

Sì, la vera sicurezza in una società multirazziale si costruisce attraverso l’incontro, l’ospitalità, mangiando insieme e dialogando insieme, creando un clima di solidarietà reciproca. Siamo chiamati a moltiplicare questi spazi e queste iniziative. Certo, si tratta di piccole cose e di piccoli gesti ma, come diceva il poeta, “le grandi cose sono fatte delle piccole”.

 

 

Fr. Alberto Degan

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